In questo numero:
Macaco di Andrea Masi
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In questo numero non c'è la consueta intervista all'autore ne alcuna nota critica: abbiamo preferito dare spazio a più autori e a più racconti e non appesantire troppo questo numero con un numero eccessivo di interviste. Accenniamo soltanto che "Macaco" di Andrea Masi è un racconto ironico e davvero divertente, "L'ombra" di Andrea Cantucci è un racconto breve quanto inquietante, "Ascolta. Si fa sera" di Monica Pintucci... non si può riassumere, va semplicemente letto, infine "Fuga in sol minore" di Massimo Acciai è un racconto nato da un bisogno di fuga... da chi, lo sa lui e lei. |
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Macaco
di Andrea Masi
Sankay era un maestro Zen ed era considerato l’uomo più saggio di tutto il Paese. Aveva ricevuto l’illuminazione a soli dodici anni e a diciotto aveva fondato una scuola di meditazione Zen. Era difficile diventare suoi allievi, poiché ne sceglieva dieci ogni dieci anni. Una volta scelti, i suoi discepoli erano sottoposti a lavori umili e gli venivano rivolti indovinelli e prove impossibili da risolvere, il tutto per riuscire ad arrivare all’esperienza dell’illuminazione.
Molte persone, ogni giorno si rivolgevano a Sankay per ricevere consigli su come risolvere i problemi o anche solo per parlare e farsi illuminare dalle parole sagge e pure che gli uscivano dalla bocca.
Un giorno, verso i sessanta anni d’età, il maestro Sankay stava componendo un sutra nel giardino della sua scuola. Per aiutarsi a trovare l'ispirazione, aveva riposto una banana sul tavolo. Quel frutto esotico era sconosciuto nel suo Paese, ma i suoi discepoli lo conoscevano molto bene, poiché egli aveva un banano nel suo giardino che era stato piantato da un suo trisavolo dopo aver fatto ritorno da un lungo viaggio in un paese straniero. Sankay grazie all’immagine della banana, con la sua forma curvilinea, aveva scritto una parabola su quel frutto che diceva che il cammino della vita non è mai rettilineo. Nel giardino, oltre a lui, si trovava un piccolo branco di macachi che salterellavano d’albero in albero alla ricerca di frutti da mangiare.
"Mmhh… vediamo cosa posso scrivere": Il secchio è zeppo d’acqua quando la nostra testa è piena di nozioni stagnanti… "Si, mi sembra che possa andare".
Un macaco vide la banana adagiata sul tavolo, aveva una forma curiosa; gli piaceva e desiderò di mangiarla. Scese dall’albero e si avvicinò quatta quatta al tavolo.
A volte è meglio ascoltare il mormorio della luna in una notte tempestosa che la voce del saggio im… "Accidenti, non riesco a trovare una fine per questo sutra. Cosa può dire di sbagliato la voce del saggio? Banana aiutami tu". Alzò lo sguardo dalla pergamena per osservare il suo magico frutto e vide una manina pelosa tastare il tavolo e subito dopo afferrare la banana e scomparire sotto il tavolo. Alquanto sorpreso Sankay si chinò sotto il tavolo e scoprì un macaco mangiare la banana. La scimmietta lo osservò incuriosita e scaraventò la buccia in faccia al maestro.
"Brutta mascalzona, te lo faccio passare io la voglia di rubarmi la fonte d’ispirazione", e allungò le mani per afferrare il macaco. Esso non rimase fermo per farsi afferrare ma scappò via. Sankay lo rincorse per tutto il giardino e la scimmietta stufa di scappare si arrampicò su un albero e dall’alto di un ramo si prese gioco del suo inseguitore imitando i suoi buffi movimenti.
"Brutto uomo antropomorfo, oltre che derubarmi, ti fai anche scherno di me", e così dicendo si chinò, afferrò una pietra e la scagliò verso il macaco. Mancò completamente il bersaglio, ma il macaco sentendosi minacciato a sua volta staccò una pigna da un ramo e la tirò verso il maestro Sankay. La pigna si infranse sulla fronte del maestro che rimase per un attimo in piedi ad osservare il macaco che salterellava felice. "Hiiii! Huuu! Hiii!". Il maestro prima di cascare a terra privo di sensi sussurrò: "Hi-Hu-Hi".
Tzughimi era andato al villaggio per comprare del the. Appena aveva saputo del ferimento del suo maestro aveva abbandonato il suo compito e si era precipitato alla scuola. Quando arrivò, trovò Sankay che giaceva sul letto con accanto gli altri discepoli. Tzughimi prima di entrare nella stanza fece un piccolo inchino. I discepoli fecero altrettanto.
"Il maestro come sta?" Chiese Tzughimi. "Il dottore è stato avvisato?"
"Il dottore è andato via da poco", rispose Ghumiki. "Il maestro ha preso una botta in testa, ma se la caverà".
Sankay sgranò gli occhi. Si alzò e si sedette sul letto. I suoi allievi lo osservarono. "Maestro come va?"
"Maestro si sente bene?"
Sankay li osservò uno ad uno. Non si ricordava chi fossero quelle persone attorno a lui, e cosa gli dicevano? Non capiva quei suoni che pronunciavano. Dove si trovava? Chi era lui?
"Maestro tutto bene?"
Sankay chiuse gli occhi e la sua mente rimembrò un’immagine di un macaco che salterellava su un ramo e che gridava: "Hiii! Huuu! Hiii!"
"Maestro si sente bene? Dobbiamo richiamare il dottore?"
Sankay si portò una mano sulla testa, si sfregò i capelli e gridò: "Hiii! Huuu! Hiii!". Poi camminando su quattro zampe si fece largo tra i discepoli e andò in giardino.
"Tzughimi, ma che gli è preso? Si comporta come una scimmia".
"Non so Makia, credo che si tratti di una nuova prova. Senz’altro ci vorrà dimostrare che una scimmia ha più umiltà di un essere umano e quindi ha più possibilità di trovare l’illuminazione e lo zen di ogni istante".
"Quindi bisogna imitarlo e comportarci anche noi come se fossimo dei macachi?"
"Direi proprio di si".
I discepoli raggiunsero il maestro camminando come macachi e gridando: "Hiii! Huuu! Hiiii!", poi iniziarono a giocherellare fra loro, salterellarono per il prato, mangiarono bacche che sporgevano dai rami più bassi e si spulciarono reciprocamente, ma il maestro li ignorò, si arrampicò su un albero e si addormentò.
"Pss… Tzughimi, stiamo facendo la cosa giusta? Se avessimo sbagliato ci avrebbe senz’altro rimproverato".
"E invece non ci ha degnato neanche di uno sguardo. Questo significa che stiamo capendo la lezione. Continuiamo così e presto saremo illuminati".
I discepoli continuarono a gingillarsi come delle scimmie per alcune ore, poi arrivò la sera e la stanchezza si fece sentire. Sankay era ancora appollaiato sul ramo e ronfava rumorosamente.
"Tzughimi, io ho sonno. Andiamo a letto?"
"Parla piano Makia, se ti sente il maestro si arrabbierà. Dobbiamo parlarci strillando come scimmie e poi se hai sonno dormi su un albero, non vedi come fa il maestro".
Makia si arrampicò su un albero, si sdraiò e si addormentò ma subito dopo cadde a terra. "Ahh! Che dolore ma come fa il maestro a dormire sui rami! Ahia. Che male".
"Pss… Makia ti ho detto di non urlare. Devi comportarti come una scimmia".
"Per dormire su un ramo occorre molto equilibrio e quindi per trovarlo devi applicare gli esercizi sulla conoscenza della mente e infondere al tuo corpo la pace interiore".
Per tutta la notte i dieci discepoli tentarono invano di dormire sugli alberi ma appena si adagiavano, cascavano a terra.
Arrivò la mattina e il maestro si svegliò, scese dall’albero e trovò i suoi discepoli che dormivano sull’erba. Non li osservò nemmeno e iniziò a fare colazione con delle bacche. Gli allievi si svegliarono poco dopo, e trovarono il loro maestro che giocherellava con un la sua pergamena in cui aveva scritto i sutra. L’accartocciava, la dispiegava e l’accartocciava nuovamente, la gettava in aria e poi ci saltava sopra.
Ghumiki accortosi per primo del loro errore: avevano dormito sull’erba anziché sui rami, interpretò quel gesto come se il maestro si volesse autoinfliggere una punizione perché non era stato in grado di fargli comprendere la lezione. Ghumiki si inginocchiò di fronte al maestro. "Ve ne prego smettete. È stata colpa nostra. Non distruggete i sutra. Voi siete un ottimo maestro".
Sankay continuava a stralciare la pergamena. Tzughimi raggiunse Ghumiki e lo trascinò via afferrandolo per il cappuccio della tunica. Sankay smise di strappare la pergamena e passò nuovamente alla raccolta di bacche. Tzughimi disse sottovoce e stando molto attento che il maestro non sentisse: "Ma cosa volevi fare? Lo sai che non bisogna parlare. Così hai dimostrato ancor di più che lui non è in grado di farci capire le cose. Sei un idiota".
"Mi dispiace, non accadrà mai più".
Sankay iniziò a grattarsi. I vestiti gli davano noia e sì li strappò rimanendo nudo. Subito dopo fece i suoi bisogni di fronte a tutti.
Tzughimi mormorò ai suoi compagni: "Che aspettiamo strappiamoci i vestiti e facciamo i nostri bisogni. Solo così potremo considerarci liberi dalla materia e non più vincolati dalle leggi conformiste".
Tutti i discepoli si strapparono le vesti di dosso e iniziarono a fare i bisogni fisiologici l’uno davanti all’altro.
Nel pomeriggio Otzumi, un contadino, si recò alla scuola di Sankay. Voleva mostrargli un sutra che aveva scritto durante la notte. Entrò nella scuola. "C’è qualcuno? Si può?"
"Hi-hi-hi". "Huuhuu". "Haaaa haaa"
Otzumi incuriosito dalle grida, le seguì e giunse in giardino. Trovò i dieci allievi e il maestro completamente nudi a scorrazzare sul prato imitando i movimenti dei macachi. Otzumi non credendo a ciò che vedeva si mise seduto su una sedia. Si rialzò subito poiché si era accorto di essersi seduto su degli escrementi.
Sankay si diresse verso il tavolo e si distese sopra. Aveva intenzione di mangiare alcune termiti che vivevano nei fori sul tavolo.
"Buonasera maestro", fece Otzumi inchinandosi.
"Hiii".
"Sono passato da voi perché ho scritto un sutra. Volevo farvelo leggere. Posso?"
"Ha-hiii".
Otzumi iniziò a leggerlo, mentre il maestro cercava di afferrare senza successo le termiti, troppo piccole per le sue dita. Poi, stancato dagli inutili tentativi alzò la testa verso Otzumi e vedendo il foglio che aveva in mano si ricordò di quando aveva stracciato la pergamena. Era stato divertente. Afferrò il foglio e lo strappò in mille coriandoli mentre gridava: "Hii! Huuu! Hiii".
"Scusi maestro, se ho sbagliato. Ma io sono solo un contadino". Otzumi se ne andò a testa bassa. Quando ritornò al villaggio raccontò a tutti ciò che aveva visto. "Vi giuro che il maestro Sankay e i suoi allievi si stanno comportando come dei macachi. Quell’uomo è proprio un genio. Dovreste vederlo, ha rinunciato alla sua dignità per raggiungere uno stadio elevato dell’io interiore…"
La notizia si diramò molto velocemente di villaggio in villaggio. E presto la stima verso il maestro Sankay crebbe sempre di più, fino a che non divenne una specie di divinità. Molti maestri Zen si ispirarono agli insegnamenti di Sankay e imitarono il suo modo di vivere: andarono in giro nudi e si comportarono come macachi, speranzosi di raggiungere presto la conoscenza Zen allo stato più avanzato sopra l’immaginabile.
Col tempo, gli allievi di Sankay avevano imparato a mantenere l’equilibrio mentre dormivano. Solo Makia cascava di tanto in tanto e proprio una di quelle cadute gli si rivelò fatale. Nessuno lo sentì cadere a terra; si ruppe l’osso del collo e morì sul corpo.
La mattina seguente, gli allievi lo trovarono cadavere. A fianco di Makia c'era Sankay che lo stuzzicava con un ramoscello.
"Non posso crederci che Makia sia morto", disse Ghumiki. "Ma non onoriamo il suo corpo bruciandolo?"
Sankay lanciò il ramoscello in aria e si allontanò dal cadavere di Makia.
"Perché hai parlato?" Sussurrò irritato Tzughimi. "Hai fatto arrabbiare il maestro. E poi non capisci che il maestro ha raccolto l’anima di Makia con il bastoncino e l’ha innalzata verso il cielo per consegnarla agli dei. Il maestro ha cercato di farci capire che se il suo corpo rimarrà con noi sarà più facile ricordarlo. In un certo senso è come se Makia non fosse mai morto".
"Scusami Tzughimi se non l’ho capito subito".
"Succede, ma adesso stiamo in silenzio, il maestro sta ritornando".
La nuova teoria di Sankay venne accolta con molto interesse. Molti studiosi dello Zen considerarono la magnifica idea di non dover bruciare i morti per farli rimanere sempre con i parenti. I cadaveri venivano legati su una sedia e collocati al tavolo, in modo che le famiglie, quando si riunivano per cenare, potevano ritrovare la compagnia dei loro cari defunti. Presto le città iniziarono a puzzare di marcio.
Un giorno, sul Paese incombette una minaccia. Molto spesso ai confini erano avvistati delle squadriglie di cavalieri provenienti dalle Terre Lontane. I cavalieri non avevano ne ucciso e né saccheggiati villaggi ma incutevano timore con la loro presenza. A volte fermavano i contadini e compravano da mangiare. L’Imperatore del Paese non sapeva come comportarsi, non riusciva a capire quali fossero le loro intenzioni. I cavalieri venivano in pace o erano degli esploratori con il compito di riferire al loro esercito ciò che vedevano?
I consiglieri imperiali non si trovarono d’accordo ed emersero giudizi contrapposti. L’Imperatore allora chiamò al suo cospetto il primo ministro e gli chiese: "Romachi, chi è l’uomo più saggio di tutto il Paese?"
"Mia Maestà, l’uomo più saggio è Sankay, ma per vostra fortuna si dice che non sia soltanto l’uomo più saggio del Paese ma dell’intero creato".
"Bene Romachi, conducetelo a me, ho da porgli un quesito da cui potrebbe dipendere la sorte del Paese".
Romachi partì immediatamente per la scuola del maestro Zen. Arrivò prima del calar del sole. Bussò con veemenza alla porta ma non rispose nessuno. Allora riprovò ma questa volta si accorse che la porta era aperta ed entrò. Andò in giardino e vide Sankay e gli allievi arrampicarsi sugli alberi e nutrirsi di bacche. "Maestro Sankay; sono il primo ministro del Paese, devo condurvi al palazzo imperiale…"
Sankay vide che l’uomo avanzava più del dovuto nel suo territorio, allora per fermarlo salì su un albero e gli scaraventò delle pigne. I suoi allievi lo imitarono e Romachi dovette rientrare nella casa. "E ora che faccio? Non posso tornare dall’imperatore a mani vuote. Devo inventarmi un messaggio e portargli un dono". Si guardò in torno e vide un grappolo di frutti gialli ricurvi. Erano strani: prima d’ora non li aveva mai visti. Li prese con se e pensò che durante il viaggio si sarebbe inventato una risposta, tanto se avesse sbagliato non sarebbe stato lui, ma Sankay.
Il maestro dall’alto dell’albero vide che quello sconosciuto stava portando via il casco di banane. Sankay aveva fame e la banana era il suo frutto preferito. Scese dall’albero e inseguì l’uomo. Per tutto il viaggio Romachi non si accorse di essere inseguito dal maestro. La carrozza passò per i villaggi e ogni persona si inchinava per rendere omaggio al sommo maestro che correva dietro ad essa, nudo e urlando versi da scimmia. Le persone dicevano: "Ma quello è il maestro Sankay, è molto saggio. Preferisce non salire sulla carrozza imperiale, ma seguirla a piedi sporcandosi di fango".
"Sankay è il più umile degli umili, ma è il più grande spiritualmente".
"Sankay è proprio maestro Zen, ha rifiutato la vita da uomo per essere una scimmia illuminata".
La carrozza entrò nel palazzo reale e quando Romachi scese vide arrivare di corsa il maestro Sankay. Pensò che quell’uomo fosse stato più saggio di quello che si diceva, aveva preferito cacciarlo anziché dover negare di salire in carrozza. "Maestro Sankay, grazie per essere venuto. Venga, l’Imperatore la sta aspettando". Lo prese per mano. Sankay non fece molta resistenza poiché era stremato dalla corsa e poiché avanti a lui c’era un servitore che portava il casco di banane. Romachi lo condusse all’interno di una sala. L’Imperatore vedendo il maestro si inchinò davanti a tale saggezza. Sankay vide un’anfora piena d’acqua e iniziò a bere. Aveva molta sete.
L’Imperatore parlò: "Oh, immenso Sankay, la tua conoscenza non conosce limiti. So che le tue idee sono sempre eccellenti e che il tuo pensiero rischiara come un raggio di sole. Perciò ascolti: da diverso tempo lungo i nostri confini ci sono stati degli avvistamenti di cavalieri…"
Sankay beveva e non lo ascoltava affatto.
"… e ora che ti ho detto tutto. Mi piacerebbe ascoltare il vostro parere: quei cavalieri sono da combatterli o da farseli amici?"
Sankay non aveva più sete. Si sedette sul pavimento e i suoi occhi incrociarono il casco di banane, collocato, nel fra tempo, dai servitori su un tavolino. "HiiiHiii Huu HHiii!" Urlò mentre si alzava e correva scimmiottando verso il casco di banane. Lo afferrò e uscì dalla finestra.
Il primo ministro rimase senza parole e osservò l’Imperatore a bocca aperta. L’Imperatore era pensieroso ma a un tratto sembrò un uomo nuovo, un uomo che era appena stato illuminato. "Romachi hai capito il messaggio? Il sommo maestro si è espresso con i fatti, poiché le sue parole erano troppo potenti e solari per essere comprese da degli esseri umani come noi. Ci ha dimostrato che i cavalieri non sono altro che predoni e che presto ci saccheggeranno dei nostri averi. Bisogna attaccarli finché siamo in tempo".
Sankay ritornò alla scuola Zen. Era pieno dal troppo mangiare e dal troppo bere e nonostante la zavorra in pancia provò ugualmente a scavalcare la recinzione. Si ritrovò in piedi su il muro, perse l’equilibrio e cadde nel giardino. Sbatté la testa per terra e perse conoscenza.
Si risvegliò il giorno dopo. Accanto aveva i suoi allievi. Erano tutti nudi, sporchi e pieni di zecche. Si accorse di essere anche lui nudo e di avere le pulci. Annusò l’aria: aleggiava un fetore di morte.
Ghumaki fece: "Hiiii. Huuuu".
Sankay era disorientato e sentendosi preso in giro da quel verso scimmiesco perse la pazienza e colpì con uno schiaffo il suo allievo. "Idiota! Che cosa strilli? Cosa avete combinato a questo giardino? Me lo ricordavo perfetto e ora ci sono i vostri escrementi a giro per il prato".
"Ma maestro, noi…"
"Zitto Tzughimi. Mi dovete spiegare come mai siete tutti nudi e sporchi", disse mentre camminava per il prato. Scorse i resti del cadavere di Makia in via di putrefazione. "Che cosa glia avete fatto? Non lo avete neanche cremato. Siete solo delle bestie!".
"Ma maestro, noi…"
"Zitto Tzughimi".
Un venticello si levò da ponente e sollevò in aria un pezzo di carta della pergamena in cui aveva scritto i sutra e gli svolazzò davanti al viso. Lo afferrò e decifrò dei suoi versi sulla carta bagnata dalle intemperie: …è meglio ascoltare il mormorio della luna in una notte tempestosa che la voce del saggio im… "Impazzito, ecco quel era la porla che non mi veniva a mente". Poi, capendo che la pergamena che raccoglieva i sutra era stata danneggiata inveì: "Ma che cosa avete fatto alla pergamena? Lì vi erano scritti miliardi di sutra che rappresentavano l’universo… siete… siete solo delle bestie!"
"Ma maestro, noi…"
"Zitto Tzughimi".
Alcuni macachi strillarono dall’alto degli alberi e sembrava che le loro grida fossero delle risa.
"Ma maestro, noi…"
"Zitto Tzughimi. Non abbiamo tempo per discolparci. Dobbiamo rimediare a tutti i danni che abbiamo fatto".
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Eravamo in due, camminavamo abbracciati mentre tornavamo a casa, dopo essere stati ad una festa. Doveva essere molto tardi, in giro non c’era un’anima. C'eravamo particolarmente divertiti quella sera, anche se nessuno di noi due si ricordava che cosa avesse fatto di preciso, perché eravamo entrambi particolarmente sbronzi. Camminavamo barcollando e dovevamo sostenerci a vicenda per non cadere. Procedevamo così, nella penombra di una strada notturna illuminata qua e là da qualche lampione, strettamente avvinghiati, quando qualcosa attrasse la nostra attenzione. Si trattava semplicemente di un’ombra, una delle tante che le luci della notte gettavano in giro tutt’intorno a noi, solo che quest’ombra aveva qualcosa di particolare. Sembrava seguirci. Ora ce la vedevamo di fianco, che procedeva alla nostra stessa andatura, ora ce la ritrovavamo davanti, che sembrava essersi fermata un momento ad aspettarci, e quando non si stagliava bene in vista, bastava voltarsi per ritrovarsela alle spalle, che si affrettava per raggiungerci. Solo di rado sembrava scomparire nei punti in cui la strada non era illuminata, inghiottita per qualche attimo dall’oscurità circostante, ma poi ricompariva sempre. Era un’ombra inquietante, non solo perché ci seguiva, ma anche per le sue dimensioni. Naturalmente, come tutte le ombre, spesso veniva ingrandita da qualche effetto ottico o prospettico di cui ci sfuggiva la causa, ma anche quando era relativamente più piccola non aveva mai una corporatura inferiore a quella del doppio di una persona media. Nei momenti poi in cui ingigantiva a dismisura, diventava una vera e propria divinità notturna, un titano oscuro che incombeva minacciosamente su di noi. A volte sembrava addirittura che avesse due teste e sulla sua reale umanità avremmo potuto avanzare molti dubbi, anche perché procedeva con un passo strascicato ed una postura contorta, che potevano essere mantenuti così a lungo soltanto da un essere deforme.
Senza sapere da che cosa, cominciammo a fuggire, affrettando il passo sempre di più, ma non riuscivamo a distanziarla. Ci ritrovammo a correre, sempre tenendoci stretti, con il rischio d’incespicare ad ogni passo. Per qualche decina di metri riuscimmo a proseguire in questo modo, illudendoci di esserle sfuggiti, ma ogni tanto ricompariva dinanzi a noi, costringendoci a brusche deviazioni per evitarla. Poi, senza renderci conto esattamente di come fosse successo, cademmo rovinosamente l’uno sull’altro e fummo inghiottiti dal silenzio che sopraggiunse all’interrompersi del suono dei nostri passi. Restammo immobili per qualche minuto, senza avere il coraggio di fare il minimo gesto. Trattenendo il respiro, alla fine mi decisi a guardarmi intorno, ma non riuscivo a scorgere l’ombra da nessuna parte. Forse era passata oltre senza vederci. Eppure era strano che non ci avesse scorti; ci trovavamo proprio sotto un lampione ed eravamo completamente illuminati. Sembravamo due fantocci abbandonati sotto le luci dei riflettori, alla fine di qualche macabro spettacolo di marionette. Tutt’intorno a noi invece, si estendeva il buio più assoluto e per quanto mi sforzassi non riuscivo a scorgere nessuna traccia della misteriosa creatura che ci aveva inseguiti fino a quel momento.
Lentamente, con circospezione, mi sollevai leggermente e mi voltai verso il mio compagno di sbronze e di sventure, che giaceva supino senza dare segni di vita. Mentre aiutavo il mio amico a rialzarsi, mi accorsi che teneva lo sguardo fisso davanti a sé, in direzione del marciapiede, ed aveva sul volto un’espressione terrorizzata. Le sue labbra sussurravano qualcosa che all’inizio non riuscii a distinguere bene. Solo quando ci sollevammo in piedi e potei vedere chiaramente la sagoma scura che i nostri due corpi uniti proiettavano a terra, riconobbi anch’io il mostro che ci aveva perseguitati e per un attimo provai un insopprimibile impulso a fuggire via da me stesso e dalla compagnia dei miei simili, mentre accanto a me una flebile voce che stentavo a riconoscere ripeteva all’infinito: "...è sotto di noi... è sotto di noi...".
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Ascolta. Si fa sera.
Una fiaba (quasi) emancipata.
"Il bambino giocava come molti bambini giocano al buio, ma una spinta da dietro lo fece cadere, e sbatté la faccia. Si voltò, ma senza luce non vide niente, il cuore gli faceva male. Bambina, asciuga le lacrime e il sudore e pulisci il sangue, posagli senza malizia una mano sul petto. Si calmerà, e si sentirà pronto. Anche di fronte alla morte."
Noi squilibrati amiamo fare uso improprio degli oggetti. E poi: noi bestiole dal cervello ispido non possiamo certo sbrodolare umori stantii su rulli di carta patinata. Ricordi di paese. Di gente, nata e morta e a metà strada. Leggende. Alla terza notte insonne, l’inquieta zietta già vecchia e ancor nubile s’irrorò il volto di DDT. Invece di dormire, perse la testa, e fece scalmanare il vicinato. Una baldoria! In tono minore. Quasi una liturgia. Le più colpite dall’increscioso, mistico episodio furono altre zitelle scure in faccia e in odor di nervoso. Son cose che si ricordano, aneddoti spiccioli - ma spesso, a loro modo, aggraziati.
"Cadevano i capelli tagliati della bambina, e gli sembrava che abbattessero un albero ai cui piedi aveva riposato. No! Se cadono per terra andranno perduti, calpestati! Si accovacciò per raccoglierli, ne fece un mazzetto e lo strinse forte nella mano con l’apprensione di chi ha rubato troppe matite e forse non si sente all’altezza del gesto. Non aveva un’idea precisa di quello che stava facendo, ma pensò: questi mi servono."
Scorie di provincia. Pelo di lupo spellato. Paese natio di montagna. Melassa amara e collosa. Liquami, concime buono per menti torte. Cucciolo, bestiolina in iter di emancipazione, scopro che non mi piacciono né i paesini né i paesoni e che voglio una vera città lecca-lecca. E cammina cammina, giù per la valle, a quattro zampe e poi a due e poi a quattro e poi una capriola, arrivo in fondo che son passati dieci anni e non ho più casa. Ma tante strade. Segnali sguaiati di bisogno disperazione o illogica euforia e messaggi arcani stampigliati su lamiere ad ogni angolo di possibile sosta, comprensibili forse solo ai bambini che al buio sanno davvero giocare. E il pensiero adulto e sadico traccia graffiti violenti e osceni davanti a quegli occhi, mentre le auto passano, trascinando nella polvere bandiere storie incontri e pressanti volizioni, gente tanta e parole gambe braccia, in una masticazione irriverente e sempiterna di oggetti sostanze strumenti persone. Misera soddisfazione predicare, ma considerato che, qui, tra carta igienica fazzoletti e pezzi di giornale - vedi i parenti che ti ritrovi - sostanzialmente puoi dire fare scrivere quello che ti pare, insomma, mi piace ricantare come fossi in poltrona davanti a una libreria rossoverde la litania dei matti d’oggi imbolsiti e cordiali, socievoli e creativi, soprattutto. Riciclabili, volendo; equi e solidali, sicuramente. Oppure… potrei attaccare l’Internazionale socialista e marciare come gli omini di Metropolis per un quarto d’ora buono. In fondo, sono arrivato al punto di poter dire che la diversificazione delle attività si avvicina molto al segreto del benessere.., ovvero: benessere come galoppo-trotto-passo e passo-trotto-galoppo… che non ti prenda la cancrena. Geniale!
L’urgenza e fantasia di parola di noi bestiole pazzerelle è semplicemente … straordinaria, troppo chiedervi di immaginare. Certo, siamo poveri poveri poveri - non mi stancherò mai di dirlo e quasi me ne compiaccio, e me lo posso permettere e dovete stare zitti, è una piacevolissima sensazione, un potere sopportabile – poveri cuccioli che abbiamo la disgrazia di esserci emancipati (la parolina magica, mio passe-par-tout), e c’è chi ne ha fatto un vezzo e una sfida e sopravvive tra lo scherzoso e il monacale e come me vede nei parenti carta di giornale bella che ingiallita e così piena, strapiena di piccoli caratteri traballanti piccolissimi illeggibili e, ahimè, incancellabili imperturbabili immortali, che non puoi che volerteli levare da sotto gli occhi, e li mandi via, i tuoi ingialliti parenti di provincial pergamena già scritti e stampati e dimenticati e nemmeno lo sanno, che tornino al paesino o al paesone ai ricordini dei trisavoli alla naftalina alle poltrone impolverate, ché tanto non hanno niente da dire e sanno solo fissare chiedere piangere, troppa paura, troppa vergogna, e sfoggiano foulard cappottini borsette e tanti altri oggetti oggettivamente inutili, e telefonano, e si ostinano a parlare col tono del genitore-creatore che ti racconta la favola alla sera sforzandosi di farti capire la morale, quando vorresti solo sfumare i pensieri e scivolare nel meritato torpore, e marcano le parole lentamente lentamente lentamente, con l’intonazione teatrale ossessiva e straenfatica della maestrina buona prima della bacchettata sulle mani: lentezza estenuante e corale ripetizione di accenti in un gorgo di echi terrorizzanti se non ti mantieni al lato, osservi il ridicolo e ascolti l’essenziale, per annuire al momento giusto. Da bimbo sobrio, avvezzo al frugale.
E io, all’avvicinarsi del buio, ti cercavo, "Ascolta!", e tu, immancabilmente, implacabilmente pacata rispondevi "si fa sera".
E ridevi di me.
Cara, mi sei stata tanto cara.
Rallentati? Accelerati? Vuol forse dire… liberi, sior dottore? Sì, perché anche fuori tempo possiamo reagire, magari negarci, magari inventarci, ci possiamo permettere di biascicare le parole, noi teneri bradipi, masticarle voluttuosi (irrispettosi?), contando fino a trenta prima di guaire. Esempio di saggezza. Pratica salutare. E, in tutta sincerità, il peggio, l’insopportabile, il fondo del patetico è proprio l’atavica rinuncia fatta voce tremula e carne giallina e ossicini un po’ osteoporotici gravati da oggetti oggettivamente inutili. Miei cari, cari parenti. Mi siete stati cari. E quando (Deo gratias! Ma è davvero gratis?) state zitti, proprio non riesco a credere che pensiate qualcosa che non sia parola illeggibile sprecata, seme infecondo gettato al vento più dispettoso e inaffidabile.
Noi creature emancipate, liberate a dispetto dei fatti e di tutto quello che potete arrivare a pensare (quindi abbiate la decenza di tacere, per favore!), dobbiamo essere piene di risorse. La dignità? No, non è che viene dopo, non viene proprio, è assillo vostro, prigione che non ci incarcera. La decenza di tacere è, se ci pensate bene, la vostra unica arma, se non volete essere travolti, stuprati da risa ma veramente veramente vive e svergognate. Colpi di mannaia. E mi viene proprio da ridere quando cerco di figurarmi i pensieri che a fatica attraversano le vostre testoline di pergamena. Chissà se potrei mai riuscirci, a pensare come voi. Non che ci tenga, sia chiaro. Noi creature giocose e spudorate abbiam di meglio e di diverso, ridiamo tanto e di cuore testa stomaco e muscoli, proprio quando ci passa per la testa un pensiero ridicolo o disperato e proprio mai per compiacenza, convenienza, non so se vi pare poco. Certo, non sembrate preparati, sembrate aspettarvi timidi e mortificati sorrisini di riconoscenza, forse addirittura ammissioni di colpa e pentimento e professioni d’umiltà, e proprio non capite che dopo aver sbattuto la testa nel muro o esserti tagliato una mano puoi solo aver voglia di ridere sguaiato, a crepapelle, da lacerarti i polsi legati, dolore rimandato al dopodomani, nei pascoli turchini tra nubi di panna montata, quando potremo forse allentare la presa e copiosamente trasudare estro e fantasia, cedendo ogni potere all’aria respirata. Avremo forse meno libertà? Ci inseguiranno? Riusciremo noi, bestiole deboli e remissive, a spingerli verso altri pascoli e altre nuvole, i nostri angelici procreatori? Tanto siete, ahimè, carta muta e sprecata – e quanto poco basta (uno sguardo mite? Una carezza che centra la guancia?) per tutta una lettura biblica di cause effetti reazioni contrappassi, e quindi, ancora: colpe pentimenti recuperi coatti e altri liquami. Vivete d’altro pane, e quando mettete piede in questo … avete gli stivali alti, e sui la rassegnazione di un passatempo fine a se stesso. E sono talmente libero e arguto e irrispettoso e testardo da non tirarmi indietro di fronte ai vostri visini patiti, vittime dell’altrui emancipazione costrette a bardarsi di robusti e alti stivali per varcare la soglia di questo vivaio paludoso che sotto-sotto ribolle febbricitante, e vi lascio entrare. Perché, fondamentalmente, come ho detto, ci piace giocare: con le parole i colori il sangue i lenzuoli la carta igienica, e anche con voi. Ha senso, mi pare. Ma non ci punzecchiate, niente gridolini da collezionisti di smorfie, per carità. Vi ricordo il vostro dovere di decenza e, quindi, di silenzio. Non parlate di bisogni, non perdetevi in abbozzi di salvifici progetti, non lamentate la sporcizia di questo teatrino malconcio, non ungete le ferite - nostro fiero possesso. Non siamo galli da combattimento, e nemmeno laceri soldatini da parata, siamo, direi, al massimo, laboriosi e tenaci giocolieri, l’apprensione non ci appartiene, il recinto ci ha liberato, la guerra è affar vostro, guardatevi attorno e studiate la difesa (Attenti, alle spalle! Chiudere gli occhi! Tappare gli orecchi!), è vostra la paura la vergogna la dignità la decenza… Noi strappiamo ricuciamo prendiamo fiato inventiamo e rimpastiamo. Tutto al momento proprio giusto. Scontato che non potreste mai reggere il ritmo.
Così ora mi sento, mamma cara, mentre lascio gli occhi stupirsi di mondi diversi, e il buio si avvicina. Pura volontà disperata in scansione continua. Ascolta! Si fa sera!
Mi sei stata cara, sì, tanto cara.
Ma ora è poi, e io mi sono emancipato. Forse qualcuno ancor più saggio e irriverente di me dovrebbe inchiodarmi gli occhi a terra o al soffitto, e fermarmi il cuore. Forse, dovrei chinarmi di nuovo a raccogliere i capelli della bambina. O forse, lei dovrebbe mettermi la mano sul petto…
Invece, sono solo.
Quindi, dicevo, cara madre affaticata che tanto mi sei stata cara, i logorati gli sconfitti gli irrecuperabili dovremmo essere noi, ma mi pare indubbio che siete voi a spezzarvi prima, e più facilmente. Vittime di professione, esasperati, stanchi, doloranti, provo anche un po’ di pena tanto sono generoso di vedute, ma non te la prendere per questo, e neanche per tutto il discorso sui parenti di carta ingiallita e via dicendo, mica te la prendi, vero, con la tua creaturina mugugnante e indifesa (Ti consolo così, vero? Mi sto riprendendo! Ti do speranza! Mi sei stata tanto cara!), che tanti tanti anni fa si emancipò e andò via e si perse nel bosco tra uomini-lupo musiche d’oriente e altre maledizioni, e ora devi fare chilometri e chilometri e attraversare tutto il bosco buio con la bestia nera sempre in agguato e tu pesante, ansiosa e impaurita, col foulard la borsa il cappotto e tutto il resto per venire a raccontare le tue favole! E l’erba che si struscia sulle calze e ti bagna e se la strappi o sfiori fa subito uscire il sangue (sangue!) dalle dita, e il vento poi sancisce impietoso la ferita…
Ascolta! Si fa sera!
Sì, insomma, cara mammina, se stanotte riuscirò a far guizzare l’ingegno e giocare come si conviene a chi ha vinto il buio, con un’acrobazia di quelle davvero inverosimili (siamo squilibrati, e quindi equilibristi necessari, insomma, necessita un forte senso dell’equilibrio all’amor dell’indecenza: ci avevate pensato, o no?), un funambolismo discreto e impenitente che lascerà tutti di pietra serena - e già penso al divertimento dei compagni pugno chiuso rigato e alla gratitudine per i nuovi giochi di parola e di sangue, bestia e musa ispiratrice, ditemi se non è leggerezza questa, e potere! (Applauso al potere!) Insomma, mia cara, impaurita genitrice, in caso di successo della mia funambolesca impresa, cosa di cui voglio subito attribuirmi tutto il merito e la gloria, se quando leggerai questa mia scomposta su quadratini di carta igienica sentirai finalmente urgente il tuo dovere di decenza, ecco, te lo dico subito, vedi di pascolare altrove, lassù, di là, insomma: per favore. E se sulle canute nubi proprio non sai riposare le avvizzite membra e ostinata vuoi continuare la tua feroce, stolta disseminazione, vivaddio, vedi di spazzarli un po’ più in là i bioccoli di lanugine celeste, che la gente riposa, qui, o al massimo due giochi e due salti, sai com’è, tra gratuità del gioco e beata conquista dell’oblio. Sì, ci vedo a mezza gamba nella nuvolaglia che non sembra neanche di poter reggersi in piedi, non hai la forza, né la responsabilità…, e non ti vedi neanche i piedi, e te, mondina sofferente che sfaccendavi a occhi chiusi per paura degli sguardi delle cose, sbuffi indispettita inchiodata alla pace eterna… (In prigione! Anche tu!); e sì, sinceramente, sono libero e forte e generoso di vedute e provo anche un po’ di pena sincera, ma così, a pelle di lupo glabro - te lo posso dire perché sono libero e potente e ancora recintato – provo un tale ribrezzo che t’impaglierei qui, nei miei logori e gloriosi panni di guerriero privo di senso morale, per scappare solo verso l’alto e il blu. Come un palloncino. La stizza e un filo spezzato, ecco tutto quel che ti resterebbe. I bambini che giocano al buio sanno rassegnarsi. Forse impareresti anche tu. Tanti immacolati rotoli di carta igienica potrebbero – chissà! – sedare il tuo intimo terremoto. Magari, scrivendo e contando fino a trenta prima di guaire, sentiresti finalmente la sera arrivare.
E, magari, finalmente, solo di te potresti ridere.
Monica Pintucci
20.06.2003
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Conto alla rovescia finale per questo pianeta. Al tempo dei microchip subatomici e dei viaggi interplanetari con propulsione all’americio io, abitante del terzo pianeta del Sistema Solare, mi appresto a trasferirmi sul quarto pianeta a bordo di un’astronave costruita nel garage. Un viaggio che compirò da solo.
Non ho paura. Non rimpiango la Terra, un pianeta condannato. Un guizzo nel cuore del Sole, una spolverata di radiazioni termiche. Un insignificante aumento della temperatura di duecento gradi. Insignificante per una stella.
Vivrò su un mondo nuovissimo, sarò il primo ad assaporarne l’aria incontaminata.
Lontano da lei…
Ho iniziato la costruzione dell’astronave otto mesi fa. Non è facile costruire un’astronave dignitosa in segreto, montando i vari componenti nel garage e nascondendola infine sotto un telone insospettabile. È un’astronave piccola, con un solo posto, c’è soltanto l’indispensabile; d’altronde trascorrerò i sei mesi di viaggio in ibernazione e ogni consumo sarà ridotto al minimo. Avrò con me buone sementi terrestri rinforzate che – nel nuovo clima più caldo di Marte – attecchiranno e daranno buoni frutti abbondanti. Costruirò una casa accogliente su un pianeta vergine.
Il lavoro è stato duro, ci sono stati momenti di sconforto, momenti in cui sembrava un’inutile corsa contro il tempo. Ma la vita non si arresta se non davanti alla morte, e la signora con la falce ha dato una proroga al giardino-Terra prima di tosarlo con radiazioni mortali. Appena il tempo per prepararmi alla fuga.
Iniziai il progetto con l’entusiasmo del condannato a morte che ha ricevuto la grazia ad una condizione. Quella condizione l’ho rispettata con diligenza che neppure io sospettavo.
Tutto questo accadeva otto mesi fa. Adesso sono pronto. Partirò tra poche ore, mi abbandono al divano e alla fantasia. Nell’impianto stereo un pezzo di musica classica, Bach suppongo. Sono già in viaggio verso le stelle. La Terra è una curva azzurra sopra la mia testa, una curva serena e luminosa che somiglia sempre di più ad una sfera. Sono ancora sveglio, stretto nell’abbraccio gravitazionale della poltrona imbottita, collegato a molti tubi che entrano nelle mie braccia e nella mia testa, osservo con muto stupore lo spettacolo cosmico, cerco di riconoscere i continenti, ma poi rivolgo il mio sguardo al sole. Mi apparirà più piccolo su Marte, un sole minore che tuttavia riscalderà il suolo ghiacciato e libererà acqua e ossigeno dalle rocce antiche. Ciò che l’astro toglierà alla Terra sarà dato al suo fratello minore. Le sue valli silenziose rivedranno la vita, se mai l’hanno vista. Costruirò un mondo su misura, un paradiso perduto e ritrovato. Un brivido mistico mi attraversa mentre la mia mano stringe la leva dell’autopilota. Ecco, sto perdendo i sensi. La macchina sta pompando un anestetico nelle mie vene, mi prepara ad un lungo sonno privo di sogni. O forse non sarà senza sogni?
Non vedrò il momento in cui la vita sarà spazzata via dal mio pianeta natale. D’altra parte, anche se fossi sveglio, dallo spazio non noterei la differenza ad occhio nudo. Posso solo immaginare le città e gli abitanti che prendono fuoco, i terremoti, i tifoni, gli oceani e i mari che evaporano, lei come morirà…? Ma non voglio soffermarmi su queste immagini, su queste riflessioni, negli ultimi attimi di coscienza. Voglio addormentarmi pensando all’orizzonte marziano e alle sue valli.
Mi sveglio con un senso di calore sulle palpebre. Un raggio di sole ha trovato una fessura sottilissima tra le tende tirate e taglia adesso la mia testa in senso orizzontale. È un calore nuovo, mai provato. Mi occorrono lunghi istanti per rendermi conto che sono ancora sul divano e che si è trattato di un sogno. Sto per alzarmi quando un particolare cattura la mia attenzione. Un’ombra sulla parete della stanza.
Mi volto lentamente, molto lentamente. Sono terrorizzato.
Ci sono degli uomini vestiti di bianco. Mi guardano con professionale distacco. Sanno cosa devono fare e forse si aspettano che io opponga resistenza. Sono in quattro ed io sono solo: non avrei scampo. Non voglio che mi iniettino un sedativo, preferisco consegnarmi spontaneamente, anche se mi consegno alla morte. È stata lei a mandarli da me. Inutile spiegare loro che non sono pazzo, che nel garage c’è davvero un’astronave, che moriremo tutti. Nel caso, assurdo, in cui mi credessero non mi lascerebbero partire.
Gli uomini mi accompagnano fuori. Un paio di loro mi tiene per le braccia; uno la sinistra e uno la destra. Sono gentili, troppo gentili, mi irritano.
- E’ stata lei, vero? – domando, neppure io so perché, poco prima di varcare la soglia di casa.
Loro mi guardano senza capire, o fingendo di non capire.