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Narrativa

La stanza di Massimo Acciai, Tecnostorie di Massimiliano Chiamenti, Il tempo sospeso di Maddalena Lonati, Camera 730 di Maddalena Lonati, Un altro giorno, un'altra mosca, per caso... di Enrico Pietrangeli, Sette racconti al futuro di Paolo Ragni, Il Piano di Daniele Profeti

Poesia italiana

Questa rubrica è aperta a chiunque voglia inviare testi poetici inediti, purché rispettino i più elementari principi morali e di decenza...
poesie di Massimo Acciai, Elvira Balestracci, Caterina Bigazzi, Daniel Bosco, Miriam Cividalli Canarutto, Andrea Cantucci, Sonia Cincinelli, Rossana D'Angelo, Elisabetta Giancontieri, Renato Lonza, Manuela Palchetti, Anna Maria Volpini

Poesia in lingua

Questa rubrica è aperta a chiunque voglia inviare testi poetici, in una lingua diversa dall'italiano, purché rispettino i più elementari principi morali e di decenza...
poesie in lingua napoletana, esperanto ed inglese

Recensioni

Di amore e morte di Enrico Pietrangeli - recensione di Lidia Gargiulo
Seduti dalla parte del torto di Devil Buio - recensione di Simonetta De Bartolo
Tutta colpa della poesia di Dario De Lucia - recensione di Massimo Acciai

Interviste

Il ruolo del consulente letterario: Intervista a Marco Bazzato
di Massimo Acciai

Sabato - Per un sorriso

 

di Paolo Ragni


Quando avrò ventidue-ventitre anni, mi succederà questa storia.
Sarò una sera d'estate a prendere una pizza con degli amici. Saranno probabilmente compagni di università, o di piscina. Sarò piuttosto nervosa, perché mi avrà lasciato, solo pochi giorni prima, il mio ragazzo: una storia bella ma poi sempre più acida, fino alla fine. Saremo una decina di persone, una pizzeria accanto allo stadio, all'aperto. Mentre mi siederò mi verrà accanto un ragazzo della mia età, l'aria vagamente mediorientale. Niente di straordinario, occhi grandi e scuri, zigomi alti - nerissimi e lunghi i capelli. Con intonazione francese mi chiederà: "posso sedermi qui?"
"Sì" risponderò, senza farci molto caso.
La serata passerà come tante altre, ridendo, scherzando, berrò troppo vino, dirò un po' troppe cose. Il ragazzo accanto a me si metterà a parlare.
Man mano che passerà il tempo, inizierò a guardarlo interessata. Avrà un modo di parlare tra sognante e invasato. Mi dirà di essere a Firenze per motivi di studio, viene dal Belgio per imparare l'italiano.
"Amo moltissimo la vostra cultura, la vostra storia, la vostra lingua. In Belgio ci sono molti italiani. Io vorrò vivere in Italia".
Le sue parole mi piaceranno, così come il suo sorriso e quella parlata nasale leggermente sgrammaticata. Mi piacerà per i suoi difetti -una cicatrice alla mano sinistra, il naso piegato, il mento sporgente.
A fine della cena mi saluterà:
"Io sono lieto di averti conosciuta" dirà con sussiego.
Mi informerò subito chi l'ha invitato, una certa Caterina, amica di un'amica. Quest'amica la conosco piuttosto bene, Caterina l'avrò vista sì o no due volte.
Il giorno dopo ripenserò a lungo su questo ragazzo. Non ricorderò lì per lì nemmeno il suo nome, stralunata come sarò. Poi mi tornerà alla mente, "Paul" si chiamerà. Telefonerò all'ora di cena al cellulare della mia amica. Gentilmente mi dirà il cellulare di Caterina. Subito dopo telefonerò a Caterina. Le inventerò una scusa qualsiasi. Abboccherà, o forse non abboccherà affatto, ma mi darà comunque il telefono di casa di questo Paul. Vivrà in una stanzuccia con un altro belga, un turco o un curdo o chissà cosa, venuto dal Belgio anche lui per studiare, si manterrà agli studi lavorando in un ristorante.
Insomma, mi sarò procurata il telefono di Paul. Lo chiamerò a casa. Dal numero capirò che vivrà in pieno centro storico, zona Santa Croce. Mi risponderà un'altra voce nasale.
"Chi parla?"
"Sono -" e lì per lì sarò incerta se dirgli il mio nome. Incredibile! Un giorno intero che ci penserò e non saprò cosa dire.
Insomma, mi presenterò.
"Cosa devo lasciare detto a Paul?"
"Che l'ho chiamato io. Se mi vuole ritelefonare al cellulare…"
La sera aprirò le finestre e farò entrare un po' di fresco. Non riuscirò a prendere sonno. Prenderò un libro. Passerà così più di un'ora. Arriverà mezzanotte, l'una. Lentamente mi verrà sonno, il cellulare sarà rimasto acceso tutto il tempo. Lo spengerò, chiuderò le luci, lascerò aperta la finestra. Mi addormenterò e farò ogni sorta di sogni, sognerò Paul, in una pizzeria dove tutti parlano il francese ed io solo no. Scherzerà con me e mi regalerà una rosa.
La mattina accenderò il cellulare. Un messaggio da numero sconosciuto. E' di Paul, ha chiamato nella notte dal cellulare del suo amico. Sarà contento di vedermi. Non oggi, venerdì, ma domani a mezzogiorno, sarà libero. Ci vedremo davanti a un ristorante in Piazza Duomo.
Il giorno dopo sembrerà non arrivare mai. Giungerà anche mezzogiorno, la stranissima ora prescelta. Mollerò di brutto una lezione all'università. Mi metterò stivaletti col tacco, jeans bianchi ed un camicione rosso trinato. Arriverò in forte anticipo in Piazza Duomo, aspetterò senza farmi vedere. Avrò paura di non riconoscerlo. Mi chiederò come sarà vestito, cosa penserà di me. E dire che non gli ho più telefonato, gli ho solo mandato un sms di conferma.
Camminerò in su e in giù, udirò una risata, una mano si poggerà sulla mia spalla.
"Sono io!" esclamerà la sua voce "Anche tu in anticipo?!"
Mi vergognerò di essere stata scoperta, diventerò rossa, vedrò che lui mi osserverà incuriosito, mi sentirò investita dal suo sguardo in ogni fibra, mi vergognerò quindi ancora di più.
"Era molto che eri qui?" mi domanderà.
"Un…attimo".
Non mi sembrerà più bello di ieri l'altro, ma ancor più desiderabile, migliore in tutto di come me lo aspettavo.
"Dove vuoi andare?" mi chiederà.
Me lo porterò in giro per le strade intorno al Duomo. Non sarà molto tempo che lui vivrà a Firenze, quindi non saprà molte cose della città. Sembrerà passare molto del suo tempo a studiare o a lavorare, su questo sarà piuttosto vago. Si capirà subito che avrà voglia di parlare ma che avrà paura di sbagliare. Pronuncerà alcune frasi tenere e convenzionali, come si leggono sui libri per stranieri. Le sue sgrammaticature mi faranno sbellicare dalle risate.
"Tu ridi perché parlo male. Vorrei vedere che tu parlassi francese, o fiammingo, come me. Io ho imparato anche lingua curda da mio compagno di stanza Suliman. Lui è curdo in esilio. Suoi parenti andarono in Belgio, quando c'era la dittatura. Ora è qua per trovare lavoro, imparare traduzioni. Vuole tornare in Kurdistan conoscendo quattro o cinque lingue. Suo parente aveva ditta di import-export, vuole tornare a casa. Tu conosci queste lingue?"
Riderò. Risponderò di no:
"Conosco l'inglese benino, il francese poco. Ho appena iniziato a studiare tedesco. Ti chiedo scusa. Non volevo offenderti".
Mi sembrerà risentito, in realtà capirò che ha già vissuto almeno tre o quattro vite e saprà mille cose di più di me.
Passeggeremo adesso per la città come due vecchi amici ma sarei pronta da un momento all'altro a cadere ai suoi piedi.
Paul mi guiderà attraverso strani negozietti che tra i miei amici frequenterà solo lui. Mi farà vedere che, se non saprà nulla della mia Firenze, ne vivrà almeno un'altra, ritrovo di belgi, maghrebini, turchi, curdi, giordani. Legherà molto con questa gente, mi farà capire di essere amico di questi, spiantati come lui. Mi parrà strano che un belga venga in Italia per studiare senza il becco di un quattrino.
Mi dirà di avere solo poco tempo a disposizione, si arrangerà con qualche lavoretto: dovrà essere in un bar a servire alle tre. Al momento di congedarci mi porgerà la mano, non saprò far di meglio che buttargli le braccia al collo. Mi ricambierà l'abbraccio, mi stringerà a sé, sussurrerà qualcosa in francese.
Ci rivedremo tutti i giorni, tutte le mattine per un'ora, o i dopocena, molto tardi. Lui avrà molto da lavorare, e poi dovrà fare delle ricerche per una sorella. Gli porteranno via molto tempo.
"Che ricerche devi fare?" gli domanderò.
"Vedi" mi dirà abbassando gli occhi "Mia sorella in Belgio ha una grave malattia. Io devo aiutarla. Dovrà fare una cura dolorosa, costosissima. Forse la porterò in Italia. Qua la vita costa meno".
Capirò quindi perché Paul non sembrerà mai contento fino in fondo, eppure gli dimostrerò il mio amore in ogni occasione.
"Mia sorella è grave. Deve fare un trapianto. Di midollo osseo. In Belgio è difficile, queste cose sono molto care".
"Ma là non esiste una sanità pubblica come da noi?"
"Sì, sì… ma dobbiamo fare presto!"
La giornata si concluderà tristemente, penserò tutto il giorno, tutta la notte, l'indomani alla sorella di Paul.
"Come si chiama?" gli domanderò l'indomani.
"Esther".
Mi farà vedere la foto: tirerà fuori da un vecchio portafogli una carta un po' strapazzata, una bella brunetta dallo sguardo fiero.
"Lei sta male?"
"Sì".
Le giornate trascorreranno in lunghe passeggiate per il centro. Paul si fermerà, in mezzo alla strada, mi stringerà le mani, mi abbraccerà, mi solleverà di peso. Non saprò resistergli mai. Morirò dalla voglia di vederlo, morirò quando mi saluterà, quando starò senza lui qualche ora. Mi verrà da svenire al telefono con lui, quando gli manderò sms, quando penserò che il suo amico li leggerà; sverrò stando con lui a tu per tu, quando lo vedrò illuminarsi per un sorriso. La notte non riuscirò a prendere sonno, morirò, vivrò di questo.
Dopo alcune settimane, Paul mi dirà, improvvisamente:
"Devo andare via. Devo partire subito".
In quel momento morirò del tutto.
"Partire?!"
"Devo andare via. In Belgio, in Kurdistan".
"Dove?!"
Non capirò più niente. Mi appoggerò ad un lampione, mi lascerò scivolare per terra.
Paul mi guarderà, si strofinerà le mani.
"Forse tra due o tre giorni".
"Cosa dici!" ma non riuscirò a pronunciare altro, resterò per terra.
Mi punterà i suoi occhi neri addosso. Implorerò con lo sguardo un sorriso, non mi sorriderà, non tenterà nemmeno di rialzarmi.
"Ti dirò tutta la verità. Un minuto solo. Non sono belga. Sono curdo anche io. Vivo in Belgio dall'età di otto anni. I miei fuggirono dal Kurdistan quando le persecuzioni divennero insostenibili. In Belgio erano appena fuggiti loro amici. Adesso che la dittatura è caduta, voglio tornare in patria".
"Ma… me… tua sorella… l'operazione…"
"Esther non esiste. Ho tre sorelle ma nessuna è quella della foto. La ragazza della foto - è la mia fidanzata. Il Belgio non c'entra niente con lei. Ha subìto anche lei le persecuzioni del nostro popolo. E' ritornata di nascosto in patria. E' lei in fin di vita. In patria non esistono ospedali per lei, non può fare là il trapianto. Vuole morire là. Io la voglio portare a curarsi in Italia".
Piangerò, piangerò, piangerò. Mi nasconderò il volto tra le mani. Paul mi prenderà per un braccio e mi rialzerà. Griderò, singhiozzerò, mi dispererò ad alta voce.
"Perché… mi hai mentito… perché… perché…!"
"Sono un vigliacco. Mi… vergognavo".
"Ma come ti vergognavi!"
"Non so".
Ci saluteremo così, con questo "non so". Io aggiungerò solo pochissime frasi. L'ultima sarà: "Non me lo dovevi fare, no, no…"
Questa storia sarà durata molto poco, non saprò mai più nulla né di Paul né della sua fidanzata, ma sarà stata molto intensa. Altre storie forti mi accadranno in futuro, ma forse come questa no, non avranno una fine così spietata e inspiegabile. Quando ci saranno fini così, le storie dureranno molto più a lungo del tempo vero. Il tempo futuro non si conoscerà quando si vivrà, ma sempre poco anche quando finirà.
 

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