Eventi  -  Redazione  -  Numeri arretrati  -  Edizioni SDP  -  Indice generale  -  Letture pubbliche  -  Blog  -  Link  

  Indice   -[ Editoriale | Letteratura | Musica | Arti visive | Lingue | Tempi moderni | Redazionali ]-


Libri a fumetti

Un Edgar Allan Poe come non l'avete mai visto... L'Antro dell'Orrore di Corben e Margopoulos!
Recensione di Andrea Cantucci

Cinema

L'etica del cinema
a cura di Giovanna Salerno
Universo di celluloide
di Iuri Lombardi
Recensioni
a cura di Massimo Acciai

Interviste

Io, l'altro: Intervista a Mohsen Melliti
a cura di Sonia Cincinelli

Art nouveau

Art Nouveau : Art and Crafts
di Maddalena Lonati

Video

Dettagliato Resoconto sullo Stato delle Cose (per il Bene Comune)
un video di Massimo Acciai e Paolo Ragni

Fumetti in corso 5 - 6

Strisce di Andrea Cantucci

Universo di Celluloide
 

di Iuri Lombardi


"Ai nostri occhi il cinema sostituisce un mondo
che s'accorda ai nostri desideri"
(G.L. Godard)


L'universo diegetico traccia davanti a noi il profilo della via lattea: miliardi di stelle, di immagini ci sobbalzano contro, tanto da non saperle neppure afferrare con le mani, le nostre mani nude, e neppure con gli occhi, a quanto pare, accecanti da una bellezza divina. Ciò che ci appare d'incanto è il cinema: l'altra faccia della realtà che noi vediamo, viviamo. E' un insieme di paesaggi, persone, luoghi che sembrano essere dei riflessi lucidi su di un coccio di cristallo. Una proiezione, insomma, sulla quarta parete, quella incantata, sulla quale si estende l'infinito, il frammento della storia, in particolare della nostra, in altre parole: dove termina il reale ed inizia l'onirico. Il viaggio che inizia da qui, con gli occhi puntati sul bianco macchiato di nero come un urlo nell'aurora, oggi porta in una sola destinazione, nel pianeta dei corti. Cortometraggi, piccoli racconti, fuori del tempo, senza età e di età diverse, i quali sono accomunati da un sottile filo chiamato similitudine. Parola facile, in questo caso, da tradurre in giornalismo cinematografico, impronta etnografica, indagine antropologica che prende respiro tramite l'obiettivo. Tre corti di due registi diversi, di poetiche distanti tra loro ma assimilabili per la stessa passione per il mondo, per la vita, per le cose: Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini. Per il primo regista visitiamo Gente del Po e N.U, poi il viaggio prosegue con La sequenza del Fiore di Carta, per il secondo cineasta. Non ci resta allora che augurarci buon viaggio!

Gente del Po e N.U - La macchina da presa si fa spazio fra le acque navigabili del Po, a pochi passi dall'Adriatico, dove il fiume cede il passo al mare incontrandosi alla foce, dove, come afferma la voce fuori campo, l'acqua dolce si mescola con quella amara. Brevi riprese panoramiche, a trecentosessanta gradi, delineano l'orizzonte lungo la battigia, teatro del dramma di una piccola famiglia di pescatori che si consuma quotidianamente. Uomini e donne dal volto scavato, dai corpi affaticati, si trascinano a poppa della propria barca per un altro giorno di duro lavoro. per una pesca miracolosa che puzza già di miseria. La fune è snodata e una breve spinta di remo fa salpare la barca che adesso, nelle prime luci del mattino, si dirige a largo, oltre il fiume. La macchina da presa la insegue, la raggiunge, filma ciò che vede per intrappolarla tra le maglie del proprio occhio che, presto, sarà il contenuto di una pellicola, un piccolo frammento nell'universo di celluloide. Tutto sul fiume scorre con lentezza, persino la vita dei protagonisti, dei nostri pescatori, sembra essere sempre uguale: pesante, indelebile, monotona, tagliente come una lama di rasoio. A riva non è rimasta che la capanna disabitata in attesa del ritorno serale per essere di nuovo abitata. L'obiettivo sembra respirare, palpare quei corpi, inseguirli, a cominciare dalle riprese frontali tra le acque che riflettono il cielo grigio del Veneto.
Cielo grigio che a distanza di pochi anni si ritrova nel solito obiettivo, questa volta a Roma, nelle prime ore dell'alba, a filmare la vita dei netturbini che, quasi per incanto come fossimo a teatro, appaiono con i loro arnesi da lavoro a ramazzare lo sporco della strada. La città si sveglia, passanti ancora assonnati passano sfilacciati davanti alla macchina da presa che filma. Brevi parole concitate s'accompagnano al rumore delle ramazze lungo le strade semidormiente e tra i lampioni che si spengono come fiammiferi nel vento. Brevi panoramiche immortalano la cupola di San Pietro per poi ritrovare i soliti spazzini nell'ora del rancio. Lungo un muro scalcinato, tra locandine di film e roba varia, i netturbini pranzano con pane e latte servito in delle ciotole. Brevi dissolvenze ci riportano sulle strade: è l'ora del congedo, della ritirata. Oramai la città si è svegliata, le strade sembrano pulite e tutto può ricominciare. Ora, i netturbini sono come le mosche bianche e nulla più sappiamo di loro. Roma svegliatasi dalla notte appare incantata, affacciata sul Tevere dove l'obiettivo, il ladro di immagini e di storie, sempre spegnersi abbandonandoci.

La Sequenza del Fiore di Carta - Ninetto Davoli cammina per le strade di Roma e con lui la macchina da presa, la presenza di Pier Paolo che si fa obiettivo, quasi fosse un fantasma, per rovistare nei pensieri del ragazzo. Una carrellata d'immagini, lunga quanto un treno, incombe al suo passare. Sono scene di guerra, del Vietnam, di soldati feriti, di minacce nucleari, immagini fasciste, sequenze d'archivio recuperate per l'occasione. Il ragazzo che sorride cammina, cammina, cammina mentre le immagini, come brevi e struggenti epifanie, non tentano di placarsi, sovrapponendosi tra loro al ritmo melodico delle dissolvenze incrociate. Una voce fuori campo - il verbo di Dio - (voce di Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini) giudica recitando che l'innocenza è una colpa e di colpa si può morire. Il ragazzo, allegro e dal passo raggiante, tiene in mano un grande fiore rosso di carta mentre la voce di Dio, con un tuono, declama la sua morte. Ora la macchina da presa è sul ragazzo inerme, inanimato e sul gigantesco fiore che fa ombra al giovane cadavere. Si tratta di una morte qualunque avvenuta per strada. Ninetto muore perché ignora ciò che accade attorno a lui, perché ignora la guerra, il sangue, la miseria e la bellezza umana. Muore perché incapace, per la sua puerilità d'animo e psicologica, di ascoltare il lato drammatico dell'esistenza per il quale è necessario prendere posizione. E' da vigliacchi non essere coscienti, non saper distinguere il bene dal male, o, ancor peggio, il giorno dalla notte.

Gente del Po e N.U segnano l'esordio cinematografico di Michelangelo Antonioni e sono reperibili nelle cineteche. Nel caso di Firenze si possono consultare nella Cineteca regionale. Si tratta di due filmati girati nel periodo bellico e sono pellicole diverse tra loro, come diversa è la data: '43/47 per la prima, '48 per la seconda. La Sequenza del Fiore di Carta fa parte di una serie di cortometraggi di vari registi del film Amore e Rabbia. Un progetto cinematografico nel quale hanno partecipato Bertolucci, Godard, Lizzani e Pasolini. Una pellicola importante dove generi e poetiche diverse tra loro si misurano, si confrontano, quasi a sviluppare un film d'inchiesta storica e sentimentale: un documento in bilico tra cinema narrativo e giornalistico.


II


Sesso. E' questa la parola che oggi incontreremo nel nostro universo di celluloide, lungo il viaggio nel cielo diegetico. Sesso, una parola che sembra farsi vita, azione prima ancora che desiderio, intenzione. Una parola poetica, fisica, intima, proibita, profondamente sincera. Ne parlo con Mik lungo l'Arno, al termine del giorno, quando all'orizzonte s'affacciano gli echi serali e le strade dintorno si fanno pallide di luci, di rumori sordi, di passanti frettolosi. Siamo seduti e un gioco di sguardi accompagna la nostra discussione sul cinema, tra ricordi e pensieri confusi. Siamo soli e il vento ci lambisce dolcemente. Mik mi parla della foto dei genitori nel giorno del loro matrimonio, in posa davanti all'obiettivo nei loro abiti eleganti. Il padre, in abito scuro, abbraccia la sposa sorridendo. Un pacchetto di bionde si intravede nelle tasche dei suoi pantaloni stretti, aderenti, a zampa d'elefante, quasi a manifestare un'enfasi esplosiva d'amore e un'adulta sensualità. Era il 1968, dice Mik, il tempo delle contestazioni, delle lotte, della rivoluzione femminile, delle minigonne e dei cortei. Era il '68, mi ripete sorridendo. Certo, il '68 dico io. E ci raccontiamo a vicenda la storia, cosa accade in quell'anno partendo dal cinema. Ci narriamo la storia secondo quanto ci ha svelato la macchina da presa, le trame proiettate sulla quarta parete, nelle buie gallerie delle sale cinematografiche. E discutiamo, discutiamo fino ad arrivare al punto che ci vince, che ci travolge: Teorema di Pier Paolo Pasolini. Ci soffermiamo, ci abbandoniamo al film, tanto da correre a casa per rivederlo, per assaporarne le scene scandalose per allora. E' notte fonda oramai quando suona il campanello di casa. Simona che ci ha raggiunto non sa niente di come abbiamo trascorso la serata ma sembra curiosa di sapere e la invito a guardare il film, che lei non conosce. E così anche lei sembra ora viaggiare con noi, sino all'impossibile, sino all'alba che ci sorprende addormentati sul divano a rovistare tra la cenere della discussione ormai andata ancora un'emozione, forse un eco. E così ricomincia il nostro esodo, il viaggio pasoliniano.

Teorema racconta la storia di una famiglia borghese, la cui vita un giorno è stravolta da un giovane amico di passaggio ospitato per una vacanza. Il capofamiglia, un borghese poco liberale, è proprietario di una fabbrica nella quale lavorano tanti operai. Abita nella villa dove risiede con la moglie e i due figli, un maschio e una femmina, più la cameriera. Si tratta di una villa lussuosa, con tanto di parco e di rimessa. Tutto sembra viaggiare per il meglio, sino a quando il giovane ospite inizia a svelare loro la vera essenza del sesso: la sua sconvolgente verità. Passano i giorni e la narrazione passa dal verbo all'azione. Ogni componente della famiglia è sedotto carnalmente dalla bellezza sconvolgente del giovane amico, al punto di subire una metamorfosi che gli fa cambiare il loro sguardo sulla vita e sul mondo. Il primo ad essere cambiato sembra il figlio maschio, che fa il pittore, che ad un tratto diventa folle e si trova a camminare nel deserto. Di seguito la sorella si ammala di crisi epilettiche, tanto da essere trasportata in ospedale. La madre dei ragazzi si fa prostituta e con la sua auto va ad abbordare i ragazzini per le strade dei dintorni. Anche la cameriera è cambiata, tanto da tornare in Emilia, sua terra d'origine, a pregare travolta da una vocazione mistica. Alla fine anche l'uomo, il capofamiglia, si sente cambiato e dona la fabbrica ai propri operai. Così racconta la storia, così ha inizio un'ipotetica e risolutiva rivoluzione: l'unica e vera che passa solo e attraverso la carne prima che nell'animo.



Rivoluzione attraverso il sesso, non rivoluzione sessuale. Forse la morale della favola è proprio questa: la capacità del sesso di sconvolgere e travolgere intere realtà. Infatti, cari amici, a pensarci bene è proprio così; solo il sesso può riuscire a modificare interi codici esistenziali, può riuscire a scomporre il mazzo delle carte per poi ricomporlo. Solo attraverso una rivoluzione che passa dalla carne in termini d'amore può farci ritrovare il senso delle cose, il filo sottile dell'intuizione, farci fare pace con la vita. In fondo, se bene si pensa la vita stessa è una manifestazione di carne e di spirito e solo attraverso questo modo di essere, questa condizione, possiamo accedere ad un'elevata e più alta considerazione di noi stessi e del prossimo. Insomma, noi, come sosteneva il poeta, siamo l'altro. Se non ci fosse l'altro non potremmo esserci, ci sarebbe negata l'esistenza. La vita stessa nasce da questo binomio, da questa partecipazione. Io esisto, noi esistiamo perché esiste il prossimo, l'altro. E' vero quindi il messaggio del film, la morale che si può così sintetizzare: non esiste altra rivoluzione se non quella tra noi e l'altro. Unica forma di cambiamento radicale e decisivo. Un impegno nei confronti della vita, un traguardo per il futuro

Teorema è un film del 1968. Il soggetto è tratto da un romanzo dello stesso Pasolini che porta lo stesso nome del film. Particolare e suggestiva è l'interpretazione i Silvana Mangano nella parte della madre. Alcune parti sono state censurate. A Firenze, oltre che essere reperibile in DVD, si può trovare nella cineteca regionale.
Un ultima cosa: vi consiglio di vedere il film, uscito nelle sale in questi giorni, di Riccardo Milani sulla vita di Luca Flores, musicista jazz fiorentino scomparso prematuramente. Una biografia interessante e fedele che fa riflettere. Buon viaggio.


III


La strada sembra un fiume di auto in corsa, una dopo l'altra; un fiume in piena che minaccia di tracimare e inondare la città. Io e Mik cerchiamo di attraversarla in attesa del verde ma nonostante il semaforo il timore resta. Lui è poco distante da me, tra il marciapiede, la nostra isola felice, e le strisce, mentre io sono pochi passi addietro e lo guardo nel suo intento mentre fumo. Le macchine non rallentano, disertano in pieno ogni segnaletica, ogni stop, ed il rosso pare loro essere indifferente. Mik si intimidisce con facilità; e così, dico in certi momenti, non mi resta difficile osservarlo. Lo vedo ora in certo ora deciso, mentre pronuncia ad avviarsi per poi ritornare sui propri passi e arrendersi. Allora gli dico- per incitarlo a muoversi, per fargli comprendere che lui è nella ragione e non nel torto, in quanto le auto si devono fermare sulle strisce-: "se sei pecora il lupo ti mangia!". Non comprende e allora gli ripeto la frase. Capisce, connette il ricordo come una spina nell'interruttore e mi dice:"certo, come non avevo potuto pensarci prima; la strada, noi intenti ad attraversare, le strisce, il viale e la frase della pecora e del lupo. Certo: La Cuccagna di Luciano Salce, in cui nel film Luigi Tenco veste i panni di Giuliano, un giovane marxista nullafacente, in lotta con il progresso e con le istituzioni".
"Allora te lo ricordi"- gli rispondo di botto.
"Certo, certo che me lo ricordo, e ricordo tutto persino la colonna sonora: la ballata dell'eroe di De Andrè, che Tenco canta accompagnandosi con la chitarra".
Certo, mi dico, come non si può ricordarci della Cuccagna, dell'unico film in cui Luigi Tenco, eravamo nel 1962, poco più che ventenne, è protagonista. Una pellicola di un Salce impegnato, se pur ironico, nella quale la fotografia, la musica, e il protagonista fanno un tutt'uno. Un film, affermo rivolgendomi a Mik, il cui scopo era quello di contestare una società radicalmente mutata. Sì, una pellicola che prescinde dal Tenco cantautore, un film che anticipa il '68, tanto da poter affermare che in esso il cantautore genovese ha espresso e vissuto il suo '68, non avendolo potuto vivere storicamente, essendo morto nel 1967. Un film, nel suo piccolo, manifesto. "Ma te la ricordi la trama?"
"No! Non tanto bene, sai l'ho visto diversi anni orsono".
"Allora te la racconto".

Giuliano, un giovane marxsista nullafacente, in lotta con se stesso e con la società, incontra per caso una ragazza che fa la dattilografa e che vive sognando di diventare una diva del cinema. Lei, la ragazza, però, è vittima di proposte indecenti da parte di fotografi e produttori che incontra durante i provini. Giuliano instaura con lei un bel rapporto d'amicizia, tanto da difenderla innumerevoli volte da questi soprusi. In tanto, col passare del tempo, l'amicizia va avanti: si incontrano nei caffè, escono assieme la sera, lei lo va a trovare e discorrono di politica, di antimilitarismo, di pace, di capitalismo e di omologazione, al punto che la ragazza si invaghisce di Giuliano e pian panino ne condivide le scelte e l'ideologia. Giuliano un giorno, stanco di questa società, della freddezza dei suoi simili, propone alla ragazza di suicidarsi assieme, come forma di protesta nei confronti del mondo. I due vorrebbero, infatti, suicidarsi in un campo militare ma nel momento in cui si recano nel luogo stabilito rinunciano all'estremo gesto e decidono di emigrare in un altro paese.

Il film, reperibile in qualsiasi videoteca e in DVD, è stato all'epoca bersaglio di innumerevoli critiche da parte di cinofili e cronisti. Anche i gossip fecero la loro parte, soprattutto a riguardo di certe idee che Tenco esprime con tutta franchezza. Molti ancora lo hanno considerato una sorta di preludio su ciò che si sarebbe verificato nel giro di pochi anni. Un preludio biografico che tende a risaltare, in tutta la sua suggestiva articolazione, l'immagine di un artista del suo tempo, in lotta con se stesso e con gli altri, con la società e col tempo. In realtà, a prescindere da quelli che possono essere i dati biografici, la pellicola sembra essere un film piacevole, ideologico, con i toni miti della commedia. Lo stesso Tenco, che recita con la sua voce, assume una mimica giusta, sia nei toni sia nella gestualità, ispirata a James Dean, incarnazione della bit generection cinematografica. Da ricordare una breve ma intensa partecipazione di Ugo Tognazzi che, per Salce, gira poco dopo il Disertore. Insomma si tratta di una commedia del suo tempo, ricca di suggestioni, le cui tematica sono ancora oggi di viva attualità.

ì
Segreti di Pulcinella - © Tutti i diritti riservati