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Narrativa

Questa rubrica è aperta a chiunque voglia inviare testi in prosa inediti, purché rispettino i più elementari principi morali e di decenza...
L'ospite di Rita Barbieri, Il Potere nelle mani di Dario De Giacomo, A bassa voce di Dario De Giacomo, Soffia Ponente di Dario De Giacomo, Il sondaggio di Marcellino Lombardi, Memorie di un cavaliere (seconda parte) di Nicolò Maccapan, Agosto di chissà dove sei tu (l'ultimo Agosto per sempre) di Caterina Pomini, Mi hanno schedato di Lorenzo Spurio, Il tema più lungo di Lorenzo Spurio, Una brava donna di Mattia Tasso

Poesia italiana

Questa rubrica è aperta a chiunque voglia inviare testi poetici inediti, purché rispettino i più elementari principi morali e di decenza...
poesie di Massimo Acciai, Miriam Cividalli Canarutto, Geneve Dinu, Lucia Dragotescu, Eleonora Falciani, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Maria Lenti, Iuri Lombardi, Cesare Lorefice, Nicolò Maccapan, Attilio Martucci, Antonio Nesci, Gloria Pinardi, Caterina Pomini, Natalia Radice, Katia Rosanna Rossi, Francesco Vico, Anna Maria Volpini, Silvia Zaccagnini, Zelda S. Zanobini

Poesia in lingua

Questa rubrica è aperta a chiunque voglia inviare testi poetici inediti, in lingua diversa dall'italiano, purché rispettino i più elementari principi morali e di decenza...
poesie di Massimo Acciai, Manuela Léa Orita, Iuri Lombardi, Tetiana Anatolivna Vinnik

Recensioni

In questo numero:
- "L'amore ai tempi del Cavaliere" di Francesco Vico
- "I Figli del serpente" di G.L.Barone
- "Il confessionale e l'apostolato" di Liliana Ugolini
- "Venite Venite B-52" di Sandro Veronesi, recensione di Stefano Gecchele
- "L'Oasi e la neve" di Monica Osnato, recensione di Simonetta De Bartolo
- "L'amore arreso" di Zhang Ailing, recensione di Rita Barbieri [pdf]
- "Belfine" di Paolo Ragni
- "L'ultima estate a Famagosta" di Paolo Ragni, nota di Massimo Acciai
- "Adventurae" di Paolo Ragni
- "Racconti persi e dispersi" di Paolo Ragni

Incontri nel giardino autunnale

Intervista a Gregorio Bardini
A cura di Matteo Nicodemo

Articoli

Amore = Bellezza
di Denise Severa
L'amor che move il sole e l'altre stelle
di Denise Severa
Letteratura e logica fantastica in Lewis Carroll
di Lorenzo Spurio
L'amore ai tempi del postumano
di Liliana Talamo

Letteratura per la Storia

Las generaciones como etapas de la literatura española 
di Lorenzo Spurio

Memorie di un cavaliere (seconda parte)
 

Nicolo Maccapan


Il risveglio

Il mattino seguente Nicolò si alzò ad orario inoltrato.
Scese al piano terra della taverna, molto più simile ad un abitazione spoglia.
Dopo un abbondante e scadente pasto, il principe, decise di seguire il consiglio di suo padre e di lanciarsi alla ricerca di un puro di cuore.
Chi meglio del locandiere poteva essere un buon partito per il possesso di un cuore puro?
Durante il pasto Nicolò terzo lo chiamò a se e con aria informale iniziò a porgli delle domande…

"Sa caro oste, non è che io sia venuto molte volte in questi luoghi è che, come le canzoni penso stiano già cantando, sono in tedio per il mio amore".

"Haaa, le donne, se mi permette mio principe… le donne sono il più grande turbamento del mondo, più delle guerre, più dell'avventura. Pensate signore di Zù, i vecchi saggi dicono sempre: sconfiggere un dragone può essere impensabile per un solo uomo, ma c'è una minima possibilità aiutati dall'astuzia e dalla fortuna, soprattutto se si ha una buona lama.
Nella conquista della donna invece, non ci sono ne armi ne fortuna, va conquistata solo con se stessi. L'ingegno può essere usato ma se lo si usa per possederla, nel suo cuore non i sarà mai il vero amore".

"Hum, cosa intendete dire con questo buon uomo? Se l'inganno rimane nascosto nella foresta questa non può essere ugualmente rigogliosa?"

"Nicolò terzo di Zù, lei mi affida delle domande difficili ma, nel momento in cui una donna si innamora, non è per ideale, ne per casata, ne per virtù, è semplicemente perché il suo sangue, nel veder il suo amato, ribolle e fermenta nel pensiero di lui, se lo si fa forzatamente, come io faccio con il mio vino, per avere sempre le botti piene, indubbiamente sarà cattivo al gusto".

"Haaa, mio caro albergatore, ecco il perché di queste bevande, se lei sapesse di vini quanto di donne, potrebbe servirmi a castello!".

"Mio principe, lei così mi elogia troppo".

"Vede mio caro, lei indubbiamente conosce tutto della mia casata, delle mie origini, del mio passato e del mio futuro, mentre io, che di lei non so niente, non conosco il nome dei suoi antenati, non conosco nemmeno il mestiere che gestisce con tanto amore. Ordunque le chiedo, mio protetto, perché lei mi porta rispetto? Cos'è che non la porta ad essere il vero sovrano di se stesso?".

"Mi dispiace mio principe, di questo non posso essere libero di parlare con lei come un fratello. Potrei pentirmi della mia audacia e di mettere il mio sangue alla pari del suo".

"Non tema caro oste, mi dica, in fondo sono a casa sua, sono suo ospite e servo, mi dica, parli pure liberamente".

"Sa, lei è il principe che noi preferiamo in quanto ci tratta tutti alla pari, ci tratta come se anche noi scrivessimo poesie e ricevessimo consigli reali , ma lei sta sbagliando principe, noi siamo suoi servi.

"Cosa intendete dire con questo? La libertà e la scomparsa della distinzione netta che c'è tra noi la infastidisce? Non possedete ne marmo ne armi, siete indubbiamente più rozzi e meno sensibili della più insignificante casa nobile e mi state dicendo che non volete essere trattati a miei pari, anche se realmente non lo siete?"

La voce del cavaliere andava via via salendo quasi iraconda, fece intorpidire l'oste, preoccupato, il quale era già consapevole che le sue parole avrebbero adirato il suo interlocutore. Il popolano non osava guardalo negli occhi… quel coraggio che veniva a mancargli in quel momento si ritrovò nell'odio di un'altra persona, seduta ad un tavolo vicino. Una persona di corporatura esile, elegante, dalla barba curata ed un vestito costato almeno cinque ori. Quest'uomo si alzò di colpo in piedi.

" Or ora, se lei ci considera suoi pari, qual è il motivo del suo tonante vociferare? Questo sapete fare voi nobili, intenzioni, avete solamente intenzioni ma non le portate mai a termine. Dite che siamo vostri pari ma al primo giudizio vi fermate, capite che la vostra eleganza non si può mescolare alla nostra popolarità. Voi, voi nobili, voi, persone dal sangue reale non riuscireste nemmeno a far smuovere un aratro, la fortuna che possedete è solamente quella di poter scrivere delle pergamene su come fare, impartendoci ordini, distaccandoci da voi. Lei finge di essere un originale cavaliere ma, in fondo, il suo orgoglio oscura il suo cuore e lo rende padrone di queste terre".

"Chi osa proferire tali parole senza essere interpellato?" Rispose con forza il nobile.

Nicolò terzo di Zù si alzò in piedi, scorrendo la fodera della spada con la mano, arrivando all'impugnatura.
L'ardito uomo e il principe si stavano fissando con aria di sfida, la forza della povertà di quell'uomo stava avendo la meglio, facendo svanire l'istinto del pericolo che lo stava per investire.
Il locandiere assisteva attonito alla scena, l'armatura del principe non era più cosi maestosa e luccicante, se si osservava bene, era il color carbone e rosso del suo secondo ospite che risplendeva nella sala da pranzo.

"Signori state calmi" proferì con voce insicura l'albergatore.

"Stia zitto lei , o il crescere della mia ira non avrà fine, chiaritomi con quest'indesiderato uomo".
Il principe fremeva nel difendersi con tanta audacia dall'accusa dello sconosciuto.

"Lei con quella brillante armatura, deve forse combattere oggi? Deve partire per qualche avventura? Deve mostrare la sua nobiltà a qualche cena di gala? No! Semplicemente nel suo inconscio, mentre dice che noi siamo uguali, mostra indirettamente la sua superiorità, ci ha pensato a questo? Ci ha pensato?

"Io sono un suo governante e come tale, faccio sfoggio del mio incarico, alla nascita dei tempi è stata la mia famiglia a guadagnarsi il consiglio del popolo e a farvi prosperare nel territorio dove state vivendo. Cosa crede che sia facie fare il nobile? Io non lotto per essere un vostro simile, io lotto per trattarvi a mio pari, anche se la mia storia mi diversifica io vi rispetto, ma le sue parole mi stanno oltraggiando.

"Lei, non rispetta proprio nessuno, dovremmo tutti lodare e gioire del mondo, non è giusto che chi governa possa avere più degli altri solo perché all'alba dei tempi è stato disegnato, lei è come noi e sa cosa glie lo porrà davanti agli occhi?"

Nicolò terzo si diresse a piccoli passi verso l'uomo misterioso che non dubitava, nemmeno per un istante.

"Lo sa? Cosa la porterà a rendersi conto di essere come noi?"

"No cosa?"

"L'amore, che da quello che si canta sta turbando anche i cuori più nobili ultimamente!"

L'impudenza del popolano al cospetto del cavaliere fece sguainare la spada del principe, portatasi alla gola dell'uomo che ancora, urlava senza esitazione.

"Lei usa la forza bruta, l'arte della spada, lei non ama quella spada, ma anche minacciandomi, per le mie accuse fondate, non farà altro che affermare quello che dico! L'amore scorre nelle vene del ladro, del contadino, del guerriero, e del re allo stesso modo! E se lei pensa che l'amore sia fermo all'idea della donna si sta sbagliando, l'amore è quell'arte che non possiede natali, occorre studiare le note per essere artista ed incontrare l'amore della musica, occorre essere maestro di penna per incontrare l'amore della scrittura, ma il talento e la cultura nell'amare vengono meno! Lei può chiamarmi ribelle, ma io sono innamorato della possibilità di soffrire e di stare male in questo mondo da lei governato, la ringrazio! Lei mi da la possibilità d'amare, amare la ribellione coltivata nell'odio di voi, dalla diversità e dalla ricerca di quei desideri che non riuscirò mai a raggiungere. L'amore deriva dalla sofferenza che io provo nel non poter essere come voi. La mia crisi deriva da questo, servirla ed invidiarla, fino all'odio, fino alla ribellione, persino difronte alla spada del padrone. La ringrazio ancora, per avermi dato la possibilità di essere suo schiavo e allo stesso tempo di amare, amare l'odio per lei e la sua ipocrisia. Ordunque le dico, il mio cuore e reso puro dalla mia mai realizzata voglia di ribellione".

A queste parole, il cavaliere, riportò a se la triste lama che non ebbe il coraggio di porre fine a tali parole. Dalla cintura il principe prese una sacca contenente delle monete, la lanciò con sconcertato disprezzo sul tavolo, ancora caldo del pasto non terminato e se ne andò.
L'oste agitato interpellò subito il suo cliente.

"Sei pazzo? Come trovi la forza di proferire tali parole al nostro principe"

"Stai zitto stupido, questa è stata la tua più grande vittoria, non rinunciare all'unico momento in cui sei stato libero.

Diari del Giorgione

Ancora allora
Giovane musa
Mi colpì il tuo canto
E quella voce candida e schiusa
Operò come un santo
Mentre il mondo assorbe problemi
Ma non posso pensare
Posso solo capire
La più triste cosa che c'è
Nel vivere senza di te.

Mentre Nicolò viaggiava senza meta in sella al suo maestoso destriero, la poesia del vecchio re, quel re che fu di Cristina, morto per mare, difendendo quello che amava, il suo regno, sua moglie, continuava a riecheggiare nella sua mente.
Metteva a confronto tali parole, con quelle del suo ultimo conosciuto, metteva in campo nella sua mente le parole dell'uomo. Possedevano una foga e una capacità quasi sovrannaturale. Quell'individuo gemeva nel piacere della ribellione e lo portava ad avere un cuore puro.
Ma perché di quella poesia, perché pensava ad essa?
L'ammirazione che il nostro cavaliere portava per il vecchio re era illimitata ma, si accorse che lui, partito e morto per quello che amava, chiariva bene in quei versi cosa volesse
"Mentre il mondo assorbe problemi, ma non posso pensare".
Lui soffriva per la mancanza della sua amata, era partito per l'incarico che aveva ma non lo voleva fare. Non pensava ai mali del regno, o meglio, non voleva farlo, perché in quel momento per lui esisteva solo Cristina e soffriva nel non stare a casa con lei. Il suo cuore era puro, reso tale dalla sofferenza.
Il trisavolo di Roberta, coltivò l'amore della regina tra la sofferenza nel vedersi da lei lodato ma di non poter averla. Fu il suo cuore puro a permettergli di dichiarare il suo amore, liberandosi dalle catene che lo legavano.
Nicolò soffriva, per il suo amore mancato, per non poter sentirsi dire ti amo, ma il suo cuore non era puro, nel suo caso la sofferenza non gli permetteva di amare.
D'un tratto a gran velocità decise di tornare a palazzo, avendo sciupato il cosi prezioso consiglio del padre. Identificò la sua priorità, prepararsi al meglio per l'incontro che di li a poco avrebbe avuto con il grande re.

 I Preparativi

Ancora due soli mancavano alla grande partenza di Alessandro primo duca di Zù e suo figlio verso la casa reale.
I preparativi erano già iniziati. Tre splendide carrozze, bardate ed abbellite con drappi raffiguranti la casata di Zù, erano già posizionate nel cortile dell'ampio castello, pronte alla partenza. I preparativi si erano resi ormai frenetici e nello stesso tempo, un uomo, alla torre di vedetta urlava: "Uomo in armatura! Uomo in armatura a cavallo e solo si sta dirigendo verso il cancello". "E' il principe Nicolò terzo, abbassate il ponte".
Mentre Nicolò trottava a velocità moderata verso il ponte levatoio, questo si abbassò, permettendo il suo passaggio veloce all'interno delle grandi mura, fino ala piazzola, investita in fretta e furia da decine di persone che cercavano di svolgere al meglio che potevano gli arditi compiti a loro impartiti per i preparativi.
Il padre di Nicolò, Alessandro, informato del suo arrivo, si affiancò alla finestra del palazzo ducale che dava sulla piazza, nella quale si era appena soffermato stanco, il nostro cavaliere.
Il duca fece segno a suo figlio di salire, scuoteva il braccio chiamandolo a se con tale foga che sembrava si trattasse di un emergenza.
Dirigendosi nelle stanze d suo padre Nicolò, incontrò la sua fidata serva. Elena la quale lo informava che Roberta aveva risposto alla lettera, raccomandando di fargliela avere il più presto possibile.
Nicolò, salendo le fredde scale del palazzo, rimandò a dopo le sue questioni d'amore. Ogni risposta che Roberta poteva dare al suo messaggio, non poteva risultare più importante del consiglio reale e per garantirsi questo, il nostro cavaliere doveva assecondare in tutto e per tutto suo padre che proprio oggi aveva così voglia di incontrarlo.
Terminate le scale arrivò nel grande corridoio che portava alla gran camera ducale, dove Alessandro primo dormiva.
Il corridoio era in salita, formato da diversi gradini di granito bianco, intonati con le pareti in marmo scuro levigato, trafitte con simmetria sia a destra che a sinistra da torce dall'impugnatura in avorio pregiato.
Una lieve salita distaccava il principe da suo padre. Camminando, l'aria mossa dallo sventolare del mantello soffiava sulle fiaccole accese, creando un ululato nel silenzio che rese vigile suo padre.
Alessandro sentendo i forti passi dell'armatura apri di scatto la porta.

" Su su figliolo sbrigati, devo mostrati una cosa".

Chissà cosa dovrà farmi vedere di cosi suggestivo e mitico, tanto da smuovere la sua carne agitandola. Il suo comportamento era insolito, eccitato, aveva perso la grazia del duca da lui sempre posseduta.

"Guarda figlio, guarda dentro quel baule cosa è stato ritrovato!"

Cosa poteva mai essere? Un tesoro? Un elisir? O forse una pergamena contenente un incantesimo.
Il baule all'aspetto non pareva un granché, sembrava di fattura rude, ricoperto di terra e polvere.

"Quel maledetto l'aveva nascosta, ma finalmente dopo anni di ricerca l'anno trovata. Più di diecimila ori sono stati spesi per venire a capo del suo nascondiglio ma l'abbiamo trovata e brilla ancora come brillava due secoli fa."

"Di che si tratta padre? É forse una gemma che era scomparsa dalla nostra collezione ducale o forse è un qualsivoglia sortilegio mitico?

"Molto meglio figlio! Molto meglio!"
le mani temperate del duca stringevano delle bande di duro ferro temperato, con le quali il baule era stato chiuso, non esistevano serrature o modi per aprirlo senza forzarlo, era volutamente stato creato per imprigionare qualcosa al suo interno, seppellirlo e non farlo più riemergere.
Alessandro primo diede dei lievi colpi alla parte superiore del forziere, ripulendolo dal terriccio, rendendolo lucido. Al togliersi della mano del nobile iniziò a scorgersi un incisione

non aprirete questo baule per proteggere il regno
brillare non serve ne a cacciare ne a governare
luccicare serve solo ad attirare l'attenzione
del nemico più feroce
sacrificando se stessi per se stessi

"Guarda figliolo guarda".

Figlio? Per tutto questo tempo, per tutta la mia vita non mi aveva mai chiamato così, oggi le cose stavano cambiando. Questo contenuto doveva essere realmente mitico per sciogliere il freddo ghiaccio dell'animo di mio padre.
Guardavo l'incisione, la rilessi più volte, poteva avere dei significati nascosti ma non riuscivo a coglierli.

"Belle parole padre ma... sai cosa contiene?"

"Tocca, tocca l'incisione Nicolò"

lo assecondai e con la mano sfiorai delicatamente la rientranza dell'incisione sul duro metallo. D'un tratto nacque un bagliore, un bagliore accecante, verde, verde smeraldo che mi colpiva dal viso a metà busto. Mi spostai di scatto, impaurito.
Vidi che si trattava di una traccia di luce, un emissione lineare che si spingeva da ogni lettera fino al soffitto della sala, espandendo le parole sin al lampadario, possessore di nove fuochi.

"Padre è meraviglioso! È un incantesimo! Si tratta di alta magia?"

"La cosa meravigliosa è quello che c'è dentro Nicolò, non ti rovinerò la sorpresa... aspettiamo il fabbro, dovrebbe essere qui a momenti."

Nel frattempo Il nostro principe si accomodò su una poltrona di tessuto morbido, ponendosi alle spalle di suo padre, lanciandosi alla lettura della lettera precedentemente consegnatagli da Elena.
Portava il sigillo della casata di Howl, non era ancora stata aperta da nessuno.
Con grande agitazione ruppe la cera che bloccava la lingua della pergamena e srotolandola iniziò a leggere.









Caro Nicolò terzo di Zù

Mi dispiace, mi sento rammaricata per gli avvenimenti del nostro ultimo incontro.
Lo so, l'omissione della mia mancanza... ne sono sicura, starà provando il tuo spirito ancor più della tua armatura, insoddisfatta vedendo il suo padrone andarsene con il cuore spezzato. Non devi sentirti menomato per le mie parole mancate, non devi reprimere il tuo odio e trattarmi come tua pari se non lo desideri.
Io vorrei renderti felice, il nostro matrimonio è alle porte, ma come i tuoi antenati proteggono i loro meriti fino a te, generando un vero cavaliere, sia nella bellezza che nella maestosità del verbo, la mia storia in questo momento mi appartiene più che mai e come dalla tua deriva l'amore che mi è destinato, la mia si presenta come flagello per non poter esprimerti i miei sentimenti.
Ti ringrazio per i tuoi ultimi scritti, sono stati toccanti,la tua volontà e determinazione sono lodevoli ed incommensurabili. Quello che ti chiedo veramente caro cavaliere argenteo, è di guardare nel tuo cuore e capire se veramente la mia persona vale tutto il sacrificio che stai per compiere. Ma non pensare a me, a te, al nostro passato o a quello che saremo quando lo stendardo delle nostre case sarà unito. Non cadere nell'egoismo dell'amore della quale io sono serva contro la mia volontà.
Pensa sempre due volte prima di agire e se trascorsa un alba la tua mente sarà ancora voluttuosa di andare avanti, prosegui deciso il tuo cammino.
Ci vediamo presto e ricordati che...

Stromp! Stromp! Stromp!

Ero talmente preso dalla lettura che non mi ero accorto dell'arrivo del fabbro, il quale, con un piccolo martello ed un blocco esagonale di dura pietra, aveva già forzato tre delle cinque sbarre del forziere. Mio padre iniziò tremolante a parlare...

"Si si, faccia con calma fabbro ma non lo rovini. Nicolò, ascoltami bene. Esattamente qui, all'interno, staziona un oggetto appartenuto al nostro lontano parente Fabio ottavo. Fu il primo e unico generale reale della nostra famiglia, nonché il più grande guerriero in cui scorse il sangue della nostra casata."

Ero stupito di riscoprire così, di colpo, un altro frammento di storia che era mio.
D'un tratto il forziere si aprì. Dovetti chiudere gli occhi, il bagliore era enorme. Fu come se il sole per un istante fosse a pochi metri da me, racchiuso in quel baule che fece persino girare di scatto il duca, posizionandomi le mani difronte agli occhi.
Il fabbro, a pochi centimetri da quella luminescenza incantata, divina, cadde a terra svenuto.
Fu un duro colpo per i miei occhi che lacrimavano per il dolore.
Chiamammo subito il medico di palazzo che aiutato da una serva di passaggio, trascinò via il manovale.

"Vedi Nicolò, questo è il dono che l'indomani farò al nostro amato re: l'armatura del coraggio e della luminescenza."

Ero stupito, impaurito, innamorato. Amai di colpo quell'armatura. Mio padre, estraendola me la mostrò. Era una corazza di piastre magnifica, di color verde, di una manifattura unica.
Attorno ad essa nasceva e moriva, nasceva e moriva un aura chiara, con intensità sempre differente.
Le piastre di questa armatura erano formate dalle scaglie di qualche creatura mitica, erano vere e fuse nella forgiatura, al servizio di quell'oggetto mitico.
All'interno del baule si trovò anche una spada corta, il manico era composto dall'unione nel metallo di denti moto aguzzi, sicuramente provenienti dalla stessa creatura dalla quale erano state prese anche le scaglie. La lama era affilatissima, era strano considerando il tempo che era passato senza che fosse stata curata. Sia nella spada che nella corazza c'era incisa la stessa frase che solcava il forziere.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da essa. Era magnifica, stupenda. Il duca mi spiegò che l'animale sacrificato per la sua forgiatura era un idra.
È rinomato che le idre siano creature molto feroci, possiedono un intelligenza fuori dal comune, di dimensioni colossali sono molto difficili da abbattere.
Questi veri e propri mostri possiedono tre teste dal lungo collo, unite ad un corpo di drago senza ali.
La testa che fu mozzata e dalle quali l'armatura traeva le sue scaglie era la centrale, quella verde. Questo rendeva magica l'armatura e venne denominata del coraggio e della luccicanza allo scoprire del suo potere.
Veniva chiamata cosi per il suo costante luccicare e per la leggenda che chi l'avesse indossata, avrebbe ricevuto subito un coraggio infinito, degno della più pericolosa idra.

"Non rimanere sconvolto alla sua bellezza figlio, la magia può essere affascinante ma è anche molto pericolosa, questo sarà il nostro dono per il re, vai ora e preparati per il viaggio."

Mio padre tornò ad essere angusto e serioso come sempre.
L'intermittenza di quel chiarore illuminava ancora i miei occhi abbagliati per la gioia che si trovasse davanti a me, a pochi istanti che andavano via via crescendo.
Non avevo il coraggio di toccarla, posi la mano nella sua direzione ma tutto il desiderio che avevo, la volontà di possedere una cosa così bella, veniva a mancarmi, non trovando dentro di me un vero motivo per il quale la dovessi avere.
Obbedii al comando di mio padre, uscito da quella stanza ebbi come un vuoto.
Iniziai a ritirarmi a fatica nelle mie camere ma... quell'armatura cosi bella e maestosa, così colorata, forte della speranza che tanto amavo, quell'oggetto incantato avrebbe potuto mostrarmi la via.
Ritornai nel grande corridoio, mi misi a guardare fuori da una finestra ed ammirare i frenetici preparativi.
Mentre la luce del tramonto toccava le mie fragili pupille rendendole brevi radure d'inverno, un pensiero mi toccò, rinacque l'estate d'un tratto, facendomi notare che il viaggio che stavo per intraprendere mi avrebbe mostrato ai genitori di Roberta e che forse, grazie alla loro visione avrei avuto la possibilità di colmarmi. Sua madre non accusava la maledizione di Cristina, era una Howl acquisita, della stirpe dei Khan, magari al banchetto reale avrei avuto la possibilità di parlare con lei.










L'incontro del re

Ormai era ora, il sole non era ancora sorto sul castello, si notava il suo chiarore in lontananza.
A tratti si poteva sentire grazioso il cantare dei galli cacciatori, mentre mi vestivo in veste regale, affidando l'armatura, mio primo privilegio al mio servo, per la sua protezione.
Mi accorsi guardando dagli scuri della finestra ancora semichiusi, l prosperità della caccia del pollame, carceriere di quel sole che mi si donava per l'ambita partenza.
I miei vestiti erano tinti di rosso porpora, alla base del mantello si poteva notare il simbolo della mia casata, mai stato così fiero di incontrare il re come quel giorno.
Per arrivare al castello del regnante dovevamo inseguire il sole per quasi tutto il suo percorso. Decisi di portare con me un libro ed un pugnale. Nell'attraversare lunghi viaggi, soprattutto uscendo dai nostri territori e sapendo che la voce del nostro prezioso dono era già arrivata nelle mani dei bardi, non si doveva mai abbassare la guardia.
Scesi in giardino. Ero l'ultimo tassello mancante del mosaico che di li a poco, dopo aver abbeverato i cavalli, sarebbe partito. Presi posto nella carrozza principale, mio padre era già a bordo.
Lo salutai con rispetto e mi posizionai a suo fronte, osservando la copertina del libro, unico ostacolo verso lo sguardo del duca.
Creature Selvagge. Di rilegatura sottile e costosa, quel manoscritto attirò l'attenzione di mio padre che storse il naso ma non proferì parola a riguardo.
Ooooeee! Siamo pronti, guardie armatevi, si parte!
Il totale della crociata che doveva arrivare a palazzo reale era formata da tre carrozze; la prima chiamata di direzione, la seconda, la nostra, la carrozza nobile ed in fine la carrozza merci.
Il duca, dato l'importanza del prezioso carico, duplicò la guardia ai carri, ponendo dodici paladini a cavallo come scorta ed i tre cocchieri più fidati, Luigi, Amelio,Gelmino alla guida dei carri.
Ad un certo punto inaspettatamente sobbalzai, ci stavamo muovendo.
Percorremmo una strada canonica, di commercio.
La strada era solcata parallelamente ai lati, spegnendo la vitalità dell'erba che cercava a fatica di uscire dalla dura terra, trovando sfogo al centro delle ruote delle carovane.
Ai lati di questo sentiero si potevano notare, distillati qua e la, decine di arbusti a tronco cavo dall'aria stanca che con fatica riuscivano ad ospitare qualche nido di piccoli volatili.
Mi concentrai, soppressi il rumore degli zoccoli e delle ruote.
Come aveva già fatto il mio anziano compagno di viaggio, addormentandosi.
Iniziai così a leggere.

Idra: animale ciclopico d grande fama. Si narra che solo pochi campioni nell'arte dello scontro selvaggio possano sconfiggerne una. Generalmente per abbatterle l'organizzazione si svolge a più uomini, di solito venticinque, addestrati sia nell'azione offensiva e difensiva.
La vittoria contro un animale cosi grande e feroce è assai improbabile anche con una formazione così numerosa e con manovre di accerchiamento.
La magia è forse l'unico modo per dare luce e lodare trofei come una testa d'idra.
Se ne troverete mai una sul vostro cammino badate bene: lei sarà sicuramente più veloce di voi nel rincorrere la vostra fuga.

"Figlio, allora hai pensato a quello che ti ho detto riguardo alla purezza? Spero che tu abbia sancito alle mie parole sacro rigore, come sarà sacro il valore del consiglio che il re ci donerà."

"Certo padre ho pensato molto, spero e sono certo che non sciuperò questa mia grande occasione. Io amo Roberta padre e userò tutto me stesso per la risoluzione dei miei problemi".

"Eccola, la posso intravedere, la determinazione del cavaliere... vedo con piacere che ormai sei un uomo e la tua vita prospera nell'orgoglio degli Zù. Non insidiarti troppo nella lettura caro. Chi conosce troppo eleva il sapere delle sue origini, le tue già dorate e grandiose non dovrebbero superarsi, potresti portare molta invidia anche tra il più colto duca, una volta che avrai risolto i tuoi problemi."

Ma cosa intendeva dire con questo? Dovevo smorzare la mia regale ambizione? Ma per quale macabra causa? Per quale motivo?
Mio padre non aveva mai parlato in questo modo, forse qualche avvenimento l'ha intorpidito.
Forse c'è qualche motivo per cui venga colpito dall'ansia della mia conoscenza. Di sicuro non era per la nostra visita al re ne per il mio svezzamento,
Forse... forse aveva colto dai miei occhi desiderosi, quel desiderio profondo nel fare mia quell'armatura.
L'iscrizione posizionata su di essa, era li appositamente per catturare la mia abbagliata vista, bisognava seguire meglio le sue parole.

non aprirete questo baule per proteggere il regno
brillare non serve ne a cacciare ne a governare
luccicare serve solo ad attirare l'attenzione
del nemico più feroce
sacrificando se stessi per se stessi

Chissà, forse quando la mia carne, la mia pelle, raggrinzirà sotto il calore della mia vista stanca e la mia spada trarrà vigore della saggezza del frassino, forse riuscirò a capirla. Ma di una cosa sono sicuro, iniziare a pensare ora serve solo a limitare quella tarda vittoria ostacolata dai miei problemi.

Contemporaneamente, a palazzo reale...

"Sire sire! Nel viale ormai è contesa, la fiaccolata arde accesa, ormai è arrivato l'imbrunire e nomi di viaggiatori che ancor non so proferire"

"Bene, se tutto è pronto apriamo queste benedette danze. Orsù sbrigatevi, nel tempo in cui il mio vestito mi si indossi gli ospiti devono essere nella sala cerimoniale."

"Signor si, mio sire!."

Era impossibile da spiegare. Pensavo che la strada sterrata fosse ancora sotto le ruote della carrozza, ma... quale rumore sublime, quale tempo si era dedicato per operare l'arrivo dei suoi ospiti.
Dalle piccole finestre della carrozza, alla mia destra e alla mia sinistra, mi accorgevo della folta erba che accarezzata dal vento veniva solcata dagli pesanti zoccoli e dal trascinarsi delle ruote.
Aprii la porta anteriore ed uscii posizionandomi accanto a Luigi il cocchiere, stupefatto per quello che potevamo vedere.
Mio padre non parlò, anch'esso inebriato dalla poesia di quell'entrata che ci avvicinava a palazzo.

"Principe stia attento i sobbalzi qui sono frequenti!"

"Non si preoccupi Luigi, sono già caduto nella bellezza di questo castello."

potevo udire il rumore del vento che quasi magicamente ci spingeva verso nord, solcando la radura vestita di una curata chioma d'erba che ci portava verso la montagna, la montagna delle mura che i miei occhi, ancora, non riuscivano a contenere.
Non si potevano contare le impervie torri accese che sovrastavano le alte mura, nere come l'inchiostro, risplendenti a quella sfida che noi uomini stavamo dando alla natura, racchiudendo in quel costrutto la bellezza dell'infinito delle stelle e l'angosciante grandezza del cielo notturno.
Il sole si stava inginocchiando alla risoluzione della strada, fino a morire per essa, spegnendosi e rinascendo in migliaia di nuove vite, posizionate ai bordi della via, ormai sotto la cinta.
Era notte, la tenebra scese su di noi. La strada di ghiaia si faceva pesante, i cavalli nuotavano in quel mare si piccoli sassi che li facevano soffrire, rallentando il trascorso verso la luce, la speranza, la vita.
Che sofferenza quella strada, eravamo già affannati per la nostra visita al re.
Mi accorsi che tutto il castello, dall'avamposto alle distanti stalle, era di marmo nero lucido. Magicamente, questo rifletteva tutte le luci del castello, brillando nell'oscurità.
I piccoli sassi finirono. Eravamo ormai sul conte levatoio già abbassato. Più di duecento carrozze poteva contenere sulla sua schiena e le sue braccia contavano anelli grandi quanto dieci uomini.
Il duca, portando un braccio fuori dalla carrozza mi indicò la torre più alta, la torre reale. Molto strana, composta di una fattura grezza fino alla sua cupola, mentre di qualità regale sulla sua sommità, unica parte che si notava dall'esterno.
Era tutto di dimensioni colossali, angosciandomi, ma non era di organizzazione molto diversa dagli altri castelli. La struttura era identica, la ricchezza che esso conteneva invece no.
La si poteva notare dai drappi reali.
Ben sedici torri, sedici torri vestite di una fascia viola scuro che portava l'insegna del re, la corona.
Questo luogo conteneva un intera popolazione.
Ci fecero accomodare nella piazza centrale, non notai alcuna faccia conosciuta, seguii mio padre.
Conveniva con altri principi e duchi, da me conosciuti solo di vaga fama nel ricordo del loro nome.
Nell'attesa di entrare a palazzo notai molte donzelle nobili, meravigliose.
Pensai a Roberta!, la sua lettera! Non avevo mai completato la sua lettura.
L'avevo dimenticata ma ora potevo leggerla:

Pensa sempre due volte prima di agire e se trascorsa una alba la tua mente sarà ancora voluttuosa di andare avanti, prosegui il tuo cammino.
Ci vediamo presto e ricordati che...

Come che? Era finita con quel che, quel che che mi inacidiva. Non aveva scritto di amarmi.
La mia mente si isolò nel pensiero di Roberta. Guardavo mio padre muovere le labbra e blaterare, blaterare parole d'intesa.
Non riuscivo a capire.
Continuai per la mia strada, al seguito del mio duca, fino a che, finalmente ci fecero entrare.

Magari la lettera era a metà, magari una parte di essa era stata persa dall'incompetenza del suo messaggero.
Si si, dev'essere così... per il regno, questa storia mi renderà pazzo. Non mi inebetirò per amore.
Io sto già amando l'inebriarsi del mio corpo al pensiero di Roberta, io sto già rinascendo in Roberta e nella mia fantasia, che la crea in me.
Che odiabile situazione, forse quel contadino aveva ragione. Cosa interessa ad un nobile del mio rango dell'amore, del sentirsi amato. In fondo a me stanno così a cuore le parole che non riesce a pronunciare per non ferire il mio orgoglio, perché sono un cavaliere, alla pari di poeti e marinai.
Forse perché io nel mio sangue non sono come loro... nel campo dell'amore sono solo un suddito che mi sta odiando... forse...

Entrai nel salone, era colossale, ciclopico, non riuscivo a catturarne la fine. Appesi alle pareti si mostravano decine di trofei di caccia, teste appese ed imbalsamate appartenenti a magnifiche creature, alcune delle quali addirittura estinte, come l'ippogrifo.
Al centro dell'enorme stanza si presentava un regale banchetto, più di cento sedie attorniavano un tavolo quasi infinito, bandito con i cibi più prelibati del regno.
Non era un banchetto canonico, lo potevo notare dai frutti rari ed esotici provenienti dal regno d'Alice e dai servi che stavano ungendo le saporite carni dei pesci pescati nel regno di Denise.
Queste pietanze andavano fuori dalla mia immaginazione.
Ero già pieno delle parole di cortesia di mio padre. Stavo parlando con Riccardo ottavo della staccionata, piccolo possessore di una radura dalla quale nascevano i migliori cavalli del regno.
Poco dopo mi fermai pensieroso.

"Anche la persona più rozza ha dei sentimenti ma solo se una persona è finta riuscirà a dimostrarli con coraggio."

Di scatto mi girai. Un uomo basso barbuto e tozzo, dai capelli bianco splendenti mi posizionò una mano sulla spalla, finendo di proferire le parole che entravano come ago nelle mie orecchie.

"Tu devi essere Nicolò terzo di Zù"

"Si, sono io, con chi ho l'onore di parlare?"

"Ahh bel giovane, sempre a tirare in mezzo l'onore voi nuovi cavalieri, lascia che l'onore sia altrui per una volta. E dico questo perché ho sentito delle tue gesta e di ciò che ti affligge, sono un tuo parente alla lontana, Ordnassela sesto di Zù, ero io un tempo ad insegnare a tuo padre."
"È un onore per me scoprire queste parentele proprio qui! Mio padre parla sempre poco della famiglia, spero che non si offenda se il suo nome non era venuto alla mia conoscenza."

"Suvvia caro sei perdonato. Cosi giovane, ma posso dirti solo una cosa, alla fine tutto terminerà tutto si sciuperà con splendore, nemmeno il più bel verbo resisterà al tempo ma le emozioni che tu riuscirai a provare, quelle resisteranno per l'eternità. Lotta per il tuo amore, lotta per esso...!"

Mentre Ordnassela proferì tali parole, iniziò ad allontanarsi.
Rimasi perplesso. Ero così famoso anche tra i nobili più grandi, cosi famoso da non conoscere nemmeno il nome dei miei parenti.

"Ragazzo pensa prima a che cos'è l'amore, pensa al tuo orgoglio,a che cos'è quel forte orgoglio che va in contrasto con il tuo sentimento ma ti permette d'amare."

ascoltai le parole dello strano uomo perdersi tra la folla con lui, allontanandosi da me e lasciandomi solo con me stesso. Quelle parole si ripetevano, amore, orgoglio, ormai ero dedito all'azione, come potevo pensare a dei consigli.
Papapa parapapapapapa! Un grande rumore di trombe inondò da ogni direzione la sala, quasi a far oscillare i drappi reali, portando il silenzio nella stanza.

"Sire, sire, siamo pronti alla sua venuta, grande e compiaciuta. Il popolo è ormai incantato dal suo mantello tramandato se desidera iniziare le trombe faremo suonare."

"Certo iniziamo ma... dov'è Claudia?

"La regina già l'aspetta nella piccola stanzetta, a chiamar da lei son stato mandato per iniziar il celibato."

Il re accolse il mantello sulle spalle, sistemò gli abiti facendo allungare la violacea tunica fino alle ginocchia e iniziò a camminare. I servi lo seguivano, uno reggeva la coda del suo manto sollevandolo, un altro lo anticipava, munito di una grande cesta colma di fiori, gettati ai piedi della passeggiata reale.
Altri quattro lo attorniavano armati di grandi fiaccole, posizionandosi a quadrato, facendo scomparire l'ombra del re.
Mio padre finalmente smise di parlare. Ebbe un momento di tregua nell'attesa ormai ansiosa, delimitata dal suono delle trombe.
Lentamente mi affiancai a lui e sottovoce proferii...

"Padre non mi avevate mai parlato di Ordnassela il nostro consanguineo."

"Ordnassela? Forse ti stai sbagliando figlio, la nostra casata manca di un Ordnassela nobile, il suo nome potrebbe essersi confuso tra la bolgia della folla."

Questo mi rese ancora più dubbioso.
Papapa parapapapapapa!
La grande porta che si poneva alla fine della stanza a nord si aprì di colpo.
Una decina di individui scesero in abito da sera, erano magnifici. A due a due quelle fila sfumavano nelle vesti da un blu notte fino al bianco, seguiti dal re e sia moglie, accerchiati da altrettante persone vestite di un misterioso viola.
Come un eclissi che compare nel cielo soffermandosi difronte a tutte le mie certezze, iniziai ad ammirare il re, osservandolo, non era un uomo esile, era robusto.
Il marmo del pavimento fu colpito da una grande quantità di petali in fiore, calpestate con delicatezza da due magnifiche persone.
Il mio re e la mia regina.
Vincenzino ottavo sire di Cristina, Affiancato dalla moglie Claudia seconda di Humo.
Non riuscivo a distaccare lo sguardo dal mio re.
Il suo viso era ancora molto giovane seppure l'inoltrata età che portava. I suoi capelli erano ancora bruni e nobili, stranamente sgargianti per il tempo che possedevano.
Era avvinghiato dalla testa ai piedi dai più importanti abiti cerimoniali, rossi e viola sbiadito.
Si mescolavano alla mia vista in un emozione d'impotenza, mi sentivo piccolo ed insicuro al veder luccicare la sua corona cosparsa di zaffiri e rubini, mi chiedevo quanto sangue nobile potesse scorrere nelle vene di un solo uomo. Attendevo con ansia le sue parole, non si fecero attendere molto, i servi lo misero in piena luce...

"Sudditi, siamo qui riuniti oggi per celebrare il nuovo anno e il continuare di questo regno nella storia dei tempi, accarezzando prosperità ed onore."

un grande applauso di tutti i presenti enfatizzò le sue parole, ma al guardare i nobili, i loro volti, i loro occhi, notai che quell'applauso non era cosi sincero come poteva sembrare. Occhi critici e mani sonanti.

"Durante questo anno, lo so, ci sono stati molti diverbi e discussioni. La nostra sana e grande prosperità è giunta a vacillare e per questo io vi invito a questo banchetto, decidendo quello che sarà il miglior da farsi per riportare equilibrio nel regno."

i nobili preso posto velocemente al tavolo, mantenendo una postura composta in attesa di altre parole reali.

"Miei sudditi, prima di mangiare e di consacrare il nostro incontro, leggerò dei versi da me scritti, nella speranza che voi pensiate alle difficoltà da me accusate nel governare in quest'anno ormai passato il regno."

il secondo dei servi sulla destra tirò fuori dalla tasca dell'abito una pergamena, dotata di fattura sottile. Fino a coprirlo, il cerimoniere si posizionò davanti al re e iniziò a leggere.


Il bivio

tutto ciò che m'appartiene
è mio
come m'appartiene
il mondo
come il mondo m'appartiene
per dio
come dio appartiene
per me
come io raggiungo dio e ne divento
quando amo




Pensai, pensai ancora, non trovavo conclusioni nella mia mente. Quei versi si intricavano in me e non riuscivo a capire.

"Sudditi, ora scegliete quale strada vi è consona e quale lo è per il regno."?
Ahh quest'opera aveva due visioni, che sorpresa potevo scegliere, potevo raggiungere quello che desideravo difronte al bivio.
Ero seduto esattamente al centro del tavolo bandito. Guardavo a destra e sinistra senza sondare la sua fine.
Finalmente si iniziò a mangiare. Dalle minestre più ordinarie alle carni più salate, dalla frutta più esotica ai dolci più cremosi. Dentro di me stava iniziando a nascere un sentimento di disagio, quasi come non meritassi il cibo che stavo mangiando. Gli altri nobili non avevano di questi problemi.
Il re era a capo della tavola a sinistra, la regina a destra. Era come se fossi perennemente osservato dal loro potere. Loro non mangiavano. Fissavano la folla abbuffarsi quasi volendo far trasparire che loro non avevano bisogno di essere come noi, di noi non avevano bisogno, ci erano superiori e ci stavano nutrendo.
D'un tratto, ad interrompere il brusio del chiacchiericcio costante che mi circondava, come il pizzo che attorniava i decorati piatti, un uomo si alzò in piedi e con gli occhi bassi, deboli difronte al banchetto che aveva davanti, nominò il suo nome.

"Mio sire Vincenzino, assaggiai di buon grado il suo vino, assaggiai la sua carne speziata, d'origine curata, amai amo ed amerò il suo castello ma scusate se devo presentar il mio fardello, questo quesito mi affligge ma non si può legare col mio nome, Ivo diciannovesimo con dedizione..."

Ma perché mai stava parlando in questo modo? Ridicolo. Quasi il mio riso non riuscivo a controllare nell'ascoltare quelle parole. Ma come si poteva usare cosi tragicamente il verbo, la burocrazia non ha bisogno d'estetica, il suo risultato è già la bellezza del governare con prosperità.
Fissavo Ivo diciannovesimo, non aveva risposta dal re, la corona lo fissava. Stava aspettando inebetito che il sire gli concedesse parola.
Cadde il silenzio.
Più di cento sguardi attanagliavano la viola veste reale ma nemmeno un gemito, nemmeno un piccolo vibrare, solamente un lieve movimento di mani dall'alto al basso che concedeva la parola al nobile.
"della montagna di Astra son imperatore
presiedo il mio confine con ardore

la mia terra duole

bagnata dal pianger dei nuvoloni
in pulsanti acquazzoni
ora le carrozze vediamo incagliare
ai piedi del colle simile a mare
muschietto e terriccio diventano nemici
per zoccoli non più felici."

Mio padre sedeva alla mia destra, non potevo non interpellarlo, questa cosa era ridicola mi servivano delle spiegazioni. Toccai il gomito di mio padre e chiesi il motivo di questo parlare cosi fanciullesco.

"Nicolò dimenticavo di dirti. Con il re ci si può esprimere solo in rima. Questo caratterizza il rispetto che si ha per lui, ci sono delle regole molto rigide. Più una parola è aulica più ci si avvicina alla nobiltà del re, più c'è coraggio dunque più ci si porterà verso rime più ricercate.
La possibilità di parlare con il Sire è data dal proprio titolo e dai propri possedimenti, Ivo non possiede quasi nulla se non un arida montagna ormai bagnata, dunque parla da povero nobile."

Il bisbiglio di mio padre aveva distratto le due persone che mi fronteggiavano al tavolo, un anziana ed un fanciullo

"Marco hai capito cosa ha detto Alessandro primo? Ecco la risposta al tuo quesito."

Erano Enrica ventiduesima duchessa di Zim ed il suo nipotino Marco ventiduesimo, di vasta fama nobile, grandi possessori delle pianure centrali

"Enrica, è sempre un piacere elogiare con le mie umili parole la casata verdeggiante." Disse mio padre con sorriso.

"Mai fare il lavoro che può fare un altro ancor meglio no?"

Una risata scoppiò tra i due duchi non curanti del silenzio che era stato violato.
Dopo poco Vincenzino si alzò in piedi iniziando a parlare.

"Ivo, sai che non si piange mai per niente. Saprai anche che la passione per le cose può farti piangere ancor di più. Imperatore è un termine inadatto, regnare era migliore ma non lo potevi usare. Se la tua terra ormai sta diventando palude ed in essa affonda la mia amata montagna, devi saziare l'acqua. Se non è acqua è fango e non sarà difficile colmarlo fino a che non si potrà vedere il nuovo crescere dei fiori. Compra la ghiaia e riempi il tuo problema o questo mai diventerà più leggero".

Di colpo sia Ivo che il sire si sedettero.

"Vedi figlio mio, in ordine di importanza si sono iniziati a dare i consigli, tu puoi far attendere solamente le tre case che affiancano la regina, le tre Cristine"

Come? Anch'io dovevo parlare in rima al mio re? Ma quale rispetto, quale ammirazione dovevo esprimere ma fortunatamente avevo diverso tempo per riflettere.
Ormai il banchetto reggeva le tre ore abbondanti. Tra le fila delle vivande e dei nobili stavo cercando i genitori di Roberta, il ducato di Howl.
Non li avevo mai visti, mi era persino vietato parlargli prima del nostro matrimonio.
Nostro matrimonio già, speriamo sia nostro e non solo mio.
Mi rincuorava non capire quali di questi nobili fossero. Sua madre , mi avrebbe ugualmente colpito con la sua bellezza, come fece Roberta...
Roberta...
Le mie gambe ormai erano inibite come il bronzeo busto di Cristina al centro del palazzo.
Dovevo sgranchirmi, andare a fare due passi per poi risedermi e ricominciare a mangiare.
Ma chi prendo in giro, scrutavo e bramavo di vedere... ohh madre di una dea perché non ti mostri.
Improvvisamente, poco più distante della carrellata di maiale che si stava dirigendo verso di me, un altro uomo si alzò in piedi.
Dovrò subirmi questa atroce tortura e dover ascoltare tutti questi nobili e i loro problemi...

"Padre, scusate se non ascolterò qualche compagno di sangue, ma ragion di natura chiama e devo assecondarla"

"Vai pure figlio, ma fai in fretta."

Nicolò uscì a capo basso dal grande salone, prese la strada di sinistra, opposta alla precedente entrata reale. Si ritrovò di colpo in un ampio corridoio vuoto.
Come eremita non curante, udiva il venir meno delle voci della grande sala, mano a mano che si spingeva nel corridoio che iniziava ad essere tappezzato di arazzi.
D'un tratto, quasi giunto alla fine della sua via, uno strano profumo gli si conficcò nelle narici, il nostro cavaliere iniziò a barcollare, a tratti, sino a cadere inginocchiato. Il più stridente grillo non era paragonabile al tumulto che costante nasceva e moriva nella sua testa.
Un gemito di dolore si unì al digrignare dei suoi denti.

Ahhh la mia testa, che dolore, qualcosa mi sta chiamando a se... qualcosa … maledetta armatura...

Nicolò si fece forza. Si alzò in piedi a gran velocità, iniziando a seguire il forte pulsare delle sue cervella. Ogni passo, sempre più doloroso, gli indicava la via.
Strascicando, appoggiato alle pareti, camminando, invadendo la nebbia del suo sguardo, uscì dalla struttura principale del palazzo.
Si diresse in una piccola caserma poco più in la, il luogo dove abitava la fantomatica corazza.

Deve essere mia...

Trascorse un ora al banchetto, molti nobili avevano già dato parola, altri dovevano darla.
Alessandro primo iniziava a credere che suo figlio potesse ritardare per il consiglio.

Massimo settimo, marchese di Blu.
Un uomo esile si alzò in piedi e chiese parola.

"Non è mai la parola in questa scena sire, primo ed ultimo io non posso stare, nel sopportare l'atrocità d'udire .Anticipar vorrei il mio ululato , tanto da informar il vostro creato."

Il Re Vincenzino mutò nel volto e indignato mostrò la sua miseria, raccogliendo la sfida e lasciando parlare con il consueto segno della mano il marchese di blu, Massimo settimo.
Deciso il duca ingoiò rumorosamente la saliva, si schiarì la gola e con voce costruita iniziò a far luce alle sue motivazioni.

"Bruciava la vampa!
L'odore del foco sanciva l'idea del calore
ma quale stupore
veder miseria d'amore

Blu il nome del terreno
come il silenzioso ciel sereno
che quella notte iniziò a parlare
ed il mio blu illuminare

Mostra a me cielo le terre affrante!
mostrami iroso i segreti del diurno!
e quel spion messagger sprezzante
d'incoronato marchio velato

Segreto è segreto quel che è innominato
segreto è segreto quel che è osservato
ma mai constatato

Bruciava la vampa!
in quella notte luminosa
bruciava la verità!
in quel giorno a tratti
illuminato di lettere e ricatti

Omeroso il suono dello scoppiettio del quesito
posto a fumo del foco proibito
che a bruciar sian sol le pergamene
o ragion di dubbio posso tenere
e la campana posso star pronto a sonare
per il rubar di informazioni d'oltremare

Orsù miei compagni
trovate il coraggio!
aprite gli occhietti un po socchiusi
alzate e denunziate
all'arrembaggio

Che i pirati ormai d'amici s'è fatti
nascondendo gli atroci misfatti
all'arrembaggio ora
contro l'imperatore

Ombroso governante

Conciata della nostra pelle
è la sua tracolla
riempita della nostra schiavitù

Mai constatata
sempre osservata
ora svelata"
"Come osa entrare in questa caserma! Lei non può stare qui. È chiaro a tutti che la proprietà reale non può essere invasa e tanto meno dagli ospiti del re, ragazzo si faccia riconoscere, mi dica il suo nome!"

Nicolò si era intrufolato all'interno della struttura nella quale era custodita l'armatura, guidato quasi magicamente da un misterioso suono nella sua mente. Questo luogo era una grande guardiola, qui erano conservati i doni reali fino a che il sire non li avrebbe portati successivamente al suo cospetto.
Simile ad una stalla, riempita delle carrozze dei nobili, contava al suo interno almeno quaranta cavalli. Alla fine di questa stanza odorante di mangimi, si trovavano una fila di armadi altissimi, ferrati, di almeno tre metri,

"Ahhhhh!"

Nell'appello della guardia, nel sentire quelle urla mescolarsi al tintinnio nella sua testa, ormai giunto a fastidio, costante fischio, il nostro cavaliere proferì.

"Sono Ni... Nicolò terzo, fate... fatemi passare, devo andar... devo andare al mio carro."

"Lei non può avanzare fino a che il re non l'autorizzerà. Noi non abbiamo alcuna notizia del suo arrivo, nemmeno la regina può entrare qui e lei, ragazzo ha già varcato il limite di questa soglia. Le consiglio di ritirarsi per il suo bene."

Questa guardia era più determinata di quanto Nicolò pensasse, altri tre armigeri la raggiunsero preoccupati per l'indesiderata presenza, osservando il principe risoluti.
Nicolò portava una mano sul capo per il dolore, sapeva che il suo tesoro era in questa stanza ma non poteva farlo suo. Gli armigeri continuavano ad osservarlo.
Dietro di lui l'atrocità della notte lo poneva come avanguardia. Il suo abito da sera mostrava la sua lucida e misteriosa nobiltà mescolarsi alle tenebre, fino a che le guardie fecero sue passi veloci verso di lui.
D'un tratto, proprio nel fondo del suo sguardo, proprio dai banconi ed armadio che formavano un vero e proprio muro a fondo stanza, vide dalle fessure di uno di questi un luccichio.
Qualcosa di irreale, magico, mitico. Il fischio nella sua mente aveva smesso d'esistere...

"T'ho trovata!"

una guardia adiacente al bagliore che proveniva dalle fessure della grande anta e dal faro d'apertura, se ne accorse, si mosse veloce nel tentare d'aprire l'armadio.


"Questo è il mio ultimo avviso! Esca da qui immediatamente o sarà arrestato per alto tradimento! Questo è un oltraggio innanzi a tutto il regno, lei sta sfidando la più grande autorità del suo mondo solamente con la sua presenza in questo luogo e la punizione per il suo affronto sarà terribile se i suoi passi non si ritorceranno supini verso il passato e chiederà scusa per aver imboccato il cammino errato.
Lei, marchese di Blu, oltraggioso è stato lo sviluppo del suo recitare, nella mancanza di forma del suo verbo. Lei, che si è spinto all'accusa verso di me, il suo re, lei, che si idolatra a martire per bloccare il mio scadente regnare, mi dica ora... conferma la sua parola o cavaliere è solo nell'interpretazione e nell'indicare? Sono sicuro che il coraggio le mancherà nell'affrontare la mia risposta mai stata cosi seriosa.
Orsù mi dica, io sono un suo superiore, il mio volto governa nell'immortale bronzo tutte le mie città.
Io posso unico e solo continuare il regno e non mi difenderò di accusa alcuna. La mia corona esprime già più di tutto il continente. Risponda al mio quesito.
Lei, traditore ed infedele, crede che la realtà dell'ovvio, di quelli che tutti vedono, sia velata per omertà o per coraggio? Forse lei non è l'unico nobile coraggioso, forse è l'unico che impaurito nasconde la verità e dichiarare l'ovvio non porterà mai cambiamento nell'animo. Dire che io sono un re non porterà alla fine del mio dominio. Il vero coraggio non è la verità, non è imbastire le menti, il vero coraggio è partecipazione.
Ora che il mio consiglio è stato dato, portate via questo giullare, le risate non fanno più parte di questa serata.

"Lasciatemi come osate!"

Due robuste guardie afferrarono il marchese di Blu e strattonandolo per le braccia lo portarono fuori.

"Finirà anche il suo dominio Vincenzino, finirà presto, loro capiranno che lei è in combutta con i pirati di Denise per vile denaro e che sta insabbiando tutto con i suoi finti messaggeri!"

Massimo settimo marchese di Blu venne trascinato fuori dalla sala da pranzo.
Un silenzio spaventoso si insidiò tra i tavoli.
Alessandro primo duca di Zù era inibito, i volti degli altri nobili erano sconvolti, tutti sapevano ma non c'era abbastanza audacia I fatti non potevano svelarsi dove vibravano le forti parole.
Nessun nobile diede prova di coraggio, coraggio...

"Lasciatemi! Non capite, state sbagliando! Io sono Nicolò terzo di Zù. Devo prendere l'armatura.

Più mi dimenavo con forza dalla presa delle guardie più loro stringevano.
La luce del fondo sala iniziò ad arrivare fino a me, a piccoli passi. Stavo smettendo d'accusare dolore. Di colpo m'accorsi d'un modo per sfuggire ai miei carcerieri. La luce mi investiva totalmente. Il capo delle guardie ed i suoi sgherri rimasero abbagliati, accecati, sentivo il coraggio pulsare nelle mie vene, percepivo una grande forza.
L'intensità della luce era ormai fortissima, soffrivo nel cercare di guardarla ma non ci riuscivo.
Iniziò a scottarmi il viso, le mie mani erano calde, potevo sentire lo scuotere delle mie vesti allo sciuparsi, allo scolorirsi, all'alleggerirmi sotto il peso di quel caldo bagliore.
La dura presa delle guardie in poco tempo divenne un lieve gioco. Le mani che catturavano il mio colletto di pizzo ricamato di facevano deboli, andavano a strattonare la mia veste, le mie gambe.
Non avevo più alcun vincolo ma ero cieco. Sentii due tonfi, due uomini in armatura che stramazzavano al suolo. Era il mio momento, dovevo essere forte. Quell'armatura m'ha portato fin a qui e io devo portarle rispetto, portarle coraggio.
Non avevo più paura, aprii gli occhi ed iniziai ad urlare...

"Robertaaaa."

Le lacrime iniziarono a cospargermi il viso per il dolore di quella luce. Era tutto bianco, ero padrone del mio coraggio, ero coraggioso, non ero più turbato.

"Robertaaaaa"
La luce smise di colpo, al suo posto una tenue scia mi segnava la via. Magicamente ricominciai a vedere.
I miei occhi seguivano la coda di quella stella che come foglia s'arrendeva, cadendo al suolo, aspettando la rinascita.
Corsi verso l'armadio. Sfoderai il mio pugnale dalla cintura e con forza scardinai l'anta dell'armadio, spezzando la lama e ferendomi ad una mano. Con due colpi ben assestati aprii completamente la porta.
La potevo vedere, era bellissima, meravigliosa, era... era mia...
" É vero, forse sono stati presi dei patti con i pirati di Denise ma dov'è che si insinua il male nel salvaguardare il proprio regno? Questo volevo chiedervi miei umili servitori, dov'è quel dolore che con tanta foga è stato denunciato stasera?
Pensate agli attacchi di quei pirati che tanto provavano la nostra economia, oggi si sono quasi dimezzati. Non c'è nulla di segreto in questo, nessun messaggero è stato corrotto, è la notizia che è sfuggita di mano a quei messaggeri. Io ho un impero da mandare avanti, un regno da gestire, un popolo ed una moglie d'amare e scusatemi tanto se queste questioni di denuncia poco m'interessano. A nome del regno smettiamola con l'ingiuria e troviamo coraggio nella coesione delle nostra gesta!"

il banchetto ricominciò normalmente. Altri due nobili, il principe Arturo della casata di Mox e Jimmy ventiseiesimo di Cartacea chiesero il loro consiglio.
Alessandro primo si stava chiedendo dove fosse suo figlio ma la sua preoccupazione non trasudava dal suo volto.


La luce all'interno della caserma s'era affievolita svelando cinque corpi svenuti al suo interno.
Il nostro cavaliere, ferito ad una mano, rientrò veloce nella sala da pranzo. La sua traversata dalla grande porta al suo posto, correva sotto gli occhi severi del padre.

"Dove diavolo eri finito. Tocca a te! Non deludermi figliolo, sei già sulla buona strada."

Il duca di Zù aveva notato la mano sanguinante di Nicolò, bendata in malo modo con un pezzo d'abito proveniente dalla sua veste stranamente scolorita ma non c'era tempo per domandare.
Nicolò dall'aria agitata s'alzò in piedi e iniziò a parlare.
Enrica ventiduesima duchessa di Zim accompagnò le parole dei Alessandro assecondandole con un sorriso.

"Coraggio... il coraggio non mi mancherà sire, nel elogiare la triste verità e speranzoso troverò il confine del mio gridare senza più fine. Perché di fango anch'io mi son macchiato, non avendo mai svelato, quel che ho capito in quel giorno inferocito."

La maggior parte dei nobili iniziò a blaterare sottovoce. Alessandro primo, impaurito ed adirato, sgranò gli occhi guardando suo figlio. Il re Vincenzino sorrideva, al pensiero della ribellione del ragazzo.

"Mai più mio sire paura accuserò, mai più il mio coraggio resterà nascosto nell'avido turbamento del mio cuore. Forse il regno ancora non è pronto, forse di me non ha alcun bisogno ma io con coraggio urlerò e lei mio sire se vorrà scusare gli ignoranti versi potrà ascoltare, perché la rima non potrà che divorare quel ch'io devo gridare."

Quasi ridendo Vincenzino gli diede parola, intimandolo di dar peso alle sue affermazioni. Il resto dei nobili rimase ad osservarlo sconcertato, immaginandosi il suo breve destino.

"L'amore del mio regno arde in me come il calore della vampa, amerò. Trarrò dal mio regno l'amore per amare. Io qui supino ammetto di non aver niente. Io qui vostro servo ammetto di non valer null'altro che come cavaliere, per questo non userò sfoggio della mia poesia ma piuttosto ascolterò i consigli di mio padre. Scusate se la rima non vi potrò dare mio sire ma nel rispetto vostro e del grande regno una domanda vi devo fare. Questa non arriva da lontani confini, questa non arriva nemmeno dal suo magnifico castello, in ginocchio risposta vi chiedo...
Quello che attanaglia il mio cuore e mi rode dentro mi sta persino facendo perdere fiducia in quello che amo, la mia vita, la mia terra , la mia casata, il mio re. Forse per colpa dell'incompetenza d'un messaggero ora son turbato e per quella grande vampa che ora arde nel mio cuore voglio chiederle un favore, che la maledizione di Cristina venga annullata, per far fronte all'unione della mia casata con quella degli Howl che fino a Roberta Andrea prima fu incantata.
Mi mostrerò a lei come schiavo ma per una sola volta lasciate libero il mio cuore, anch'esso vostro servo. Permettetemi di sentirmi amato da Roberta Andrea prima di Howl come io l'amo e l'adoro, come l'aratro della mia vita solca e semina grazie a lei.
Io l'amo mio sire, perdonate la mia ribellione se ora vorrò esser servitore del mio cuore."

Alessandro primo esalò un respiro di sollievo. Ormai tutti i nobili si stavano aspettando il peggio per il nostro principe. Nicolò si vide circondato da centinaia di sguardi, rimase quasi impaurito difronte all'attenzione che non s'aspettava d'avere.
Il Re sorrise, fece tre piccoli applausi con le mani.

"Verità... Perdonerò il tuo verbo giovane principe, lascerò correre le tue parole in questa stanza, anche s'esse non erano sublimi e delicate. In quello che tu hai proferito non ho colto finzione, non ho trovato nemmeno coraggio, ho trovato solo verità. Ascoltate tutti questo giovane cavaliere che con l'ammissione della verità si è reso partecipe della più grande ribellione, della più magnifica e sensazionale verità, il dolore del suo amore. Certo, vedrai vacillare l'autorità che t'ha creato d'innanzi allo scuotere del tuo cuore che ancor giovane non s'è rafforzato con sofferenza ma bada bene, le tue parole hanno avuto un grande potere, le tue parole ci hanno reso uniti.
Tutti i nobili di questo regno devono capire che la verità non si troverà scavando nelle fondamenta dell'impero, non bisognerà cercarla nell'assoluta tranquillità del cielo o nel marmo dei nostri palazzi, la più grande verità è quello che si fa vivo all'esterno, è la sofferenza di noi uomini nel non poter placare il nostro disagio. Non hai usato i mezzi canonici per risolvere il tuo problema, non hai reso popolare la tua intenzione ma questo non ha importanza. L'unica cosa che conta è che la tua consapevolezza della ribellione è nobile, inginocchiandoti nel denunciarla, rendendoci parte del tuo dolore, non dimenticando a chi appartieni e chi può risolvere il tuo problema. Quella sofferenza d'amore che non potrà mai essere più vera di questo banchetto. Dunque io ora perdono l'affronto della tua casata, il tuo problema necessita della magia per contrastare la volontà dell'ormai distante Cristina che ora, ha fatto il suo tempo. La fiamma che arde in te, come son sicuro che bruci in molti altri qui, non è una vampa, non è un sentimento di rancore, nel non poter essere quello che si vorrebbe e non vedere le cose dalla propria visione. La fiamma che arde in te e che mostra il calore del tuo coraggio brucia di una vera sofferenza, accusata dalla giustizia del tuo cuore e non del tuo spirito. Sei un buon esempio per il regno. Lo stregone di corte sarà poi, al tuo servizio."

Stupiti i nobili terminarono il banchetto, ascoltando il lungo dibattito del re con le tre Cristine.
Alessandro primo fu orgoglioso di suo figlio, per la prima volta veramente uomo e cavaliere.
Nicolò aspetto con ansia, nel silenzio della tempesta del suo cuore l'incontro con lo stregone.

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