Intervistina a Matteo B. Bianchi
a cura di Massimo Acciai e Monica Pintucci
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Matteo B. Bianchi ha 35 anni, è nato nell'hinterland milanese e vive a Milano, dove lavora come scrittore free-lance. Ha curato alcune antologie per piccoli editori underground prima di pubblicare il suo primo romanzo "Generations of love" per Baldini & Castoldi nel 1999. In seguito ha scritto due commedie teatrali, una delle quali è attualmente in via di allestimento. Collabora a diverse riviste, fra cui Linus, Label e Vogue Italia. E' uno degli autori della trasmissione-cult di Rai Radio Due "Dispenser" (in onda alle 20.35, dal lunedì al venerdì, e alle 20, di domenica). Il suo secondo romanzo "Fermati tanto così" esce nel febbraio 2002, sempre per Baldini & Castoldi. (Dalla presentazione "Chi è Matteo?" su ‘tina) |
Siamo andati a trovare Matteo a casa sua, a Milano, in una giornata freddissima: domenica 7 dicembre 2003 per la precisione. Il viaggio in treno da Firenze meriterebbe un racconto a parte, ma lo risparmieremo al lettore. Matteo ci viene incontro alla fermata dell’autobus e ci accompagna, infreddoliti, a casa sua. Ci offre un caffè mentre iniziamo a chiacchierare a registratore spento. Matteo è una persona interessantissima, curiosa, loquace; ci sentiamo a nostro agio nonostante ci troviamo di fronte ad uno scrittore professionista che ha pubblicato un paio di romanzi con una casa editrice importante e che – tra le tante cose che ha fatto – ha tenuto corsi di scrittura e ha girato un cortometraggio. Dopo il caffè ci spostiamo in salotto dove riusciamo a portare a termine l’intervista in tempo per non perdere il treno di ritorno, anche se il registratore – che dà subito problemi – sembra complottare per far saltare l’intervista. Le domande sono molte e il tempo è poco; le leggo tutte io – Massimo – anche se le abbiamo scritte insieme io e Monica (e così le ho volute indicare trascrivendo l’intervista).
MA: Vorrei iniziare questa intervista-chiacchierata parlando di ‘tina, la rivista letteraria online che hai creato nel lontano ’96 - ‘lontano’ da un punto di vista tecnologico e sociale, ovvero di circolazione delle idee attraverso il web. Prendo spunto dalla presentazione del numero 0, datato giugno 1996 (a proposito, perché un "numero zero"?). Qual era allora la situazione delle riviste online? Cosa è cambiato in sette anni abbondanti? L’idea delle riviste autoprodotte, in anni in cui internet è molto più diffuso, è ancora una "valida alternativa"?
MB: Innanzitutto vorrei dire che ‘Tina non è nata come rivista online bensì come rivista cartacea, in un pomeriggio, semplicemente raccogliendo il materiale che mi era stato inviato da altri autori con cui ero in contatto per scambiarci opinioni sui pezzi, per confrontarci. L’avevo fatto semplicemente unendo insieme i fogli dattiloscritti, quindi la grafica era estremamente rozza; un "taglia e incolla" dei loro fogli. Vorrei citare l’esempio di Tiziano Scarpa che mi aveva mandato un racconto via fax, io l’avevo accartocciato e quindi anche nelle fotocopie risulta spiegazzato a causa mia. Il numero zero l’ho fatto solo in dodici copie mettendo insieme il materiale, inventandomi la copertina e tutto quanto: erano infatti dodici le persone a cui ho pensato poteva interessare il progetto. In realtà ha incontrato un grande interesse; questi ed altri autori hanno cominciato a mandarmi le loro cose, infatti una cosa curiosa è che all’inizio io ricevevo i racconti proprio al mio indirizzo con scritto "per ‘tina" da gente che non conoscevo e non so come sono venute a conoscenza di questa rivista. Io quindi mi sono sentito obbligato ad andare avanti a farla perché i vari autori continuavano a mandarmi i racconti e dopo qualche anno ‘tina è approdata sul web nella forma di rivista online per due motivi: il primo è che inizialmente stampavo 50 copie della rivista cartacea, con un’azione tipicamente da Robin Hood – rubando al ricco per dare al povero – regalavo la rivista. Allora lavoravo per un’agenzia pubblicitaria e nelle ore di pausa usavo la fotocopiatrice e la carta dell’agenzia per fotocopiare la mia rivista – adesso lo posso dire tranquillamente. Se calcoli che erano 50 copie ed ogni copia 10 fogli, io a botta "rubavo" 500-1000 fotocopie a loro, però cominciava a diventare oneroso, intanto in termini di tempo, perché fotocopiare 50 copie, graffettarle, spedirle – oltretutto io non riuscivo a vincere l’idea di farmi pagare per questa cosa, quindi la regalavo – però anche spedire 50 copie cominciava a diventare dispendioso, quindi ero un attimo in dubbio su come mandare avanti questa cosa. Un giorno casualmente una mia collega, che per altro curiosamente si chiama Laura Biagiotti come la famosa stilista, mi ha detto che lei per passione faceva siti internet e se ero interessato a fare un sito anch’io. Io le ho subito proposto l’idea di trasformare ‘tina in un sito e lei la mattina dopo l’aveva fatto, quindi è stata di una velocità impressionante. Da allora ‘tina è diventata una rivista esclusivamente online. La situazione è oggi cambiata: oggi le riviste online sono tante, devo dire onestamente che si sono delle riviste profondamente ispirate a ‘tina, anche se non sono un plagio vero e proprio, e questo da un certo punto di vista mi fa piacere perché vedo che è un modello che viene ripreso. La mia risposta molto onestamente è: non mi preoccupo del fatto che abbia ancora senso o meno fare una rivista di questo tipo, fondamentalmente perché ‘tina la faccio esclusivamente per passione, quando ho tempo, quando ho voglia, pubblico solo i racconti che mi piacciono, quando ho un numero sufficiente di racconti la metto online, magari passa un anno tra un numero e l’altro; non mi do nessuna regola con questa rivista, e anche il fatto che non abbia un contatore – cioè ho un finto contatore – è proprio perché io non voglio sapere quanta gente legge questa rivista, finché lo faccio solo per passione voglio lasciarla nell’indefinito. Sono però consapevole che in tanti leggono la rivista e lo so perché gli autori che pubblicano ricevono poi un sacco di posta e succedono dei casi anche molto particolari: una ragazza che ha pubblicato un racconto due numeri fa è stata contattata da una trasmissione televisiva per un lavoro, per una cosa che ha pubblicato su ‘tina, quindi evidentemente è letto anche in ambiti che noi non ci immaginiamo, mi piace molto che sia così.
MA: Le parole chiave dell’era attuale, battezzata "era digitale" sono: multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato qualcosa? C’è un reale contrasto tra passato e futuro?
MB: Io non riesco a percepire l’evoluzione tecnologica in contrasto rispetto a ciò che è già presente, rispetto a ciò che c’era prima. Questo mi sembra che sia un concetto che continuamente la cultura contemporanea cerca di farci passare, ed è un concetto secondo me fasullo. Se ci pensi ogni grossa invenzione tecnologica ha portato con se la promessa dell’annullamento delle cose precedenti: io ricordo quando ci fu il boom delle videocassette dicevano che avrebbe ucciso il cinema, cosa che ovviamente non è stata. Quando c’è stato il boom dei cd-room e degli ipertesti hanno detto che questo avrebbe ucciso i libri, cosa che non è mai avvenuta. In realtà le nuove tecnologie aprono nuove forme, permettono delle integrazioni tra forme passate e forme future, ma non significano l’eliminazione l’una dell’altra. L’altro ieri sera ero a cena con un discografico che annunciava la morte del disco, dicendo che ormai la musica viaggia sempre più attraverso internet. C’è stata una discussione accesissima tra le persone a tavola proprio perché la sua visione così catastrofica non era sposata da nessuno dei presenti alla cena perché anche se il mercato sta crollando – ossia le vendite dei cd non sono più paragonabili a quelle di dieci anni fa – non vuol dire che ci sia la sparizione del cd. La nostra cultura è molto improntata all’idea che l’evoluzione tecnologica sia una sorta di nemico delle tecnologie preesitenti, ossia che la tecnologia sia nemica di se stessa. Io non la vedo affatto in questi termini e anzi penso che sia un po’ manicheo, un po’ esagerato. Per quanto riguarda l’uso in ambito letterario, è abbastanza evidente che strumenti come le riviste letterarie e la possibilità di pubblicare i tuoi racconti su internet, hanno degli scopi ben precisi ossia saltare il mezzo della distribuzione, l’idea di andare a comprare qualcosa, eccetera: hanno una diffusione immediata tra chi scrive e chi legge e quindi saltano molte barriere e hanno la funzione di arrivare dove la singola rivista non arriverebbe, ma non sostituiscono il lavoro che fa un libro; sono due ambiti diversi. Succede anzi che chi ha cominciato magari pubblicando in riviste digitali, poi arrivi al libro o viceversa. Sono due aspetti complementari, non in contrapposizione.
MA: Perché i santini?
MB: Questa è la domanda che più frequentemente mi viene fatta riguardo a ‘Tina. In realtà l’idea dei santini è stata un’idea quasi non meditata; nel momento in cui ho fatto il primo numero di ‘tina e volevo un’immagine per la copertina, ho pensato ad un’immagine molto pop e forse una delle cose più pop che abbiamo nella nostra cultura italiana sono proprio le immagini dei santi, delle immaginette in realtà; quelle cose che trovi nei calendari delle nonne o nei luoghi pubblici, nei negozietti, eccetera, che sono forme secondo me più legate all'aspetto estetico che alla devozione vera e propria, ossia sono cose che vengono lasciate in giro perché alla gente piace vederle in giro, non perché vanno davanti al calendario a dire la preghierina, almeno io non credo. Ogni tanto sono stato criticato per questo perché vengono vissute come irrispettose o comunque con un intento iconoclasta, ma non è assolutamente così, non a caso i contenuti di ‘tina non hanno niente a che vedere con i santini; infatti non è una rivista pro o contro il cattolicesimo, i contenuti sono diversi, così come "Panorama" o "L’Espresso", quando parlano della guerra mettono in copertina una donna nuda con in mano una boccetta di medicinale, io parlo di letteratura e metto in copertina Santa Lucia, non c’è nessun riferimento preciso. È semplicemente un modo per caratterizzarmi, per usare in modo personale una cosa che è alla portata di tutti e fa parte della mia scelta estetica: con ‘tina volevo fare una rivista che fosse veramente diversa dalle altre a cominciare dal nome; ‘tina non è un nome da rivista letteraria. Le riviste letterarie si chiamano "Nuovi argomenti", "Culture del domani", io volevo una cosa che sembrasse quasi un giornalino per teenager, da qui il nome di ‘tina come diminuitivo di "rivistina". L’immagine dei santini dà quasi un’immagine smitizzante dei contenuti, che rimanda ad un territorio curioso, forse ironico, decisamente popolare. Avrai notato che il sito internet è interamente in bianco e nero, ed è una cosa che rarissimamente si fa su internet. Sono tutti elementi che servono a caratterizzare ‘tina.
MA: Condivido in pieno l’idea delle autoproduzioni cartacee a bassa tiratura: oggigiorno, con software neanche tanto professionali e appena un’infarinatura di grafica e impaginazione uno può realizzare senza muoversi da casa propria (il mio caso è un po’ a parte visto che faccio l’impaginatore di lavoro); sono arrivato persino alla conclusione che questo processo arriverà in un futuro prossimo ad incidere in modo rilevante sul mercato editoriale. Qual è la tua previsione al riguardo?
MB: Bisogna un po’ distinguere; l’autoproduzione in Italia è ancora un ambito molto poco frequentato. In America esistono catene intere di negozi e librerie dedicati esclusivamente a libri e giornali autoprodotti o comunque di piccolissime case editrici o di mercato indipendente e così via. Lì la scena è estremamente vitale. Io sono un appassionato di queste cose, compro un sacco di fanzine, di libri dall’America perché ci trovo delle cose esaltanti che da noi non si trovano; un tipo di approccio alla letteratura che da noi non esiste. Io ho una vera e propria passione, tant’è vero che uno dei protagonisti del mio prossimo libro è un autore di fanzine, proprio perché vorrei che se ne parlasse di più ed io stesso cerco di parlarne il più spesso possibile. Io credo profondamente che l’autoproduzione sia un veicolo di influenzare profondamente la cultura. In Italia è successo un po’ musicalmente con piccoli gruppi provenienti da piccole etichette – vedi il caso della Mescal – gruppi come i Blue Vertigo e i Subsonica sono oggi al vertice delle classifiche così come era stato negli anni ’80 per i Litfiba. Quindi è attraverso questi canali che molto spesso arrivano le cose più interessanti. In ambito editoriale c’è un atteggiamento un po’ diverso: quello che avviene oggi è che le piccole riviste e le piccole case editrici stanno facendo da talent scout per le grandi. Quando un autore pubblicato da una piccola casa editrice si rivela interessante, spesso c’è una grande casa editrice che se lo mangia e lo pubblica nelle proprie collane senza che alla piccola casa editrice venga riconosciuto niente di questo merito, mentre sarebbe fondamentale questo. Io credo che una vera rivoluzione sia nel momento in cui ci si appropria di più delle possibilità offerte dall’autoproduzione. Io ogni tanto sono invitato a tenere lezioni nei corsi di scrittura creativa e vedo la fame che ha la gente di pubblicare – una fame legittima, comprensibile, anch’io ho sempre voluto pubblicare; chi scrive ovviamente vuole essere pubblicato e vuole essere letto. Quello che però mi sorprende è la totale ignoranza del fatto che uno può aggirare alcuni ostacoli attraverso forme di autopubblicazione, anche forme di collaborazione con altri autori. Perché infatti un gruppo di autori che vuol pubblicare non si unisce, non crea una piccola rivista, un’antologia… insomma ci sono le possibilità per farsi conoscere. Alla fin fine pubblicare per un piccolo editore in 500 copie o pubblicarsi da soli queste 500 copie non cambia nulla. Spesso la gente non è abituata all’idea di poter fare queste cose e questo è un peccato.
MP: Passiamo alla tua produzione narrativa. Provi mai la sensazione – scrivendo o pensando un romanzo – che qualcosa di assolutamente urgente e necessario "urli" per esser scritto, detto – o è proprio questo, secondo te, senso e giustificazione dello scrivere?
MB: Bè, avendo scritto due libri autobiografici direi che assolutamente era un’urgenza personale. I miei libri sono entrambi abbastanza brevi ed ho impiegato anni per scriverli; questo perché io non sono uno scrittore costante, passo anche mesi senza scrivere una riga, narrativamente parlando – poi scrivo tutti i giorni, ma per lavoro, è un’altra cosa. Io non ho neanche avuto una particolare ansia di pubblicare; io faccio passare anche molto tempo tra un libro e un altro, non ho questa frenesia che ha spesso chi lavora in questo ambito. Io scrivo quando sento proprio l’urgenza di farlo, di dire delle cose che secondo me sono importanti. Generations of love è stato un libro che grazie al cielo ha avuto un grandissimo successo, anche se non è un best seller; ciò che conta è stato il responso entusiastico dei lettori e soprattutto mi ha fatto capire che quello che stavo dicendo era una necessità, ho capito che quel libro colmava una lacuna perché ho detto delle cose che prima non erano state dette. Generations of love è un libro che parla di omosessualità in termini molto normali, molto colloquiali e ironici; toglie l’omosessualità da un ambito di dramma e disperazione. Fermati tanto così è un libro che fa un’operazione simile; parla di un argomento – quello della psicosi infantile – togliendolo dall’ambito patetico, drammatico e consolatorio che di solito è l’ambito che gli pertiene. Ho usato un linguaggio leggero, ho usato termini ironici là dove era possibile usarli e anche qui un tono estremamente colloquiale per portare quest’esperienza ad un livello condivisibile e mi sembra che in entrambi i libri questo abbia funzionato. Spesso quando ricevo racconti per ‘tina mi trovo davanti ad esercizi di stile, ossia gente che vuole scrivere ma non ha niente da dire; a volte sono imbarazzato perché in tanti mi chiedono giudizi ed io mi rendo conto che il giudizio è "tu sai scrivere, ma questo testo non funziona".
MP: Come giudichi i romanzi esplicitamente autobiografici? (Non male, immagino… ) Pensi che la gente abbia davvero bisogno di sapere come altri hanno vissuto, pensi che potrebbe aiutarli a vivere? O associ l’arte della biografia più ad una sorta di esorcismo - per chi scrive?
MB: Io credo che l’autobiografia sia un genere letterario, esattamente come il giallo o la fantascienza. Spesso la gente è portata a credere che scrivere autobiografia sia facile rispetto all’inventarsi delle storie. Questa è un’ingenuità perché quando scrivi autobiografia non stai scrivendo un diario, non stai semplicemente buttando sulla pagina cose che riguardano la tua vita e che è quindi automatico fare. Scrivere autobiografia significa organizzare i propri pensieri e le proprie esperienze in un modo che sia narrativo, in un modo che sia interessante per chi legge, in un modo che abbia un senso e una linearità che a volte mentre vivi certe esperienze ti accorgi che non ce l’hanno, oppure riesci a capire il senso di certe esperienze pensandoci retrospettivamente, ma mentre le vivi non capisci il senso di quello che stai facendo o in che direzione andrai o che conclusione porterà questa scelta. Lavorare sull’autobiografia significa fare un’operazione narrativa. Ciò può generare anche confusione in chi legge. Ho trovato questa cosa divertente: ho pubblicato un racconto in un’antologia di Mondadori che si chiama Man on man, nel quale il protagonista ha una storia d’amore con il cantante degli Almamegretta. Una persona scrivendomi mi ha detto: "ho letto della storia che hai avuto con il cantante degli Almamegretta." Ma io non lo conosco neanche! È chiaro che anche se ho scritto un racconto in prima persona, dopo aver scritto due romanzi autobiografici, non vuol dire che la mia prima persona equivalga automaticamente a me stesso! Non hanno colto neppure la differenza, perciò dico che è profondamente narrativo. L’unico caso in cui l’autobiografia non è genere letterario o non importa che lo sia è quando a scrivere è un personaggio famoso; a quel punto la sua storia può essere non interessante, ma la gente è interessata lo stesso, ma lì non siamo in ambito della narrativa.
MP: Anch’io, nel mio minuscolo, scrivo racconti e poesie – e spesso, quando sono "all’opera", mi sprono o autogiustifico dicendomi che "questo ho sentito", e ho cercato di scriverlo "con rettitudine", di vedere quel che potevo da dove mi trovavo e restituirlo al lettore. Ti è mai capitato di ragionare in questi termini sul tuo scrivere?
MB: Sì e no. Non credo che una giustificazione del genere sia valida per chi legge; lo è in un certo ambito, per esempio in Fermati tanto così io parlo continuamente dei dubbi che avevo come obiettore di coscienza, del mio senso di inadeguatezza, e quello era assolutamente importante per me che venisse fuori perché questo senso di inadeguatezza è stato un aspetto fondamentale del mio servizio. Non credo invece che sia giusto se si riferisce ad un ambito più sentimentale: molta gente scrive delle proprie storie d’amore riempiendole di pathos – che è pathos reale, profondamente vissuto! – ma questa non è una giustificazione per chi ti legge. Se dietro questo struggimento non c’è una storia interessante allora non importa che tu l’abbia vissuto sul serio. L’importante è che tu stia comunicando qualcosa. Ci ricolleghiamo al discorso sull’autobiografia che facevo prima: non è la realtà dei fatti che giustifica la narrazione, ma il modo in cui tu la racconti, infatti i miei romanzi sono autobiografici ma anche pieni di falsità. Intendo dire che quello che io racconto essere una vacanza, in realtà sono quattro vacanze riunite insieme; quello che io descrivo come un amico, in realtà sono tre amici diversi che ho riunito in un’unica persona perché mi interessava crearne un personaggio letterario. Nella mia vita so che le cose sono andate diversamente, ma per chi mi legge era importante che io avessi quelle conversazioni, che io rappresentassi quegli incontri; era reale il contenuto ma non era reale la forma.
MA: Quale peso ha il retroterra culturale nella tua creazione artistica?
MB: Spiegami cosa intendi per retroterra culturale.
MA: Gli studi, le letture anche da autodidatta…
MB: Se per retroterra culturale intendi la formazione classica, cioè le scuole, credo molto poco. Io ho sempre trovato molto poco soddisfacente il tipo di cultura proposto, ho sempre avuto bisogno di cercare delle cose personali, ma non per snobbismo. Mi interessavano cose che fondamentalmente non interessavano a nessun altro, quindi toccava un po’ a me scoprirle, poi calcola che io ho una sorella minore ma non ho fratelli maggiori, quindi non c’era nessuno più esperto di me che mi suggerisse delle letture, dei dischi da ascoltare, dei film da vedere. Sono stati però fondamentali alcuni personaggi che cito abbastanza spesso nelle cose che scrivo come Andy Warhol, John Waters, Pedro Almodovar e Jean Cocteau: sono personaggi profondamente diversi tra loro ma che hanno una caratteristica comune, ossia sono tutti autori che hanno fatto cose diverse; Almodovar ad esempio prima o mentre faceva i film ha fatto alcuni dischi, ha scritto dei racconti divertentissimi.
MA: Tra le tue cose inedite, c’è un racconto (o più di uno) a cui sei particolarmente legato?
MB: Mi verrebbe da citare un racconto intitolato Martino, che non è pubblicato da nessuna parte, che è stato il primo vero racconto che ho considerato maturo, presentabile, che per altro era stato selezionato da Pier Vittorio Tondelli per il terzo volume degli under 25, ma poi non è entrato. In un modo o nell’altro sono molto legato a questo racconto anche se, riletto oggi, mi sembra estremamente naif.
MA: Di cosa parlava?
MB: Era un racconto molto sentimentale. Era la storia di un ragazzo che stava andando via di casa per andare a vivere con un’altra persona e si capiva che era una sorta di fuga da una casa in cui non si trovava più bene, in cui non era più amato, o qualcosa del genere. Mentre stava facendo questa operazione entra in camera sua suo nonno a salutarlo. Il nonno gli dice "stai facendo San Martino", perché dalle nostre parti San Martino è sinonimo di trasloco perché i contadini traslocavano il giorno di San Martino perché… per una questione di tipo agrario che adesso non mi ricordo. Era il momento in cui si passava da un podere a un altro. È un momento tenero di saluto tra questo ragazzo e suo nonno; si capisce che è l’unica persona che lui soffre ad abbandonare. Il nome Martino del racconto è ambiguo perché potrebbe essere il nome del protagonista o il nome del santo.
MA: Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile? Hai avuto un maestro nella scrittura?
MB: In parte i personaggi che ti ho citato prima; per quanto riguarda la scrittura narrativa vera e propria non posso fare a meno di citare Tondelli, anche perché ho avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo per un breve periodo. È stata una lettura fondamentale per me perché era l’unico autore italiano che agli inizi degli anni ’80 che parlasse nei suoi libri di musica, di film, che inserisse la cultura popolare all’interno della narrazione: cosa che prima non avveniva mai. È stato per me fondamentale il minimalismo: David Leavitt, Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Amy Hempel. In termini più recenti il mio scrittore preferito in assoluto è Douglas Coupland, che in Italia è curiosamente poco noto. Il suo ultimo libro All family are psicotic, che è uscito con l’orribile titolo di La sacra famiglia, è un libro bellissimo che parte da un presupposto narrativo strepitoso – è la storia di un donna di settant’anni con l’AIDS. Trovo molto bello che lui abbia applicato un concetto così giovanile come l’AIDS ad una persona anziana, perché tutta la letteratura sull’argomento è stata una letteratura di giovani che hanno avuto l’AIDS. È un esempio molto interessante di ribaltamento di una situazione, di analisi del reale fatta attraverso figure non convenzionali.
MP: Studio e lavoro: lo studio sui libri, le definizioni dei test di psicologia servono a ben poco, nemmeno a farci presagire l’impatto emotivo del vissuto reale: è questa tra le prime considerazioni che consegni al lettore; quali sono allora i must per apprendimento e avvicinamento? (Se lo chiedessero a me, risponderei forse pazienza umiltà adattabilità sensibilità….)
MB: Ovviamente questa domanda viene dalla lettura di Fermati tanto così, no? Quello che in realtà volevo dire non è tanto che la psicologia sia uno strumento non adatto per interpretare o avvicinarsi alle situazioni problematiche come quelle dei bambini psicotici appunto; dico piuttosto che c’è uno scarto molto forte tra quello che si studia e quello che si sperimenta, e che è importante colmare questo gap. È necessario avere anche una certa sensibilità, però è importante trovare un equilibrio tra quella che è la freddezza della materia studiata e quello che è il calore dell’esperienza reale. Un buon psicologo è uno che riesce a mediare tra questi due aspetti. Io ho non sarei mai stato un buon psicologo perché non ero in grado di mediare le due cose: propendevo sull’aspetto sentimentale, concreto e umano della faccenda. Ho dovuto chiudere lì.
MP: Molti psicologi, appunto, vedono nell’atto creativo in primo luogo uno sfogo: non si ambisce necessariamente a comunicare, a costruire una struttura biunivoca e autosufficiente, condivisibile, piuttosto vuole provocare e obbligarti a rileggere.
MB: Non so se rispondere a questa domanda; ti posso dire che la mia esperienza mi ha suggerito che il rapporto tra chi scrive e chi legge è un rapporto veramente difficile da sondare. In altre parole io mio rendo conto che molti lettori vedono nei miei libri cose che io non ci ho mai messo e non posso controllare minimamente questa cosa; dalle cose più banali a quelle più profonde. Sono stato accusato di essere troppo provocatorio, troppo poco provocatorio, troppo perbenista, di aver citato un certo tipo di musica perché ne volevo escludere altre… una serie di cose che non erano nelle mie intenzioni ma sono evidentemente negli occhi di chi legge. Nel momento in cui consegni al pubblico il libro ne perdi totalmente il controllo; sicuramente il modo in cui il tuo libro viene letto porta te autore a riconsiderare ciò che hai scritto anche in modo completamente diverso. A volte è anche inquietante quando, come nel mio caso, i libri nascono da un’esperienza reale; ti accorgi che anche nella tua vita ci sono degli elementi che non ci avevi mai visto prima…
MA: C’è insomma una riscrittura da parte del lettore…
MB: Esatto.
MA: Sottoponi spesso i tuoi lavori ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento creativo?
MB: Io sono uno che riscrive tantissimo e che per tenere un tipo di scorrevolezza nel testo che sembra quasi dettato dalla spontaneità assoluta, poi magari è stato riscritto cinque volte. Molto spesso scrivo di getto una cosa, sapendo poi che di questa versione resterà pochissimo.
MA: Cosa pensi dei concorsi letterari? Cosa pensi dei corsi di scrittura creativa? Si può davvero insegnare un mestiere come quello dello scrittore?
MB: Penso che siano molto spesso illusori, nel senso che mi sembra che dai concorsi letterari non siano venuti fuori degli autori veri – tranne in rarissimi casi. Credo che per uno scrittore esordienti la via più interessante sia quella di far conoscere le proprie cose attraverso le piccole riviste di letteratura, i piccoli editori, o un confronto diretto con altri autori, eccetera. La via del concorso letterario può essere interessante a patto che non chieda agli autori di investire denaro. Per quanto riguarda i corsi di scrittura creativa, partendo dalla pura convinzione che il talento non si possa insegnare, eccetera eccetera, comunque sono sicuro che al di là di questo – che è una concezione molto romantica, molto italiana – i corsi di scrittura possano avere un valore, possano dare degli strumenti. Il problema è che a me sembra, nei corsi di scrittura a cui mi è capitato di partecipare come insegnante, che molto spesso la gente non sia lì perché vuole apprendere ma che sia lì perché spera che tu legga le sue cose, ed è un atteggiamento profondamente sbagliato, cioè è importante che si legga e ci si confronti, però io vedere persone che per due ore stanno lì ad ascoltare una lezione e non scrivono una riga, non conoscono i testi di cui stai parlando, non mostrano curiosità, mi sembra che siano lì a perdere tempo. Questa è una cosa tipicamente italiana; siccome c’è quest’idea che la scrittura non si insegni, che uno è nato col talento, allora gli stessi che partecipano ai corsi di scrittura sono convinti di avere già il talento e di non avere bisogno di altri strumenti. Invece non è vero, perché è il confronto lo strumento fondamentale. Uno degli errori che molto spesso fa chi scrive è non conoscere minimamente gli autori contemporanei, il lavoro di altri esordienti e così via, ed è folle… è come uno che pretende di partecipare a una gara senza essersi mai allenato prima, senza aver mai verificato le proprie capacità in competizione con gli altri.
MA: Che consigli ti sentiresti di dare ad uno scrittore inedito che vorrebbe pubblicare la sua prima opera? Ci interesserebbe molto (e non solo a noi…)
MB: Un po’ queste cose che ho detto nel corso dell’intervista; da un lato è fondamentale confrontarsi con altri autori. Confrontarsi vuol dire sia leggere le cose di amici o di altra gente che sta scrivendo, sia leggere le riviste di letteratura, vedere quello che sta succedendo e confrontarsi con questo. Io quando vedevo le antologie che uscivano cercavo di scrivere le cose che avrebbero potuto essere nell’antologia, cioè usciva ad esempio un’antologia ispirata ai supereroi, scrivevo anch’io un racconto sui supereroi, per vedere se anch’io sarei stato in grado di scrivere in quella circostanza. Mettersi in competizione. Sponsorizzo molto l’aspetto dell’autoproduzione; ho visto che con ‘Tina anche una rivista in dodici copie può arrivare molto lontano. Meglio a volte darsi da fare in prima persona piuttosto che aspettare che siano altri a scoprire il tuo talento, o a far qualcosa per te. Non cominciare a puntare all’editore altissimo; è inutile che mandi roba a Mondadori, tanto a Mondadori sono sommersi di roba e forse non ti leggeranno mai. È più importante magari che ti legga un tuo amico giornalista o il responsabile di una piccola casa editrice, perché perlomeno, anche se ti dicono "fa schifo", però almeno hai avuto una risposta da chi professionalmente fa questa cosa. La mandi ad un grande editore e non hai neppure la risposta, quindi è uno sforzo doppio.
MA: Quanti paesi stranieri hai visitato?
MB: Ne ho visti diversi in Europa; Francia, Inghilterra, Belgio, Austria, Germania, Svizzera, Spagna, Portogallo – dove sono stato moltissime volte, è il mio paese preferito – poi sono stato negli Stati Uniti – California e New York – e in Brasile.
MA: Questi viaggi hanno influenzato la tua scrittura?
MB: C’è qualcosa nei miei romanzi; c’è una parte di Generations of Love ambientata a Lisbona, c’è anche lì tutta la parte dei viaggi; la Francia, Amsterdam e così via. Quindi sicuramente sì. A volte però l’hanno influenzata per le cose che ho trovato, i libri, gli spettacoli che ho visto là, quindi anche in modo più sotterraneo, non esplicitato.
MP: Cosa salvi della musica italiana?
MB: Molto. Molta musica degli anni ’80, di cui ero un grande appassionato, ho un affetto particolare per Giuni Russo, che secondo me è una cantante italiana molto brava e molto poco considerata. Mi piaceva anche la Rettore, Ivan Cattaneo, gruppi undergroond tipo i Diaframma. Io spazio molto; dal rock undergroond al pop più popolare, sono sempre stato un grande appassionato di Battiato, mi piaceva moltissimo Battisti del periodo Panella – cioè elettronico con quei testi raramente comprensibili, oppure comprensibili ma non espliciti come i testi di Mogol, per me quello è stato il periodo fondamentale di Battisti perché ha fatto delle cose strepitose in quegli anni. Il mio gruppo preferito italiano attualmente si chiama Baustelle: è un gruppo strepitoso ed ha dei testi davanti ai quali io mi inchino.
MP: Come sono evoluti i tuoi gusti musicali dopo il "manifesto/colonna sonora" di Generations of Love? In Fermati tanto così ritroviamo quei "rumori meccanici quasi kraftwerkiani" che danno i brividi…
MB: Si sono evoluti parecchio… cioè, non è vero che si sono evoluti parecchio; si sono modificati perché si è modificata la musica, ossia molte cose che mi piacevano negli anni ’80 in molti casi hanno smesso di esistere. Devo dire che ultimamente mi sono avvicinato alle nuove cose elettroniche del cosiddetto "elettroclash"; mantengo delle passioni che ho sempre avuto, come i Pet Shop Boys – che ancora oggi mi piacciono molto – come Bjork, che è da anni la mia cantante preferita, ed ho ancora una vera passione per quei gruppi minori che sono rimasti minori come gli Sparks – che è trent’anni che cercano di far successo e non ce la fanno mai – e in generale sono sempre più portato alla musica proveniente dall’Inghilterra rispetto a quella americana o di altri paesi. Per un po’ ho avuto una grandissima passione per la musica giapponese, che è durata tre anni e che sta un po’ scemando perché cose interessanti non arrivano, perlomeno qua.
MA: I tuoi progetti per il 2004?
Ho in previsione la pubblicazione di un libro un po'
sperimentale, che uscirà in edizione limitata per la casa editrice Fernandel a
febbraio, intitolato "Mi ricordo". Poi spero di poter pubblicare entro la fine
dell'anno il mio terzo romanzo, che questa volta sarà piuttosto lungo e non a
carattere autobiografico, ma pura fiction. Nel frattempo, nei prossimi mesi
usciranno alcuni volumi che ho curato: un'antologia di scrittrici italiane (per
la casa editrice La Tartaruga), la ristampa di un divertente romanzo degli anni
'80, "Favolose nullità", per il quale ho scritto una lunga introduzione (uscirà
a gennaio per Baldini & Castoldi), poi la biografia di una superstar della
Factory di Andy Warhol e ho in cantiere un'altra antologia, di cui non posso
ancora dire nulla. Quindi, come vedi, un sacco di cose.