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Ciccio Cappuccio e l'Imbrecciata
 

Alessandro Pellino


Tutta la zona che, attualmente va da Porta Capuana a via Martiri d'Otranto, sita nel quartiere dell'Arenaccia, verso la metà dell'800 era chiamata ""Imbrecciata"", a causa dei ciottoli con la quale era stata lastricata, la così detta ""breccia"". In questa strada, ripida e malfamata la facevano da padroni prostitute e camorristi. Il delitto era il pane quotidiano degli abitanti di quel quartiere; rapine, accoltellamenti, uccisioni e la prostituzione erano più che frequenti. Insomma, anziché una casa chiusa, era un rione chiuso. Il tutto cominciò all'incirca nel tredicesimo secolo. Nel tredicesimo secolo, Ferrante Ferdinando duca di Calabria (poi Re) perse al gioco con Fabio Incarnato 700 ducati ma, non potendo pagare, gli cedette 50 moggi di terreno. Questi fece costruire delle case e dei giardini. Morto Fabio gli eredi fittarono il terreno a diversi coloni. La zona era davvero bellissima, tanto che i napoletani vi correvano numerosi data, anche, l'amenità del sito. Lentamente, però, questo luogo divenne un famosissimo lupanare ed acquistò il nome di quartiere degli incarnati. Verso il 1692 questo quartiere venne a ripulirsi ed infatti ""il laido lupanare era, per la Dio grazia quasi estinto, vedendosi abitato da gente onorata e curiale"". Difatti le donne ospitate in questi postriboli si trasferirono al vico Gelso a Toledo, poi a San Matteo sopra i quartieri ed infine, nel 1851, furono relegate in un solo vico che fu circondato da mura di cinta. Era, infatti, di quell'anno l'editto col quale tutte le case di Tolleranza venivano dislocate in via Santa Maria della Fede nel quartiere dell'Imbrecciata, a ridosso dell'ospedale di San Francesco. La zona era anche detta ""del cavalcatoio"", in quanto vi si addestravano i cavalli. L'unica via d'uscita era proprio via Santa Maria della Fede che, però, era chiusa da un gran cancello in ferro e costantemente vigilata dalla polizia. Addentrarvisi era quanto mai rischioso, in particolare dopo il 1851. Da notare che, nel 1862 a Napoli c'erano 78 postriboli, di cui 26 all'imbrecciata mentre, nel 1863 si contavano 383 prostitute solo al''imbrecciata. Nel 1756, in Via Santa Maria della Fede, agiva Leopoldo Cappuccio detto 'o mandriano, che imperava quale Deus ex machina. Ogni attività lecita o non, era fatta oggetto delle sue attenzioni, tutto ciò che si guadagnava doveva essere spartito con don Leopoldo. In cambio di questa ""tassa"", 'o mandriano, assicurava tranquillità e protezione e qualunque inosservanza era puntualmente punita. Molto spesso, la punizione comminata, era un'urinata nel cappello del trasgressore. Nel 1784, don Leopoldo, venne trucidato dal nipote Antonio che ne prese il posto. Questi restò in carica per quasi venti anni. Dato che Antonio non aveva figli, gli successe nel 1804 il nipote, primogenito del fratello Francesco, detto Ciccillo tagliatella, contronome affibbiatogli a causa di tre sfregi sulla guancia. Dopo un anno Ciccillo fu condannato all'ergastolo per omicidio e il suo posto fu preso dal fratello Ferdinando. Nel 1817 ""salì al trono"" il figlio Totonno, di salute cagionevole e, difatti, di li a breve fu sostituito dal Fratello Gabriele, detto ""'a signurina"". Dopo un piccolo interregno fu la volta di Salvatore e poi, nel 1853, del figlio di questi: Ciccio. Costui rimase ""in carica"" fino al 1869, anno in cui divenne capintesta della Bella Società Riformata e passò il titolo di capo paranza dell'imbrecciata a suo figlio Antonio. Quella di Antonio, però, fu una debacle lenta ed inesorabile. Il governo italiano, nel 1876, emanò un provvedimento che permetteva l'esercizio della prostituzione anche in altre zone della città. Via Santa Maria della Fede si spopolò e, Antonio, nel dicembre del 1880 lasciò liberi da ogni obbligo quei pochi che erano rimasti e si ritirò a vita privata. Ciccio Cappuccio esordì a soli diciassette anni, quando malmenò tre aversani che, dopo aver mangiato all'osteria del padre, non volevano pagare il conto. Qualche anno dopo si buscò sette anni di domicilio coatto, per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Accadde che, Ciccio, si era recato per delle commissioni al Lanificio Sava. Indispettito dall'attesa, a cui fu costretto dal proprietario del lanificio, lo ferì con una coltellata in pieno viso. Durante la reggenza all'Imbrecciata, Cappuccio si rese protagonista di grandi bravate la più eclatante accadde nel 1855. Le autorità borboniche, onde porre riparo alle sconcezze perpetrate in quel luogo, vi fecero erigere un muro di cinta ed un unico cancello, costantemente sorvegliato dalla polizia. Questo stato di cose non fu mai accettato, infatti, già dal 1829 si lamentava l'esigenza di abbattere quel muro, lo si desume da una lettera anonima, che venne recapitata all'Eletto della Vicaria proprio in quell'anno e nella quale si leggeva

""Se le povere figlie di mamma non hanno parenti per farsi fare giustizia, vi siamo noi che abbiamo tanto di cuore e sempre pronti a versare sangue per esse e scannare quelli che contribuiranno a fare il muro al vico S. Francesco""

Ecco che, con l'avvento del Cappuccio, i ""degni"" abitanti di quel luogo si rivolsero al masto, certi che avrebbe risolto l'annoso problema.
Ciccio prese tempo, aspettava l'occasione giusta, occasione che venne nel giugno del 1860. Forte dei disordini scoppiati in città, Cappuccio fece indossare a tutte le prostitute la camicia rossa dei garibaldini e, alla loro testa, sfondò il muro e tentò di liberare i prigionieri del carcere di San Francesco. Il giorno seguente il muro fu riparato. Tra il 27 e 28 agosto, aiutato anche da camorristi, Cappuccio e le sue donne riaprirono la breccia che rimase così fino al 18 novembre quando il duca di Belgioioso convocò il Cappuccio e gli intimò non solo di permettere agli operai di chiudere il buco, ma anche che quest'atto non si verificasse mai più, pena il domicilio coatto. Ciccio comprese il tono deciso e perentorio del duca e si attenne alle sue disposizioni, minacciando ritorsioni contro coloro che non avessero rispettato la sua volontà. Ciccio subentrò a Tore 'e Criscenzo, sia pure dopo un breve interregno di tale Vincenzo 'o bellu guaglione e Pasquale Caiazzo. Cappuccio si trasferì al quartiere Montecalvario dove, nel 1869 apri una rivendita di crusca. Ciccio era convinto che le attività camorristiche andavano mascherate dietro commerci legali e, negli anni in cui fu mammasantissima, costrinse molti dei suoi accoliti ad imitarlo. Avendo lasciato la moglie all'imbrecciata, Cappuccio era alla ricerca di un'altra compagna e la trovò nella moglie di ""Tore 'o Schiavuttiello"", un ladruncolo di porta Capuana che, suo malgrado, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Sono tantissimi gli episodi che si raccontano su Ciccio, molti documentati ed altri presunti. Cappuccio al suo carattere deciso e intransigente, alternava anche momenti di bontà, intervenendo in difesa di poveri e derelitti, in aiuto di poveri studenti, di ragazze disonorate, ma anche in favore di ricchi derubati ai quali, prontamente, faceva restituire il maltolto. Più volte incarcerato, Ciccio non rimase mai in carcere a lungo e ciò accrebbe a dismisura la potenza della sua figura, fino ad essere considerato immortale perché scampato ad un attentato (in effetti Cappuccio girava con una specie di corpetto in ferro costruitogli da un armiere). Don Ciccio morì il 5 dicembre 1892 per un attacco di cuore mentre era a tavola.

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