In questo numero:

Il pianoforte

di Miklós Rödzsjer

 

 

Giovanna era seduta sulla panchina della stazione del paese. Stava leggendo un libro, come era solita fare. Le piaceva molto leggere, essendo fermamente convinta che la lettura le desse un mondo nuovo, inesplorato, sempre pieno di sorprese. Ma non era serena, perché sapeva che dopo due giorni avrebbe dovuto dare la prova di ingresso al conservatorio, e non era sicura di suonare veramente bene. Ogni tanto fermava la lettura del libro e muoveva le mani nell'aria come se stesse realmente suonando il piano; e ogni volta, ripetutamente si bloccava...

"Non ce la farò mai..." si fermava e singhiozzava... malgrado non piangesse era triste ed era certa che non avrebbe mai superato quella prova.

Fattasi una certa ora, Giovanna si alzò e si incamminò verso la scuola dove si sarebbe esercitata sul pianoforte. Salì le scale ed entrò nel grande salone vuoto. Ad attenderla, vi era solo un pianoforte.

Si sedette lentamente e appoggiò le dita sulla tastiera. Cominciò la melodia che aveva scelto, ma si arrestava sempre poco prima della fine: lì le si manifestava il pezzo sì più bello, ma il più difficile da eseguire. Giovanna si fermò... vedeva la sua immagine riflessa sul legno lucido del pianoforte e si passava una mano sui capelli e sospirò. Scosse la testa, ma mentre chiudeva il libro le si avvicina un uomo:

"Ragazzina, perché ti sei fermata?"

Era, quell'uomo, un bidello di quella scuola; Giovanna si sorprese molto poiché era la prima volta che un uomo le si avvicinava con uno sguardo cos“ penetrante.

"Ragazzina, stavi suonando benissimo, perché ti sei fermata?"

Giovanna odiava mettere in mostra le proprie debolezze, ma lo sguardo presente in quell'uomo le ispirava una certa fiducia:

"Non riesco a superare un pezzo... è troppo difficile per me..." disse con voce flebile

"Difficile hai detto? che pezzo è?"

A questa domanda Giovanna si stupì ulteriormente "che ne può sapere un bidello di musica? magari non aveva neanche la licenza elementare..." pensava tra se e se, ma il sorriso sulle labbra del bidello le fece scomparire quei dubbi.

"Ecco, questo è il pezzo" fece Giovanna, indicando il pezzo con l'indice della mano destra.

Il bidello sorrise nuovamente. Mentre Giovanna stava per rimettere il libro sul leggio, quell'uomo aveva già messo le proprie dita sulla tastiera e aveva suonato perfettamente il brano.

"Ma..." Giovanna rimase stupita per l'ennesima volta

"Suvvia, non è poi tanto difficile!"

Giovanna era meravigliata: il bidello aveva eseguito il pezzo nonostante lo avesse appena visto.

Il bidello sorrise nuovamente:

"Vieni vicino a me; posa le tue dita sulle mie e impara l'andamento"

Giovanna si fece vicino al bidello, sempre più incredula e confusa; si sedette sulle sue gambe con un po' di incertezza e timore, e poggiò le sue dita su quelle dell'uomo. L'uomo suonava con gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta: sembrava che dalle sue labbra uscisse la melodia; Giovanna, invece, reggeva a malapena il passo, poiché quello era un brano estremamente veloce e complicato. Però notò sin da subito che le risultava meno complicato, grazie all'aiuto di quello sconosciuto.

Alla fine dell'esecuzione, Giovanna si voltò verso l'uomo, e questi le sorrise.

"Vuoi provare tu da sola?"

Giovanna un po' incerta poggiò le sue dita sulla tastiera e cominciò l'esecuzione. Al momento del pezzo difficile, però, le venne spontaneo di chiudere gli occhi, di fidarsi delle sue dita che scivolavano da un'ottava ad un'altra. Il brano le riuscì. Contentissima si alzò e abbracciò quell'uomo, mentre le cadevano già lacrime di gioia

"Grazie, grazie!! Ma lei chi è?"

"Mi chiamo Raffaele, Giovanna"

"Come fa a sapere il mio nome?"

"Giovanna, Giovanna... sono il custode di questa scuola da più di dieci anni e non ti sei mai accorta di me?"

"Be'... veramente no..."

"Non ti preoccupare... non sei la sola... ci si ricorda sempre e solo di persone importanti... professori, presidi... ma mai di bidelli o dei custodi... non ti preoccupare, ragazzina - nel frattempo le accarezzava il volto - è normale che non vi ricordiate di me... di noi... comunque... in bocca al lupo per la prova di dopodomani"

Finito di parlare, Raffaele estrasse dalla tasca un fazzoletto di carta pulito e asciugò il viso di Giovanna. Lei gli sorrise e prese le sue mani e l'abbracciò nuovamente.

Giovanna uscì da quella scuola con la consapevolezza di poter riuscire a superare quella prova. Era estremamente felice, e sentiva un fuoco nuovo dentro di sé.

Due giorni dopo superò brillantemente la prova. Era così contenta che il suo primo pensiero fu quello di andare a ringraziare immediatamente Raffaele. Giunta alla scuola, salì repentinamente per le scale, ma non riuscì a trovarlo. Trovò solo una donna che lavava per terra.

"Mi scusi, sa dove posso trovare Raffaele, il custode di questa scuola?"

"Mio marito è morto due giorni fa..."

Improvvisamente Giovanna fu scossa nell'apprendere la notizia...

"Suo marito.... è morto?"

"S“, ragazzina... ieri c'è stato il funerale"

"Non lo sapevo... ma non ho visto neanche un manifesto qui fuori... come mai?"

"A chi importa la morte di un custode, ragazzina?" la donna si appoggiava sulla mazza

"A me importava da due giorni a questa parte..." e scoppiò in lacrime

"Via via..." la donna le si avvicinò, estrasse un fazzoletto di carta pulito e le asciugò il viso.

"Signora, suo marito era un angelo"

"S“, ragazzina... era realmente un angelo..."

Le due donne si abbracciarono a lungo, e dopo un sospiro Giovanna disse:

"Signora, le posso suonare un pezzo?"

"Adoro la musica, ragazzina... certo che puoi suonarlo"

Giovanna si sedette e le sue dita volavano sulla tastiera. Suonò tenendo tutt'e due gli occhi chiusi, mentre la sua bocca era intenta a mimare il suono in silenzio. La donna stava in piedi, con gli occhi chiusi.

"Sai ragazzina... questa musica mi ricorda molto mio marito. e anche tu stavi suonando come lui"

Giovanna si alzò e, presa la mazza, aiutò la signora a lavare per terra.

 

San Silvestro

di Miklós Rödzsjer

 

Erano gia le cinque del pomeriggio del 31 dicembre, e tutti si stavano adoperando chi a cucinare chi a pulire chi ad aggiustare la tavola.

In quel mentre, ritornò alla mente di Francesca che lei non era ancora andata né a messa né a fare una preghiera, come era lei solita, per la pace tra le famiglie e i popoli. Fuori faceva freddo e s'annunciava una bella nevicata; per di più Francesca non sapeva neanche dove si trovasse la chiesa più vicina e nessuno aveva intenzione di accompagnarla, poiché volevano cominciare a giocare a poker.

Dolcemente tentata dal rinunciare a questa sua speciale abitudine, si voleva rivolgere a Paolo, ma si sa, Paolo è ateo e fin troppo anti-clericale; ateo forse perché credeva che con la ragione si poteva spiegare tutto, anti-clericale perché non aveva ancora trovato un prete dal carattere umano e tutti coloro che egli aveva incontrato erano tutti freddi e lontani dal compromettersi con un ragazzo con alcune debolezze. Ma Francesca sapeva anche che Paolo, nonostante i sopraccitati difetti (se così si possono definire) era pi§ che un bravo ragazzo, tanto che ne era innamorata; quindi si fece coraggio e gli chiese di accompagnarla.

"Certo - le rispose - anzi, mi fa piacere, cos“ prendo una boccata d'aria"

Difatti l'aria era diventata irrespirabile a causa del fumo di sigarette che si confondeva con l'"incenso" comprato alle bancarelle degli extra-comunitari. Per Paolo, poi, era ancora pi§ irrespirabile poiché era un ex-fumatore; lui diceva che smise di fumare per risparmiare soldi, ma Francesca sapeva quanto tempo e quanto fiato aveva sprecato a ripetergli di smettere. Malgrado non fossero fidanzati, a volte si comportavano da tali e tutti sostenevano che, insieme, facessero una bella coppia.

Indossati i pesanti cappotti e avvolti i loro colli in morbide sciarpe colorate, si avviarono verso la chiesa più vicina, dopo aver chiesto a un passante dove si trovasse.

Camminando, Francesca notò in Paolo qualcosa di strano.

"A cosa pensi?" chiese Francesca.

"A niente, sono solo un po' preoccupato"

"Preoccupato? per quale motivo?"

"Non so se sono in grado di poterle spiegare; certe cose sono difficili da far capire ad un'altra persona"

"Ti metto in soggezione?"

"No, perché pensi questo?"

"Non so, quando siamo vicini sembra che tu cerchi di distogliere lo sguardo da me"

"Forse sono inconsciamente misogino"

"Non scherzare, sto parlando seriamente! - si interruppe un attimo per poi riprendere - Ti dà fastidio con alcuni miei atteggiamenti?"

"No no, anzi, mi fanno piacere perché so che li fai perché siamo amici!"

"Amici? - sussurra lei - solo amici? - alza un po' di più la voce, per poi gridargli - davvero riduci tutto a semplice amicizia?"

"Non ti arrabbiare, secondo me l'amicizia è molto importante!"

Cominciava a nevicare, e quei fiocchi di neve candida scendevano dolcemente sulle loro teste; si trovavano in via F. De Sanctis, una via stretta e poco illuminata, ma abbastanza illuminata per far vedere a Paolo gli occhi di Francesca che si riempivano di lacrime.

Al primo singhiozzo Francesca lo abbracciò forte, piangendogli sulla spalla; lui teneramente passava le dita sui suoi lunghi riccioli castani, e, ripetendole a bassa voce: "non piangere, ti prego", cercava di mascherare quelle lacrime che gli scendevano assieme alla neve. Paolo non riusciva mai a rimanere insensibile di fronte alle persone che piangevano.

Ad un certo punto, Francesca alza lo sguardo e fissa Paolo che ricambia: lentamente le labbra di Francesca gli si avvicinarono sussurrandogli un assordante silenzio chiuso dalla labbra di Paolo. Mentre lei era pienamente cosciente di ciò che stava facendo, Paolo non si rendeva conto di ciò che gli stava accadendo: i suoi ricordi in affinità di baci affondavano le proprie radici nei tempi immemorabili delle scuole medie, ovvero dall'ultima ragazza che ingenuamente amava.

Alla fine di quel lungo bacio, Paolo sentiva qualcosa di strano dentro di se:

"é la tua coscienza, la tua anima. Ora che sono riuscita a svegliarla, segui ciò che ti dirò".

Rimase qualche attimo a pensarci su. Non era semplice per uno che non aveva mai creduto nell'anima, attribuire a quel forte battito cardiaco, a quella strana e forte sensazione il nome di anima.

"Vedi - cercò di tranquillizzarlo - là dove la ragione non arriva, ci arriva la fede".

Paolo rimase ancora un po' a pensarci. Passato qualche secondo, Paolo le prese le mani; con uno sguardo dolce le fece capire di aver inteso, di essere pienamente cosciente di ciò che gli stava ruotando intorno.

Nel frattempo la neve cominciò a cadere più forte.

"é meglio che ci avviamo verso la chiesa" disse lei

"Già, si sta facendo tardi"

Entravano in chiesa giusto in tempo per l'inizio della messa. Francesca, come al solito, ne uscì arricchita, mentre Paolo non riusciva ancora ad oltrepassare quella barriera ideologica che si autocreava ogni qual volta metteva piede in un luogo ecclesiastico; però ci fu un cambiamento: per la prima volta era d'accordo con ciò che il prete predicò, quella sera, dall'ambone.

"Il figlio di un dio che è nato tra lo sterco degli animali, tra la paglia e tra due persone stanche per un lungo viaggio che ancora per molto dovevano percorrere, non è giunto qui invano" ripeteva le parole del prete nella sua mente.

Come la neve al sole, poco alla volta i suoi pregiudizi stavano svanendo, e, finalmente, dove le sue mani finivano, cominciava un affetto quasi implorato che trovava in lui un certo senso di completezza.

 

 

Nota critica

di Massimo Acciai

 

La scrittura di Miklós si caratterizza per un linguaggio lineare e spontaneo che bene si abbina alle vicende intimistiche, all’apparenza quotidiane, in cui si riscoprono stati d’animo schietti, di affetti genuini verso cui proviamo un’assurda nostalgia, vivendo nel caotico mondo moderno dominato dal materialismo nei rapporti umani. Si riscopre la spiritualità nei sentimenti, al di là delle ideologie, al di là delle barriere che costruiamo tra noi e gli altri. Temi importanti, esistenziali, affrontati con tenerezza ma anche ironia e buonumore, perché Miklós non dà mai una visione negativa del mondo. C’è sempre la speranza della Fede. Si presentano qui due piccoli capolavori narrativi da un giovanissimo autore che promette molto, molto bene.

Il primo racconto, "Il pianoforte", l’ho apprezzato per la sua semplicità - il legame di affetto quasi paterno tra una giovane studentessa in ansia per l’esame di ammissione al conservatorio e un anziano bidello di cui non si ricorda nessuno - e per il finale a sorpresa che getta una luce fantastica sull’insolito incontro. "San Silvestro" ci richiama alla ricerca di quel "senso di completezza" che è di tutti, a prescindere dalla fede politica o religiosa. Sono temi universali.

 

Intervista all'autore

a cura di Massimo Acciai

 

 

L'intervista si svolge tramite e-mail; purtroppo la distanza geografica è un ostacolo non da poco. L'e-mail contenente le risposte mi è giunta il 7 settembre 2003.

I: Cominciamo con i tuoi studi, la tua formazione culturale.

 

M: Attualmente frequento il liceo classico, forse è per questo che ci sono in me alcuni richiami alla mitologia classica greca e latina. Quest’anno ho studiato Omero e i suoi esametri, e me ne sono subito innamorato, tanto da divertirmi nel tradurre metricamente alcuni brani in Esperanto. Ma subito mi sono reso conto che l’esametro non fa per l’Esperanto, quindi ho dovuto trovare un "surrogato": ho utilizzato il metro "alessandrino", però ho capito che per poterlo utilizzare a pieno devo avere più esperienza sia nel campo poetico, sia nel campo linguistico; attualmente è uno dei miei tanti sogni nel cassetto.

 

I: Una breve cronologia delle tue opere poetiche e narrative, edite e inedite.

 

M: Sono tutte inedite! Tranne un raccontino su una mia vacanza in un congresso esperantista, scritto un anno fa ed edito da Edizioni Segreti di Pulcinella. Comunque, ho cominciato a scrivere poesie tre anni fa; la prima che scrissi la scrissi in esperanto:

 

 

Anna

 

Anna, pala sed felicxa

vi trovis fiancxon,

kiu estas ricxa.

 

Por vi, mi pregxas dimancxon,

por vi, mi ne dormas nokton,

por vi, mia plumo sin konsumas.

 

Mi dedicxas al vi tiun cxi nokton,

dum bonan pomon mi gustumas,

pri viaj ecoj pensante.

 

Anna, kiam mi vidas vin

brulas mia kor' kantante

cxar gxi estas gxoja.

 

Ecx vi, kiam vi min vidas

estas felicxa

kaj mi, dum mi vin salutas,

estas je vi ricxa.

 

(trad.: Anna, pallida ma felice / hai trovato un ragazzo / che è ricco. // Per te, prego la domenica / per te, non dormo la notte / per te, la mia penna si consuma // Dedico a te questa notte / mentre assaporo una mela gustosa, / pensando alle tue qualità. // Anna, quando ti vedo / il mio cuore cantando arde / perché è felice. // Persino tu, quando mi vedi / sei felice / e io, mentre ti saluto, / mi sento di te ricco.)

 

Rileggendola, la trovo parecchio ingenua. Conservo ancora l’originale di questa poesia e ci sono molto affezionato, anche se da allora sono parecchio cambiato.

Riprendendo il discorso, cominciai a scrivere racconti il 6 dicembre 2002. Me lo ricordo bene, perché era il mio onomastico ed ero rimasto a letto. Ma ne parlerò più in là.

 

I: C’è una poesia e un racconto che senti come più rappresentativi? Se sì, quali sono?

 

M: Mah, forse come poesia ci sarebbe "Salmo 151". Nella Bibbia, i Salmi in tutto sono 150, e in un momento parecchio "mistico" e "decisivo" per la mia vita, scrissi questo salmo. Già qui si comincia a intravedere un certo approccio alla metrica e alla rima, ma di metrica ce n’è veramente poca.

 

 

Salmo 151

 

Viaggio verso la Gerusalemme dell'anima

 

Oh Dio, lo confesso: ho avuto paura

nel buio dell'insicurezza e del timore,

non ascoltai il silenzio della natura,

non sapevo risolvere i miei perché.

 

In casa mia, triste, stavo chiuso per ore,

preferendo l'indifferenza alla coscienza pura,

rifiutando la riconciliazione con Te, Signore,

preferivo risolvere i problemi tra me e me.

 

Un giorno, però, decisi di salpare per mare,

con una nave di Tarsis intrapresi

il lungo viaggio con lacrime amare

e dolci, che davano di paura e libertà.

 

Difficile fu il viaggio, ma con i lumi accesi

illuminai il buio, come con luce solare.

Arrivai nel santo luogo, là dove i corpi lesi

abbandonano per sempre i "se" e i "ma".

 

Approdai lì da te, dopo la bonaccia,

soffocasti il singhiozzo di quelle labbra smorte,

proprio Tu, Dio, fra quelle braccia,

a simboleggiare il tuo amor.

 

Grazie al tuo amore forte,

a coloro che portano la pesante bisaccia

sorride gioiosa la tua sorte.

Veramente solo tu il nostro Signor.

 

I: Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?

 

M: Parlando molto sinceramente, non ne ho la più pallida idea… ci sono molti autori che mi piacciono, uno tra questi è Cecco Angiolieri innanzitutto. La sua verve, la sua carica nelle parole è per me simbolo di un che di ribellione. Poi ci sono altri autori, ma credo di spaziare in lungo e in largo: da Dante Alighieri a Ugo Foscolo, da Omero a Kavafis (poesia greca, antica e moderna), da Kalocsay a Baghy (poesia in esperanto), da Catullo a Marziale (poesia latina). Mi piace un po’ di tutto, insomma. Anche se di Dante, in realtà, amo solo la Vita Nuova e alcuni canti della Divina Commedia. Lo stimo, ma non apprezzo alcuni suoi modi di pensare, ma, riflettendo, per certi versi a suo tempo forse era anche moderno…

Questo per quanto riguarda la poesia. Per quanto riguarda la prosa, i miei autori (nel senso latino: "auctores", che hanno autorità) sono: Luis Sepulveda (fantastici i suoi romanzi), Paulo Coelho, Ignazio Silone, J.R.R. Tolkien, Dostojesvkij, Kundera.

 

I: Come sono nati "Il pianoforte" e "San Silvestro"?

 

M: Comincerei a parlare di "San Silvestro". Lo scrissi il 6 dicembre 2002, giorno del mio onomastico (infatti Miklos è l’italiano Nicola), mentre stavo a letto a causa di un forte mal di pancia accompagnato da qualche linea di febbre. "San Silvestro" nacque non da ciò che provavo per una ragazza, come molto probabilmente può emergere leggendolo; bensì è un racconto nel quale io, ovvero il personaggio Paolo, ritrova l’amore per la vita grazie a Francesca, personaggio realmente vivente (ma di cui non sono innamorato). È curioso anche per me che i due si chiamino Paolo e Francesca; qualche giorno dopo, ripresi il racconto e lo feci leggere alla vera Francesca. Ne parlammo insieme, e da brava futura psicologa, mi ha fatto capire che: ero parecchio influenzato dal canto V dell’inferno dantesco, e forse anche dalla Bibbia; d’altronde Paolo di Tarso è un nome che mi entrava spesso in testa.

Ne vado parecchio fiero perché al lettore comune sembra molto realistico: la mia ex ragazza, quando lo lesse, credeva che mi fossi veramente baciato con Francesca. Inutile dire che mi feci grasse risate.

"Il pianoforte" invece, nasce grazie al saggio di pianoforte della mia ex-ragazza. Può sembrare stupido, ma quando andai al saggio, che si teneva nella mia ex-scuola media, andai subito a vedere i bagni. Ciò che può sembrare ancora più stupido, è che mi commossi nel vederli!!! Quanti ricordi, quante frasi scritte e lette, quanti suggerimenti per i compiti in classe dati e ricevuti… insomma, per la mia generazione, i bagni sono tutto, sono delle piccole agorà nelle quali gli studenti trovavano un posto da colonizzare pacificamente. Guai se non ci fossero!

Riprendendo il discorso… scrissi quel racconto immediatamente dopo il saggio. Presi spunto da tutto l’ambiente che mi circondava, dalla musica che mi penetrava dentro. È un caso che la ragazza si chiami Giovanna, ma non è un caso che il bidello si chiami Raffaele, che è lo specchio di un vero Raffaele che mi ha aiutato molto nei momenti più bui della mia vita.

 

I: Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica? Sottoponi spesso i tuoi lavori ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento creativo?

 

M: L’ispirazione è tutto. Se non ce l’ho, non mi va neanche di prendere in mano la penna. Anche la tecnica è molto importante e non la sottovaluto mai.

Labor limae? Oddio, mi sembri la mia prof di italiano che parlava a noi studenti in "siffatta maniera": "Bene, ora ci appresteremo a dare inizio a codesta lezione di letteratura italiana. Ma ex-abrupto, voglio interrogare uno a caso: Rodzjer, appropinquati tosto alla lavagna". Inutile dire che ogni giorno mi chiamava per caso…

Comunque, scherzi a parte, anche il labor limae è molto importante, ma ne faccio uso solo nei racconti lunghi che scrivo, nelle poesie è molto raro che io lo usi.

 

I: Cosa pensi dei concorsi letterari?

 

M: Dipende. Se intendi premi letterari come quello "Strega", li trovo molto utili per capire quali libri non acquistare mai. Di recente ho letto "Non ti muovere" di Margaret Mazzantini, vincitrice dello Strega. Inutile dire che non mi è piaciuto…

Ma forse dico questo perché non ho mai partecipato a un concorso letterario… mi rifarò a breve, forse.

 

I: Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione artistica?

 

M: Direi fondamentale. Credo che indirettamente influenzi qualunque artista.

 

I: Quanto c’è di autobiografico nei tuoi racconti?

 

M: Direi tutto e niente. L’unico racconto veramente autobiografico è "Ja vere, nu kredu min okazis", scritto appunto al ritorno da un congresso esperantista, come ti dicevo prima. Negli altri racconti, ci sono soltanto i miei pensieri in bocca ad un solo personaggio. I pensieri delle altre persone sono di altre persone.

È in cantiere un racconto autobiografico, su una piccola avventura di una notte d’estate. Stai tranquillo, che sarai uno dei primi a leggerlo. E così forse usciranno altri racconti, o addirittura un romanzo. Ma – aihmé – non trovo mai il tempo per continuare…

 

I: Che peso ha la tua fede religiosa nella tua produzione poetica e narrativa?

 

M: È tutto. Forse se non avessi avuto la crisi adolescenziale, non scriverei in questa maniera; forse scriverei come Sant’Agostino nelle "Confessiones". Un libro noiosissimo, dove i tre quarti di ogni capitolo sono occupati da invocazione al Signore.

Invece per fortuna, nella mia vita è entrato Paulo Coelho, autore di libri in cui il cristianesimo è posto in maniera oserei dire moderna, con una visione a 360° della vita.

 

I: So del tuo interesse per le lingue e in particolare per l’Esperanto. Me ne vuoi parlare?

 

M: Adoro l’esperanto, e non per la sua ideologia, che rifiuto completamente, ma per la capacità espressiva che mi offre. Magari potrei ottenere lo stesso risultato con l’inglese, ma fino ad ora m’è successo solo con l’Esperanto. Adesso ho un amico di Praga e un’amica di Sopron, Ungheria, con i quali scambio bellissime lettere, piene di vera amicizia, che mi caricano ogni volta che mi sento giù di morale. Con loro mi sento in una famiglia che si vuole veramente bene.

 

I: Quanto pesa la scelta di una lingua piuttosto che un’altra?

 

M: Molto, ma prediligo l’esperanto solo per poter mettere in comune le mie "opere" con i miei amici. O per non farle leggere a certe persone.

 

I: Quanti paesi stranieri hai visitato?

 

M: Dunque… Vaticano, San Marino, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca. Conta la Padania? Se sì, ho visitato anche quella! In futuro, io e la Francesca di cui parlavo prima, abbiamo intenzione di percorrere il Cammino di Santiago, secondo il percorso francese: si parte da Saint-Jean-pied-de-port e si arriva a Santiago de Compostela, tutto a piedi e con un sacco a pelo.

 

I: Qual è la visione che hai della donna?

 

M: Al momento attuale parecchio negativa, ma ogni donna che ho conosciuto mi ha arricchito sempre, e mai impoverito. Potrei parlare ancora per ore, ma alla fine risulterei più misogino e maschilista di quanto io non lo sia già. Però, ci tengo a dire, che nella mia vita ci sono almeno tre donne che trascendo, come Dante trascendeva Beatrice, così io trascendo F.R., T.N., B.C.. Magari ce ne sono altre, ma queste tre sono le mie muse personali, che neanche Omero aveva.

 

I: Progetti per il futuro prossimo e remoto.

 

M: Beh… finire gli studi e proseguire con l’Università. Ho intenzione di frequentare una facoltà di lingue straniere, ultimamente ho il pallino dell’arabo. Se non mi passerà, andrò a Napoli a studiare lingue orientali.

Poi, naturalmente, vorrei viaggiare, ma il mio sogno nel cassetto è quello di riuscire a completarmi.