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Editoriale

Evoluzioni alternative e rivoluzioni naturali
di Andrea Cantucci

Evoluzioni alternative e rivoluzioni naturali
 

 




L'idea definitiva di evoluzione, soprattutto dal punto di vista biologico, fece il suo dirompente ingresso nella Storia, nella Letteratura e nella Cultura del XIX non solo con la pubblicazione nel 1859 del famoso libro di Charles Darwin intitolato "On the Origin of Species by Means of Natural Selection" (Sull'Origine delle Specie per Mezzo della Selezione Naturale), ma anche con i precedenti studi di un altro naturalista inglese, Thomas Henry Huxley, che solo basandosi sulle somiglianze tra le varie specie era già giunto alle medesime conclusioni, poi ampiamente avvalorate dalle ben più ampie, accurate e complete osservazioni di Darwin.
Naturalmente non è che prima non ci si evolvesse. Pare che non solo noi umani, ma tutte le cose che ci circondano si siano sempre evolute, soltanto che prima non ce ne rendevamo conto più di tanto, come dire che non ci avevamo proprio fatto caso. Del resto l'Evoluzione è da sempre una faccenda lentissima. In biologia si parla di milioni di anni perché una specie si evolva in un'altra. Se uno dovesse star lì ad aspettare i risultati, l'Evoluzione sarebbe quindi una faccenda abbastanza noiosa… Lo dice bene lo scrittore Saul Bellow nel suo romanzo "Il Dono di Humboldt" (vincitore del Pulitzer nel 1975): - "È un tormento immaginare tutto questo procedere a tentoni, per continui tentativi: tutto questo annaspare, tramestare nei pantani, tutte le cacce, gli agguati, le prede, e la lotta per la riproduzione, la noiosa lentezza con cui si svilupparono tessuti, organi, membra. E che noia poi attendere che compaiano esemplari più evoluti, e che alla fine venga fuori l'uomo. Che monotona la vita nelle selve paleolitiche, la lunga, lunghissima incubazione dell'intelligenza."
Come si sa, l'idea darwiniana di selezione naturale (ormai scientificamente dimostrata, nonostante persistano opposizioni e pregiudizi dei soliti fanatici monoteisti) prevede che l'evoluzione si compia attraverso graduali e lentissime selezioni degli individui più adatti a sopravvivere e riprodursi. Nella nostra attuale società edonista e capitalistica i più sicuri di potersi riprodurre sarebbero in pratica i più bellocci e/o i più ricchi. Chissà allora come mai non ci siamo ancora evoluti in una specie di soli playboy strafichi… sarà perché i soldi non bastano per tutti?… o forse solo per l'esasperante lentezza di cui sopra? Ecco quindi che la scorciatoia di una rapida rivoluzione è spesso apparsa più conveniente ed efficace rispetto alla graduale e paziente evoluzione, almeno se uno ci tiene a fare in tempo a vedere dei risultati concreti nel corso della sua breve vita, qualunque sia la cosa o l'insieme di cose che vorrebbe far cambiare, fosse pure l'intero sistema in cui vive.
In realtà l'evoluzione particolare della specie e della società umana, fattasi col tempo sempre più complessa ma non per questo necessariamente più giusta e felice, si è sempre svolta attraverso una successione di lenti e graduali cambiamenti alternati con improvvise e rapide rivoluzioni, a cui naturalmente sono seguite talvolta anche resistenze e reazioni, ma quasi mai queste hanno potuto alla lunga opporsi all'inevitabile trasformazione evolutiva in atto. Le rivoluzioni funzionerebbero un po' come i quanti teorizzati dal fisico Planck. In quel caso, raggiunta una certa soglia di energia, gli atomi liberano dell'energia in eccesso tutta insieme. Quando una lenta evoluzione è diventata insufficiente a dar sfogo alle tensioni e alle esigenze vitali che col tempo si sono andate sempre più delineando, il momento della rivoluzione, o se vogliamo della vera e propria mutazione evolutiva, diventa inevitabile e questo è probabilmente vero anche in biologia.
Devono esserci stati dei momenti in cui delle specie all'improvviso sono state costrette a mutare rapidamente in altre, per far fronte a condizioni ambientali insopportabilmente avverse, se volevano sopravvivere. O meglio, quelle che in tali circostanze non sono riuscite a mutare non sono neanche riuscite a sopravvivere, il ché è più o meno il destino a cui finiscono per andare incontro anche i fanatici conservatori e reazionari a oltranza. In fondo si potrebbe benissimo dire che la più eclatante rivoluzione evolutiva verificatasi sul nostro pianeta appena pochi milioni di anni fa, sia stata proprio l'apparizione della specie umana…
Nonostante le immediate critiche e derisioni che Darwin ricevette da coloro che si offesero al pensiero di discendere dalle scimmie e che non riuscirono ad accettare che le loro convinzioni religiose fossero dei miti, il suo primo volume, "L'Origine della Specie", non trattava per nulla l'evoluzione umana, ma solo le regole generali della selezione naturale, dedotte dall'osservazione di altre specie animali. "L'Origine dell'Uomo" fu invece il titolo e l'argomento del successivo libro di Darwin ("The Descent of Man", del 1871). Al momento della sua pubblicazione erano già stati ritrovati i primi resti di uomini di Neanderthal, ma molti volevano pensare che fossero degli uomini deformi, mentre oggi sappiamo che erano uomini preistorici appartenenti a una linea evolutiva ormai estinta. In quello stesso anno si rinvennero vicino a Grosseto i primi resti di oreopiteco, un primate vissuto tra i sette e i nove milioni di anni fa che fu il primo a essere dotato di un pollice opponibile identico al nostro, ma anch'esso sembra essersi poi estinto senza evolversi ulteriormente.
Altri ritrovamenti di ominidi e uomini preistorici furono resi pubblici poco tempo dopo, compreso quello del primo pitecantropo conosciuto, rinvenuto a Giava nel 1891, un primate che collocandosi più o meno a metà strada tra le scimmie e l'uomo confermava coi fatti le teorie di Huxley e di Darwin. Entrambi infatti, anche senza prove dirette e basandosi semplicemente sulle evidenti analogie tra certi animali e gli esseri umani, avevano già dedotto in modo sostanzialmente corretto da quali tipi di specie siamo chiaramente derivati.
Darwin faceva anche già notare, proseguendo gli studi di Huxley, come gli embrioni umani nell'utero materno ripercorrano nei nove mesi della gestazione l'intera scala evolutiva dalle specie più semplici a quelle più complesse. Lungo questa scala evolutiva, di cui per ora abbiamo la presunzione dei considerarci l'apice, la lentezza delle mutazioni graduali in certi periodi deve aver lasciato il posto anche a delle improvvise "rivoluzioni anatomiche", dei cambiamenti evolutivi più rapidi e decisivi, che si imponevano perché in quel momento soltanto chi in qualche modo vi si fosse adattato sarebbe potuto riuscire a sopravvivere.
Uno dei periodi decisivi dell'evoluzione umana, quello in cui abbiamo cominciato a sviluppare dei piedi al posto delle mani agli arti inferiori, delle gambe più lunghe, un'abituale postura eretta e presumibilmente anche il grasso sottocutaneo al posto della pelliccia animale, insieme a molti altri piccoli e grandi dettagli anatomici che ormai ci differenziano irreversibilmente da tutti gli altri primati del pianeta, non è ancora stato approfonditamente chiarito dal punto di vista dei ritrovamenti archeologici. Tutto ciò che questi finora testimoniano è solo l'evoluzione dall'australopiteco e dai primi ominidi all'homo erectus e poi all'homo sapiens, ovvero i passaggi che hanno visto aumentare statura, volume toracico e massa cerebrale dei nostri antenati, fino ad arrivare agli esseri umani attuali. Ma l'australopiteco aveva già piedi affini ai nostri e, dalla sua conformazione ossea dotata di gambe più lunghe delle scimmie, si deduce che camminasse usando normalmente la postura eretta, che invece le scimmie, avendo gambe più corte, usano poco e con fatica.
Com'è accaduta la rivoluzione evolutiva che ha portato all'australopiteco? Com'è successo che siamo passati dall'essere dei pelosi quadrumani preistorici a trasformarci almeno fisicamente in uomini, sia pur primitivi?
I biologi e paleo-antropologi ufficiali non si sbilanciano. Parlano vagamente di casualità legate a cambiamenti climatici e identificano nell'ardipiteco vissuto tra sei e quattro milioni di anni fa il primo ominide a essersi pienamente distaccato dalle scimmie. Anche le caratteristiche peculiari dell'ardipiteco comprendevano, come nel successivo australopiteco, i piedi umani e la statura eretta, mentre certe specie di preominidi più antiche erano molto più simili a scimmie antropomorfe, come il ramapiteco vissuto dodici milioni di anni fa, o il dryopiteco, o altre appartenenti alla famiglia di antropoidi denominati proconsul, vissute nel pliocene.
Dunque tra i dieci e i cinque milioni di anni fa circa, in Africa, deve essere accaduto qualcosa che ha reso necessario tale cambiamento, che ancora prima dello sviluppo cerebrale, ha innescato la nostra evoluzione, facendo staccare il già quasi umanoide ardipiteco dai suoi antenati più scimmieschi del tipo proconsul.
Tra le teorie che tentano di spiegare in modo cervellotico il fenomeno, ma che nonostante la loro artificiosità ricevono una certa attenzione ufficiale, c'è quella di Owen Lovejoy secondo cui ci saremmo a un tratto alzati sulle gambe per avere le mani libere e poter portare più cibo alle femmine, in modo da riuscire a instaurare con loro un rapporto esclusivo. È una teoria evidentemente viziata dall'idea che la monogamia dovesse aver preso piede già nei primi ominidi, un'idea del tutto discutibile visto che ancora in epoche storiche molte culture umane hanno invece tradizioni prevalentemente poligame… che ricordano le analoghe abitudini sessuali di scimmie antropomorfe come i gorilla, mentre gli scimpanzé, che sono geneticamente i più prossimi all'uomo, all'interno di ogni loro gruppo sono dediti al sesso libero senza alcun tipo di limitazione.
Altre teorie mettono l'accento sulla necessità di brandire delle armi rudimentali come bastoni e pietre contro i predatori o le tribù rivali, per la difesa e il controllo del territorio, cosa che avrebbe reso necessario alzarsi su due gambe per avere le mani libere e poter afferrare tali strumenti offensivi. Ma se fosse davvero bastato un motivo così semplice, non si capisce perché non abbiano adottato la stessa tecnica guerresca anche tutte le altre scimmie antropoidi esistenti in natura. In effetti certi scimpanzè usano bastoni per combattere o altri strumenti di fortuna per vari motivi, mentre i gorilla hanno l'abitudine di sbattere dei rami qua e là per minacciare gli intrusi quando difendono il branco, ma non per questo tali animali hanno raggiunto la postura eretta… almeno per ora. È più probabile che la posizione eretta abbia preceduto, e quindi reso possibile, lo sviluppo dell'uso di utensili da parte dei primi ominidi, invece di essere stata causata da quest'ultimo.
Un'altra teoria, davvero alquanto esile, sostiene che stando in piedi il vantaggio era di essere meno esposti al sole e maggiormente esposti al vento, in modo da stare un po' più freschi nella calura africana. Forse chi la sostiene immagina che abbiamo perso il pelo per lo stesso motivo, unica specie di primati in tutta l'Africa a rinunciare all'isolamento termico offerto da una pelliccia in cambio di una sicura insolazione…
In realtà la posizione bipede per una scimmia è del tutto svantaggiosa, perché non le permette di correre in fretta (almeno fino a ché gli arti inferiori non si siano molto allungati…) e perciò la espone al rischio continuo di cadere vittima di predatori più veloci. Quindi chi ce l'ha fatto fare? Obiettivamente, anche se non esistono ancora conferme fossili (che del resto non esistevano neanche all'epoca delle teorie di Huxley e Darwin), la teoria più semplice e logica, basandosi sull'osservazione delle nostre caratteristiche anatomiche comparate con quelle di altre specie, sarebbe quella formulata nel 1960 dal biologo marino inglese Alister Hardy e poi ripresa anche dalla sociologa americana Elaine Morgan e dall'oceanografo francese Jacques Mayol, ovvero la teoria della "scimmia acquatica". In pratica i nostri antenati, durante le lunghe siccità africane del Pliocene, avrebbero preso l'abitudine obbligata di rifugiarsi in acqua per sfuggire ai predatori e/o per nutrirsi di frutti di mare, adottando forse la statura eretta per tenere la testa fuori dall'acqua e soprattutto dando origine a una linea di primati perfettamente in grado di nuotare, a differenza di quasi tutte le scimmie attuali.
A differenza degli altri primati, i nostri corpi hanno infatti molto in comune con quei mammiferi del tutto o in parte riadattati alla vita acquatica come le lontre, gli ippopotami, le foche, i trichechi, i lamantini, i dugonghi e i cetacei in genere. Come molti di questi animali abbiamo perso quasi del tutto la pelliccia (tranne che sulla testa, presumibilmente perché le "scimmie acquatiche" nostre antenate la tenevano fuori dall'acqua per respirare), sostituendola con uno strato di grasso sottocutaneo che è l'isolante termico ideale per un animale dal sangue caldo che debba vivere in acqua. Inoltre i nostri peli residui non seguono l'andamento della pelliccia degli altri primati, ma sono orientati in modo idrodinamico come la pelliccia delle lontre.
Venendo alla conformazione dei nostri piedi, che permettono la nostra tanto vantata postura eretta, inizialmente potrebbero essersi evoluti così non tanto per camminare meglio ma innanzitutto per nuotare, visto che assomigliano quasi di più alle zampe di un palmipede o di una rana che agli arti inferiori di una scimmia. È interessante anche notare come le pinne caudali dei mammiferi, a differenza di quelle dei pesci, siano disposte in orizzontale, a battere l'acqua dall'alto in basso, essendosi probabilmente evolute da zampe più o meno simili ai nostri piedi, che non a caso quando nuotiamo battono anch'essi nell'acqua dall'alto in basso. Va da sé che anche la lunghezza delle nostre gambe si sarebbe sviluppata per permetterci di nuotare meglio, ovvero di spostare i piedi il più ampiamente possibile ed esercitare così una spinta maggiore in acqua. Soltanto successivamente la cosa ci sarebbe tornata utile anche per stare in piedi e per correre.
Pare che in una piccola percentuale statistica ci siano ancora delle persone che conservano residui di dita dei piedi "palmate" e lo stesso si può dire per le nostre mani, in particolare per il consistente lembo di pelle "palmata" che unisce i nostri pollice e indice, un lembo di pelle che le scimmie non hanno, che ci impedisce di ruotare il pollice in modo più ampio come fanno loro e che non sembra avere nessuna utilità precisa, o almeno non sulla terraferma. Secondo Hardy anche la sensibilità dei nostri polpastrelli, molto maggiore di quelle delle dita delle scimmie, potrebbe essersi sviluppata dall'esigenza di dover cercare il cibo sott'acqua. Di certo le ossa delle mani umane somigliano moltissimo a quelle delle pinne dei lamantini, dei dugonghi e delle balene australi, il ché sembra avvalorare l'idea che possano essersi evolute così proprio per il nuoto.
Tra l'altro le femmine di lamantini e dugonghi hanno, come le donne umane, due mammelle in posizione pettorale, sotto le pinne, che si gonfiano in modo analogo durante l'allattamento. Evidentemente tali animali hanno sviluppato simili mammelle per mantenere il latte al caldo anche in acqua grazie al grasso sottocutaneo e a volte, quando stanno in posizione verticale, allattano i piccoli tenendoli tra le pinne, esattamente come le donne umane che tengono in braccio i loro bambini. C'è chi pensa che proprio i loro avvistamenti in tale atteggiamento sopra il pelo dell'acqua possano aver originato il mito delle sirene dalla coda di pesce, tanto che alla famiglia dei lamantini e dei dugonghi è stato dato il nome di sirenidi.
Anche i genitali femminili di questi sirenidi hanno qualcosa in comune con quelli delle donne umane, essendo ritratti all'interno del corpo per proteggerli dall'ambiente marino. Secondo Hardy e Morgan proprio il fatto di doversi accoppiare nell'acqua avrebbe portato nella "scimmia acquatica" a posizioni non solo da tergo ma anche frontali o laterali, come quelle usate dai vari mammiferi acquatici, mentre la necessità di raggiungere meglio i genitali femminili, spostatisi più all'interno, avrebbe provocato l'allungamento dell'organo sessuale dei maschi, il ché spiegherebbe perché il membro maschile umano è in proporzione più sviluppato rispetto a quello degli altri primati, senza dover scomodare certe discutibili teorie di esibizionismo del pene.
La sociologa Morgan sostenne che anche i preliminari e le schermaglie amorose tipici della nostra specie sarebbero derivati dalle evoluzioni compiute negli accoppiamenti acquatici, visto che si riscontra qualcosa di molto simile in mammiferi acquatici come i delfini ma non negli altri primati, che al contrario si accoppiano in modo molto rapido. Anche i lamantini non hanno troppa fretta di arrivare al dunque, dato che si accoppiano in quelle che si possono considerare delle vere e proprie "ammucchiate", con molti maschi che si strofinano addosso a una singola femmina e anche tra di loro, unendosi a turno con lei solo successivamente…
Lasciando l'ambito piccante delle pratiche sessuali, possiamo infine osservare che anche la forma del nostro naso, con le narici orientate in basso come in una specie di sifone, deve essersi evoluta per poterci meglio immergere in apnea senza che l'acqua entri subito all'interno. Per andare sott'acqua, noi possiamo anche chiudere il nostro naso con le dita, cosa impossibile per quasi tutte le scimmie. La sola notevole eccezione è la nasica del Borneo, l'unica scimmia ad avere un lungo naso con le narici rivolte in basso e che, non a caso, è uno dei pochi primati che ama fare il bagno, essendo del tutto capace di nuotare anche in mare aperto.
Un altro esempio che potrebbe corrispondere al primo stadio della nostra antica evoluzione acquatica, sono i macachi dell'isola giapponese di Koshima. Di solito la loro specie vive solo sulla terraferma, ma da alcuni decenni, non trovando più cibo a terra, hanno imparato a nuotare spingendosi in mare per nutrirsi dei molluschi che trovano sul fondo. Necessità analoghe potrebbero aver spinto i nostri antenati a fare lo stesso. Diamo ai macachi di Koshima un'altra decina di milioni di anni di tempo e vedremo cosa ne viene fuori…
Questa teoria di un lungo periodo trascorso in acqua dai nostri progenitori, se fosse corretta, spiegherebbe anche il fatto che i delfini sentano un così stretto legame con l'uomo, forse non solo perché siamo entrambi mammiferi, ma anche perché avvertono che anche noi siamo mammiferi semi-acquatici (e il riconoscimento è reciproco, visto che i Greci consideravano i delfini degli animali divini che un tempo erano stati uomini…). Contemporaneamente si spiegherebbe anche il piacere che la nostra specie trae tuttora dalla sua vicinanza col mare, dal nuoto, dalle immersioni… quasi volesse tornare all'antico elemento, desiderio forse riecheggiato in certi miti come quello greco di Glauco, un pescatore che fu trasformato dagli dèi in una divinità marina.
In barba alla lenta, graduale evoluzione che trascina con sé nel suo inavvertibile scorrere le nostre piccole vite, che c'è di più rivoluzionario che cambiare non solo ambiente ma addirittura elemento, per trasformarsi in tritone o in sirena, in un sogno che sembra quasi a portata di mano appena al di sotto del pelo dell'acqua?
Ma occorrendo troppo tempo per completare quella nostra rivoluzionaria evoluzione, forse interrottasi e rimasta in sospeso da milioni di anni, a chi non si vuole rassegnare a essere imprigionato nella lenta realtà delle solite cose di ogni giorno, non resta che tentare di evolversi immergendosi in ambienti altrettanto liquidi come quelli della propria mente e dei propri sensi, sviluppando nuove e duttili capacità con cui esprimersi, creare o raggiungere obiettivi lontani come ipotetici orizzonti, attraverso le onde di un'evoluzione interiore, poetica, artistica o fisica, ma che ogni tanto ci permetta almeno di salpare verso altri mari…

Andrea Cantucci


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Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero. Li invito di nuovo, insieme agli altri autori che ancora non hanno trovato spazio sulle pagine elettroniche di SDP, ad inviare le loro opere. Il prossimo tema:
Realtà alternativa.

Massimo Acciai
Direttore di Segreti di Pulcinella

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