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Libri a fumetti

I primi fumetti sulla Luna
Articolo di Andrea Cantucci

Cinema

Un'occasione mancata
di Maria Antonietta Nardone
La prigioniera
di Maria Antonietta Nardone

Fotografia

ll fotografo cubista: intervista a Federico Comelli Ferrari
di Alessandro Rizzo

Miti mutanti 10

Strisce di Andrea Cantucci

Un'occasione mancata


 

di Maria Antonietta Nardone


"La solitudine dei numeri primi"
Saverio Costanzo
(Eurcine, 1)

Che peccato! E che occasione mancata! La storia di Alice e Mattia, che dopo aver conquistato con il romanzo oltre un milione e mezzo di lettori, avrebbe potuto raggiungere fette ancora più ampie di spettatori, non colpisce e non emoziona. Un vero peccato! Innanzi tutto, per la prima mezz'ora, chi non avesse già letto il romanzo, fa fatica ad individuare l'identità dei personaggi, che trapassano continuamente dall'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza e ritorno, creando non poca confusione negli spettatori ignari del testo. E questo, per un narratore, mi sembra una grande pecca. La destrutturazione e ricostruzione di una trama attraverso più tasselli che si compongono in un ordine tassativamente non cronologico, non mi ha persuaso. So bene che il dolore erompe a suo insindacabile arbitrio, ignorando qualsiasi linearità temporale, e riuscire ad esprimere questa incontrollabilità intervenendo nella strutturazione narrativa è una sfida troppo allettante per un autore, sia esso regista o scrittore, ma tutto ciò non può portare ad un'incomprensibilità così lunga e palese. A titolo di cronaca, la sceneggiatura è firmata dallo stesso regista, Costanzo, e dall'autore del romanzo, Paolo Giordano.
Inoltre il film, per lunghi tratti, risulta noioso mentre le pagine del romanzo tengono attaccato alla pagina il lettore fino alla fine, assolutamente senza neppure l'ombra di un passo noioso; anzi. L'appunto maggiore che faccio al romanzo è nel manicheismo con cui vengono tracciati i genitori di entrambi i protagonisti, senza alcuna sfumatura tratto che trovo tipicamente adolescenziale, psicologicamente immaturo e nell'aspra rigidità che alberga negli animi di Alice e di Mattia, due figli durissimi con i rispettivi genitori; due figli che non conoscono parole come comprensione o perdono. Se per loro è stato così imperdonabile essere figli di genitori così inadeguati (che nel film, ignoro il motivo, diventano "mostruosi"), bè, anche per quei genitori non deve essere stato facile aver a che fare con dei figli così chiusi, torvi e arcigni.
Artificiosa poi mi è parsa la scelta di usare musiche da giallo alla profondo rosso o da thriller orrorifico perché essa carica di suspanse posticcia una tensione che è già nelle vicende dei personaggi e non c'è bisogno di alcuna sottolineatura. Una scelta che sembra fatta a freddo, una scelta di testa, decisa a tavolino. Così come quella di spostare le scene drammatiche che provocano il trauma verso la fine del film, allestendo così un mistero che oltre ad essere artificiosamente costruito, appunto, non giova alla vicenda narrata.
Quindi della storia di due creature prigioniere di un trauma che, rendendoli un po' diversi dai loro coetanei e dal loro omogeneo conformismo, li isola in una solitudine che entrambi non riescono a violare, che resta nel film? Essere prigionieri di un corpo, su cui i due trasferiscono i loro disagi più profondi, incapaci di manifestarli verbalmente, e non ricevendo alcun aiuto dal mondo degli adulti che li circonda, ecco, questa mi sembra la lettura più avvincente del romanzo. E nel film? La manipolazione dei corpi (che sia l'anoressia, l'autolesionismo o l'ingrassare per indifferenza) dà un senso di potenza che nasconde l'incapacità e l'impotenza di operare un mutamento, una vera trasformazione delle proprie coordinate interiori; una trasformazione capace di aprire i due personaggi all'amore e alle relazioni tout court. Il dominio sul proprio corpo viene attuato per coprire l'incapacità di sciogliere vecchi traumi-nodi che li imprigionano in un'incapacità di amare e di perdonare (e di perdonarsi, aggiungo io). Ebbene, tutto questo c'è nel film? Io credo che non sia sufficiente mostrare ferite e tagli o il corpo ischeletrito dell'attrice protagonista né quello imbolsito dell'attore protagonista. La profondità di un simile dolore, mi dispiace dirlo, non passa; in pellicola, non passa. E gli esercizi di stile del regista, che si avvale tra l'altro di una splendida fotografia, non colmano questa distanza, questo non riuscire ad arrivare alla mente e al cuore dello spettatore. È apprezzabile che si sia voluto asciugare, alleggerire un po' il grande carico di dolore che sostanziava il romanzo; ma il punto è che il film non tocca, non colpisce, risultando così eccessivamente freddo e schematico oltre che narrativamente confuso.
Peccato! Dopo "Private", di cui fui entusiasta ammiratrice, dopo l'ambiziosissimo e suggestivo seppur irrisolto "In memoria di me", mi aspettavo molto da Saverio Costanzo. E mi dispiace essere uscita così delusa dalla visione di questo suo terzo lungometraggio. Detto questo, gli attori Alba Rohrwacher (straziante il suo inappagato desiderio di amore, che si esprime con sguardi lancinanti e frasi smozzicate, ed impressionante il suo corpo scavato, che si muove come una marionetta disarmonica), Isabella Rossellini (che dona alla madre di Mattia un tono dolente e diverse, finissime sfumature, che il personaggio nel libro non ha) e Arianna Nastro (un'adolescente all'esordio che ha nel volto e nel corpo una misteriosa riservatezza che conquista) sono bravi, molto bravi e straordinariamente in parte, ma il film nonostante questo apporto interpretativo non riesce proprio a prendere il volo.

 

La prigioniera


 

di Maria Antonietta Nardone


"In carne e ossa"
Christian Angeli
(Filmstudio)

Ecco finalmente uscire in una sala romana il primo lungometraggio di Christian Angeli, promettentissimo regista di cortometraggi, tra cui l'intenso eppur asciutto "Fare bene Mìkles", letteralmente sommerso di premi internazionali. Questo suo primo film, intitolato "In carne e ossa", girato nel giugno del 2007 e pronto nel 2008, trova infine la possibilità di essere visto dagli spettatori ossia di avere finalmente una vita propria.
In una villa isolata e maltenuta, Edoardo e Alice si apprestano a festeggiare il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio. La coppia, lui, un medico agli arresti domiciliari, lei, una pianista che pensa solo ai suoi concerti, ha una figlia venticinquenne, Viola, che vive reclusa nella propria camera, dove divora libri su libri, mostrando evidenti segnali di un serio disturbo mentale che lambisce l'anoressia (si nutre solo di caffè e biscotti) e trova sfogo nell'autolesionismo (fisico e psichico). In questo universo chiuso e concentrazionario arriva François, uno psichiatra giovane ma già professionalmente affermato, chiamato a risolvere i problemi di Viola. Apparentemente sembra essere questo il motivo del suo arrivo alla villa. In realtà egli è spiato e osservato di nascosto non solo da Viola, ma anche dai suoi genitori. E la macchina da presa che segue i movimenti dello psichiatra quasi fosse uno sguardo animale, perfino ansimante, pronto a studiare e cacciare la sua preda è molto efficace.
Tutti e tre, distintamente, ambiscono a conquistare e tirare dalla propria parte François, raccontando, ciascuno, la propria versione dell'origine di un disagio che stringe l'intero nucleo famigliare. Ciascuno, nel proprio racconto, si presenta come vittima dei congiunti. E sul ricorso al vittimismo che scorre in tante depressioni e in tanti vissuti paranoici si potrebbero scrivere pagine e pagine, ma non è certo questa la sede. Riuscirà François a districarsi da queste maglie ingarbugliate e a portare un effettivo aiuto all'infelicissima Viola? Non saranno tuttavia i racconti di parte a svelare il mistero di questo malessere bensì le azioni, i comportamenti nascosti di alcuni e coraggiosamente scoperti da altri. E la vicenda, a poco a poco, si illumina, e si mostra per quello che è; un dramma del disamore. Un disamore così profondo che ammala e sfinisce tutti e tre i componenti di questa tremenda famiglia, sia pure con gradi e responsabilità diverse. È il padre, Edoardo, che ruba alla figlia le frasi del suo toccante diario per scrivere un romanzo, firmato da lui solo. È Edoardo che sottrae al computer dello psichiatra francese i files di pazienti che potrebbero comprometterlo e li usa con intento ricattatorio proprio verso la donna amata da François, una politica che non può permettersi scandali. È Edoardo che ha un'azione manipolatoria nei confronti di tutti gli esseri umani con cui entra in contatto e a cui risucchia tutta la loro creatività, tutta la loro linfa vitale. Accanto a questa volontà manipolatoria e vampiresca di Edoardo, si affianca il gelo affettivo di Alice, su cui è cresciuto come una pianta velenosa un cinismo che a tratti sfiora la caricatura - strappando spiazzanti risate in sala -. Una coppia di genitori insani che proiettano la malattia sulla figlia (l'elemento più debole), in modo da nascondere le proprie rispettive patologie, tenendo così insieme e "legata" una famiglia che senza questa nefasta proiezione si slaccerebbe all'istante. E Viola, la sensibile ma determinata Viola, alla fine ed anche un po' a sorpresa, fugge da questa prigione di violenza e sopraffazione. Fugge, si emancipa; anzi, si libera. Il tutto raccontato con grande sottigliezza psicologica e senza pesantezze.
A ciò hanno contribuito, oltre alla regia e alla sceneggiatura, attori e collaboratori artistici in maniera determinante. Luigi Diberti interpreta il padre Edoardo in maniera magnifica e dà a questo padre spregevole tocchi che mi hanno ricordato il terribile padre dei fratelli Karamazov, Fjòdor Pàvlovic, desideroso di carpire la simpatia altrui nascondendo in realtà un'anima cattiva e mefitica; all'atmosfera di Dostoevskij mi hanno portato anche quelle sue "assenze" epilettiche o paraepilettiche come in Smerdjàkov (il figlio concepito con una serva) nelle quali lo scrittore russo rintracciava una delle possibili origini del male. Qui a Viola, per fortuna, basta la fuga, la liberazione senza ricorrere al parricidio. Maddalena Crippa disegna una madre così gelida che più gelida non si può, in flagrante contrasto con quel suo vestito rosso fuoco; e lo fa con un sarcasmo ed un'asciuttezza che non hanno eguali. Ivan Franeck dona al suo psichiatra un'instabilità tanto affascinante quanto inquietante; una fragilità che quasi si respira nello sguardo più bruciantemente d'ebano che mi sia mai capitato di incontrare nelle mie visioni filmiche. Alba Rohrwacher è bravissima nel tratteggiare con una naturalezza assoluta "la prigioniera" di due genitori anaffettivi e straordinariamente egoisti. Bravissima ad esprimere con tutto il corpo, con i movimenti, con le ferite, un'infelicità e una sofferenza entrambe altissime. E lo fa con una disinvoltura e una delicatezza che stupiscono e conquistano.
La ricerca formale e la sensibilità pittorica, così inconsuete in un film italiano (Guadagnino a parte), si mostrano attraverso la fotografia semplicemente meravigliosa di Giovanni Battista Marras; una fotografia ora calda, ora onirica, ora visionaria ben coadiuvata da una scenografia di grande e sottile eleganza. Splendida, visivamente, la cameretta di Viola; una cameretta che rimarrà impressa a lungo nella mia memoria. E una certa, voluta freddezza nel modo di girare è in contrasto con i colori accesi degli interni, i tendaggi rossi, inattese colorazioni viola che descrivono un mondo netto, manicheo, irrealistico. Mentre durante la fuga in macchina i colori assumono un tono naturalistico, quotidiano, per non dire ordinario, a sottolineare una salutare entrata nella realtà. Efficace poi mi è parsa anche la musica di Terrinoni, che si esprime con incisivi e suggestivi suoni di chitarra.
Angeli dirige con mano sicura e scioglie una materia narrativa non facile da sbrogliare, grazie anche alla sceneggiatura firmata assieme a Gianni Cardillo. La scommessa di ambientare l'intera storia in una villa è stata audace eppur riuscita. Narrativamente c'è qualche momento eccessivo e non del tutto in tono con la tonalità del racconto (con un involontario sbocco comico che risulta stonato) e a volte il desiderio di mostrare e dimostrare la propria bravura, più che perdonabile e comprensibile per un regista all'esordio; ma questi sono dettagli che non inficiano la riuscita del film. Quando la sua mano si muove leggera tra veli, ombre, porte chiuse, fruscii di foglie si sente il tocco di un regista di razza capace di sostanziare in maniera convincente un mistero affine a certi quadri vagamente minacciosi di Magritte e a certe scene sprizzanti inquietudine di Linch. Con fiduciosa pazienza, dunque, attendiamo l'opera seconda.

Postilla
Mi permetto di dire che il titolo "In carne e ossa" non è azzeccato. Il fulcro del film non è l'anoressia, che pur c'è ma solo come sintomo finale di una sopraffazione famigliare che ha portato Viola ad un'insidiosa depressione. E se "Il tuo disprezzo", titolo originario, non è parso abbastanza accattivante per qualcuno (promotion oblige), quello con cui è stato sostituito è incongruo e fuorviante.

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