Eventi  -  Redazione  -  Numeri arretrati  -  Edizioni SDP  -  Indice generale  -  Letture pubbliche  -  Blog  -  Link  

  Indice   -[ Editoriale | Letteratura | Musica | Arti visive | Lingue | Tempi moderni | Redazionali ]-


Libri a fumetti

IL DOTTOR MOLLY MANDERLING - Una nuova donna per la vecchia Europa
Recensione di Andrea Cantucci

Cinema

recensioni di Massimo Acciai, Sonia Cincinelli, Davide Mazzoni, Francesco Panizzo
À bout de souffle - rubrica a cura di Ilaria Mainardi
Fare Teatro
Intervista a Paolo Conticini

Miti mutanti 1

Strisce di Andrea Cantucci

Recensioni di Massimo Acciai


WALL.E
Un film di Andrew Stanton. Animazione, durata 97 min. - USA 2008.

Finalmente un bel film, in questa stagione di mediocrità; un film che riporta ad atmosfere sognanti, romantiche (ma non sdolcinate), senza spargimenti di sangue e cattivi sentimenti. Un film che offre anche un umorismo intelligente, non volgare. La storia d'amore tra robot fa sorridere ed in alcuni punti anche commuovere. Troppo ottimistico questo futuro di grassoni in crociera spaziale; visti gli attuali tempi di crisi e l'ombra che getta sugli anni a venire, il problema obesità non può essere preso sul serio (tranne forse in America…). Effetti speciali spettacolari, di ottimo livello. Paesaggi apocalittici suggestivi. Bellissimo.


Quantum of Solace
Regia di Marc Forster con Daniel Craig, Olga Kurylenko, Mathieu Amalric, Azione produzione USA, Gran Bretagna, 2008. Durata 106 minuti circa.

Bond, dopo aver dato l'estremo saluto ad un amico moribondo, ne getta il cadavere in un cassonetto dei rifiuti. - Li tratti sempre così i tuoi amici? - gli domanda la partner femminile di turno. - A lui non sarebbe importato - risponde cinicamente. Ecco l'agente segreto che tanta fortuna ha avuto al cinema con le sue battute coatte e maschiliste, con il suo savoir faire elegante e spietato. Nei film precedenti almeno il cattivo di turno, che mirava senza troppa originalità alla conquista del mondo, stabiliva con certezza da che parte stessero i buoni. Ora buoni e cattivi sono mescolati, come nella vita reale, e il cinismo regna sovrano, così come la noia. La trama infatti è banale e non riscatta un film mediocre, così come gli effetti speciali sotto tono rispetto ai precedenti film. La saga appare decisamente in declino.


La mummia - la tomba dell'imperatore dragone
Un film di Rob Cohen. Con Brendan Fraser, Michelle Yeoh, Jet Li, Maria Bello, John Hannah, Luke Ford, Russell Wong, Liam Cunningham, Isabella Leong. Genere Azione, colore 114 minuti. - Produzione Germania, Canada, USA 2008. - Distribuzione Universal Pictures

Ricco di effetti speciali e di situazioni avvincenti, umoristiche, avventurose, il film non delude mai. Certo, Indiana Jones era un'altra cosa, ma anche i tempi erano diversi (e non parlo degli anni in cui sono ambientate le due saghe); vale la pena però gustarselo, anche per sgombrar la testa per un paio d'orette dalle poco avvincenti dis-avventure quotidiane…


The mist
Regia di Frank Darabont con Thomas Jane, Marcia Gay Harden, Andre Braugher, Horror produzione USA, 2007. Durata 127 minuti circa.

Una volta potevi andare al cinema nei pomeriggi feriali; pagavi meno e soprattutto nessuno ti disturbava mentre ti immergevi nell'atmosfera del film. Ora, per quanto il pubblico sia esiguo il mercoledì sera, qualche rompiscatole c'è sempre. Più di uno. Ed un pubblico che commenta un film horror è come la classica unghia sulla lavagna. In questo caso è però anche istruttivo, e più avanti dirò perché.
Veniamo al film. Un brutto film, che non vale il prezzo del biglietto e il tempo perso; l'impressione iniziale è confermata in pieno dal finale, che uno non si aspetta perché dà per scontato che ci sia il lieto fine. Ma la sorpresa in questo caso non è un punto a favore del film.
Il soggetto è tratto da un racconto di Stephen King; un racconto lungo che conferma - e il film riconferma - ciò che l'autore americano mette sempre ben in evidenza: in mezzo a tanti mostri "fantasy", il mostro peggiore è sempre l'essere umano. Peccato tornarci continuamente sopra, King si ripete un po' troppo. In questo caso il mostro è rappresentato da una predicatrice pazza che, sventolando una bibbia in mano e con voce stridula chiede sacrifici umani per placare il suo dio da antico testamento; all'inizio ci si chiede cosa aspettino a prenderla e buttarla fuori dal supermercato assediato dalla fauna aliena - un "sacrificio" che avrebbe anche un senso - e quando infine si comincia a disperare (la parte peggiore del film è rappresentata proprio dalle sue prediche isteriche) un paio di pallottole piazzate bene pone fine al supplizio dello spettatore. A questo punto l'applauso del pubblico è risuonato fragoroso e spontaneo; segno che c'è ancora speranza?
Si scopre poi che il casino, tanto per cambiare, è stato provocato dall'esercito che ha aperto una "porta" verso un'altra dimensione, da cui sono usciti i mostri. Se non ricordo male però, la spiegazione nel racconto era un po' più interessante: un intero pezzo di terra era finito su un mondo alieno.
La parte finale, quando il protagonista si avventura in macchina nella nebbia (quella del titolo: ma perché ostinarsi ad usare gli orrendi titoli originali?? Intitolatelo "La nebbia" - come il racconto - e ci capiamo tutti!), ricorda in alcuni punti certe atmosfere da film di fantascienza anni '50, con araconoidi giganteschi, e forse quella è la parte più interessante. Il film precipita di tono quando il protagonista usa le quattro pallottole che gli sono rimaste, finito il carburante, per porre fine all'esistenza dei quattro passeggeri che porta in macchina (compreso suo figlio), riservandosi di farsi uccidere poi dalle creature: proprio in quel momento la nebbia si dirada e si scopre che l'esercito ha di nuovo la situazione sotto controllo e che il sacrificio era stato inutile. Al protagonista non resta che piangere sul latte versato. Amen.
 

 

Recensioni di Sonia Cincinelli


Il matrimonio di Lorna

Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Produzione: Les Films du Fleuve, Archipel 35, Lucky Red, Gemini Film, Mogador Film, arte France Cinéma, Rtbf Television, WDR
Distribuzione: Lucky Red
Paese: Belgio, Francia, Gran Bretagna 2008
Genere: Drammatico
Durata: 105 Min


Il Matrimonio di Lorna (Le Silence de Lorna) di Jean-Pierre e Luc Dardenne, film premiato all'ultimo festival di Cannes come miglior sceneggiatura. Il film uscirà in Italia il 19 Settembre 2008 in quaranta copie più una versione originale.
Lorna (Arta Dobroshi) è una ragazza albanese che, pur di realizzare i suoi sogni e vivere in Belgio, si adatta a sposare un giovane tossicodipendente. La sua è una decisione consapevole e cinica perché lei spera che, una volta morto suo marito per un'overdose, potrà essere finalmente libera di fare ció che desidera. Ma il suo giovane consorte, invece, vuole continuare a vivere.
I Dardenne, felici di lavorare insieme da molto tempo, ci restituiscono il ritratto di una donna colpevole, combattuta tra l'amore e le regole spietate dell'ambiente in cui vive. Film ispirato da una storia vera di matrimonio bianco, dove i silenzi di Lorna sono tutte le omissioni fatte agli uomini che la circondano e i matrimoni sono quello falso con Claudy (Jérémie Renier) e quello vero che avrebbe voluto con lui dopo il divorzio e la sua morte. Un racconto morale, dove la questione del buono e del cattivo è costantemente messa in dubbio da quella del vero e del falso. Lorna è una donna coraggiosa che riesce a sfuggire alla malvagità e al patriarcato riscattandosi con una decisione inattesa e scandalosa. Un film che si ricorderà.
 

 

Recensioni di Francesco Panizzo


Il trono di sangue

Anno: 1957
Regia: Akira Kurosawa
Cast: T. Mifune, I. Yamada, M.Chiaki, C. Naniwa, H. Tachikawa, T. Sasaki, A. Kubo
Sceneggiatura: A. Kurosawa, H. Oguni, R. Kikushima, A. Hashimoto

Trama:
Di ritorno da una battaglia, Washizu e Miki s'imbattono in uno spirito che profetizza per il primo rapida gloria e la nomina a Signore, per il secondo la fortuna arriverà per suo figlio che succederà all'imperatore Washizu. Convinto dalla moglie ad assecondare la profezia uccidendo nel sonno il suo Signore, e in seguito Miki, Washizu si trova sotto assedio e con un nuovo vaticinio: verrà sconfitto solo quando gli alberi della foresta marceranno verso il castello e lo circonderanno...

Il Giappone del XVI secolo è teatro della versione di Akira Kurosawa del Macbeth: due guerrieri ed una profezia che spinge il più ambizioso a macchiarsi dei delitti più atroci per placare la propria sete di potere. A parte qualche piccolo aggiustamento, quale lo spirito in vece delle tre streghe, "Il trono di sangue" è fedele nella sostanza alla tragedia di Shakespeare. Kurosawa però non prova a misurarsi con la grandezza del testo shakespeariano: i suoi dialoghi non mantengono nel testo la metrica della poesia del "Macbeth", ma lungo un contesto medievale, costringe la poesia a manifestarsi attraverso le immagini, grande strumento poetico della sua cinematografia; il suo è uno stile unico: il ripetuto entrare e uscire delle sagome dei due guerrieri nella nebbia, sempre uguale, è più angosciante dell'atmosfera della foresta-labirinto. Kurosawa insiste sulla stessa sequenza. Ripetizione che fa eco all'iniziale successione di messaggeri dai campi di battaglia: da subito si palesa il gioco di richiami nella struttura di scene diverse, a unirsi secondo un ordine stilistico prima che della trama. Il richiamo per analogia diventa per contrasto quando Washizu assiste, sconcertato, alla rivolta dei propri Forti: nel suo moto angosciato di fronte all'arrivo dei messaggeri c'è tutta l'eccezionalità della sua figura, lontana anni luce - nel male - da quell'autocontrollo del suo predecessore.
L'organicità dell'opera è resa, infine, nella perfetta simmetria delle inquadrature nelle scene di dialogo. In questa struttura grandiosa, Kurosawa lascia ampio spazio al suo attore protagonista: l'espressione di Toshiro Mifune mentre cammina, appena nominato Signore del Castello come da profezia, è sopraffina, ma è nella seconda parte che l'attore dà il meglio, comunicando paura, sbigottimento e, in ultima istanza, follia con lo sguardo. La scena in cui Washizu uccide il sicario e poi indietreggia atterrito è emblematica dell'atteggiamento di Macbeth-Washizu, che ha più paura dei morti che dei vivi. Asaji, la moglie di Washizu, è il personaggio che meno si discosta dall'originale, conservando nelle poche ma decisive azioni tutta la drammaticità di Lady Macbeth.
 

 

Recensioni di Davide Mazzoni


LE TRE SCIMMIE

Titolo originale: Uç Maymun. Produzione:Turchia, Francia, Italia, 2008.
Regia: Nuri Bilge Ceylan. Con Hatice Aslan, Yazuv Bingol, Ahmet Rifat Sungar, Ercan Kesal

TRAMA: Servet, ricco personaggio della scena politica, investe e uccide un uomo con la propria macchina. Per evitare la prigione, si rivolge al suo autista Eyüp proponendogli un accordo: addossarsi la responsabilità dell'incidente in cambio di molti soldi una volta uscito di prigione. Eyüp accetterà, ma la sua vita e quella della sua famiglia non saranno più le stesse, anche a causa dell'innamoramento della moglie per il datore di lavoro.

Le tre scimmie del titolo sono quelle della famosa leggenda orientale del "non vedo, non sento, non parlo", nient'altro che i protagonisti di questa triste vicenda ambientata nei quartieri poveri di Istanbul. Padre, madre e figlio sono schiavi della loro triste e misera vita, destinati ad essere schiacciati da chi è più ricco e potente di loro, in questo caso il datore di lavoro del padre. Il regista Celyan sceglie di far procedere il film per ellissi: non si vedono mai i fatti principali che delineano il plot del film (l'investimento del pedone, l'adulterio o l'assassinio di un personaggio), ma solamente le conseguenze che da essi scaturiscono. Questo non vedere (o non ascoltare) altro non è che la messa in atto del messaggio veicolato dal titolo.

Quello che colpisce molto lo spettatore di questo lungometraggio turco è sicuramente l'aspetto visivo del film. Celyan, aiutato molto dal direttore della fotografia Tiryaki, opta per inquadrature suggestive e malinconiche, che ricordano molto certe sequenze di Antonioni o Wenders. Non esistono movimenti di macchina all'interno della sequenza, se non qualche cambiamento di piano o qualche piano sequenza. Questa staticità della macchina da presa sembra sottolineare l'incapacità dei personaggi di muoversi dalla loro gretta considerazione dei rapporti umani, familiari e extra-familiari. Come detto, quindi, a livello visivo (inteso come composizione del piano e fotografia) il film è veramente pregevole, ciò che però gli manca completamente è il ritmo. Il regista, optando per un'estrema dilatazione dei tempi filmici, danneggia irrimediabilmente la fruizione del film da parte dello spettatore. La dilatazione del ritmo, infatti, comporta almeno due problemi fondamentali: da una parte raffredda la forza emozionale dello schema melodrammatico del film, dall'altra allunga incoscientemente a 109 minuti un plot che, cosi come è stato sviluppato dall'autore, potrebbe durare al massimo poco meno di un'ora. Indubbiamente la mancanza di ritmo e, di conseguenza, di pathos rischia di far perdere allo spettatore il messaggio che il regista vuole veicolare: la denuncia alla società di non lasciarsi vivere passivamente per evitare le decisioni e affrontare faccia a faccia la realtà.
 

 

Recensioni di Ilaria Mainardi


"Into the wild" di Sean Penn

L'America, terra di contraddizioni. L'America di Walt Whitman, di Robert Silvers, di Stanley Kubrick e di Bruce Springsteen. Ma anche quella dei missili su Cuba, delle guerre preventive, di Bush e Cheney, degli accordi georgiani e degli embarghi.
L'America di Sean Penn, figlio putativo di Marlon Brando e di Jack Kerouac, che non si nasconde certo dietro un dito e spara a zero, senza farsi troppo pregare, su ciò che del suo Paese non gli/ci piace.
Tuttavia "Into the wild" non è un film politico, è bene precisarlo subito, o almeno non lo è programmaticamente.
La storia vera di Chistopher McCandless, narrata nel libro di Jon Krakauer (edito in Italia da Il Corbaccio con il titolo "Nelle terre estreme") e qui ripresa da Penn, registicamente in stato di grazia, è soprattutto, almeno ad una prima analisi, un viaggio di formazione attraverso la scoperta del proprio Io più autentico.
Dopo la laurea, Chris, alias Alexander Supertramp (il "supervagabondo"), devolve averi e sostanziosi risparmi ad una fondazione benefica e parte verso ovest, verso l'Alaska, un viaggio ai confini del mondo scandito da incontri che potrebbero indurlo a desistere dal folle volo, ma che sono in fondo, con il loro carico di vivace umanità, un ulteriore sprone a "chiamare le cose con il proprio nome".
La frontiera, tema caro a tanta letteratura e tanto cinema americano, esiste solo come limes ideale da oltrepassare per varcare la soglia immaginaria del proprio Essere.
Il giovane Christopher, ispirato dalle letture di Jack London e da Thoreau, abbandona gli agi di un'esistenza piccolo-borghese (concetto tutt'altro che desueto) e comprende quanto l'"american way of life" sia dilaniato, a dispetto di suggestioni mitiche e della propaganda mediatica, da conflitti latenti ed insanabili. Una sorta di nevrosi collettiva curabile solo se si è disposti a far battere il proprio cuore un po' più forte, come ha sostenuto il regista durante la conferenza stampa di presentazione del film, lo scorso autunno, a Roma.
Ed è qui che si innesta una riflessione che definirei più strettamente politica: l'indignazione e il coraggio di un uomo (Sean per mezzo di Chris?) che cerca tenacemente, ancora e a dispetto di tutto, di strofinarsi gli occhi con i pugni e guardare attraverso la nebbia fitta di menzogne programmatiche e strategie della tensione.
Gli U.S.A. post 11 settembre sono infatti un Paese che ha dovuto tragicamente fare i conti con le proprie insicurezze e con la propria presunta inattaccabilità, per la prima volta costretto a confrontarsi con gli irrisolti della propria storia di superpotenza imperialista e guerrafondaia. E allora, in nuce ad un viaggio ai limiti, mi slancio a scorgere (anacronisticamente) la spinta, lucida e drammatica, a tornare indietro sulla scia autentica delle proprie origini, per poi progredire in una direzione più autenticamente "umana" (demagogia? Chissà, buona demagogia comunque).
"La felicità non è reale se non è condivisa" appunta a questo proposito Chris…
"Into the wild" non sarà forse un capolavoro, ma ha in sé una caratteristica rarissima nel cinema contemporaneo, è un film sincero.
Un film di cui è facile innamorarsi.

ì
Segreti di Pulcinella - © Tutti i diritti riservati