Intervista ai Radar

 

L’intervista si volge a casa di Stefano Bonomi, un bell’appartamento lussuoso in Borgo Pinti, una sera afosa d’estate – il 22 giugno per la precisione. Gli altri arrivano più tardi; siamo in quattro io compreso, manca Lorenzo Giudici, quarto componente del gruppo. Ancora più tardi si aggiunge un amico e fan dei Radar, che fa qualche commento ogni tanto. Il leader e portavoce dei Radar è Daniele Caruso, ma anche gli altri intervengono spesso: il risultato è corale e un po’ caotico. Il clima è comunque molto rilassato e informale, una chiacchierata tra amici; ci conoscevamo già tutti per via dell’esperienza di Porpore di cui si sarebbe parlato durante l’intervista. Non mancano le risate e l’ironia, senza niente togliere alla serietà e professionalità con cui vengono affrontate le varie domande.

M: Quando e come si è formato il vostro gruppo? Quali sono state le esperienze musicali precedenti? Come vi siete incontrati?

D: Verso la fine dell’occupazione del Michelangelo [liceo fiorentino sito in Via della Colonna], novembre 2001, c’erano loro due davanti a scuola e mi chiedono "Vieni da Stefi che si suona un po’, dai!", ho detto "Va bene, andiamo", abbiamo improvvisato ed è stata una cosa bellissima e poi siamo partiti in maniera crescente, travolgente [ridacchiano] e poi si è aggregato un bassista che si chiama Lorenzo Giudici [il membro assente]. Abbiamo esperienze musicali precedenti ma di scarso valore.

F: Io e Stefano abbiamo già avuto un progetto vecchio che sta andando avanti, è musica diversa, l’idea dei Radar è nata principalmente da Daniele che è il leader dichiarato. Questo è il progetto fondamentale

M: Com’è nato il nome Radar? Chi lo ha scelto?

D: L’ho rubato ad un gruppo di Forte dei Marmi che fa musica noise, rumoristi, allo sbando come musicisti e persone. Il nome era molto carino, originale e si può leggere da destra e da sinistra, è un palindromo.

M: Avete fatto studi musicali?

S: Ho studiato chitarra classica con un maestro per quasi tre anni e mi sono tirato indietro al momento di entrare al Conservatorio. Poi suono un po’ il pianoforte e mi diverto un po’ anche con la batteria.

D: Io suono la chitarra da tre anni ma è come se la suonassi da cinque mesi.

F: Io sono batterista da tre anni e mezzo, più o meno, e comunque penso che la cosa che ha cambiato il mio stile è stato l’anno che ho trascorso in America; là suonavo tutti i giorni in una jazz band, piena di fiati e sassofoni. È stata un’esperienza decisamente interessante.

M: Avete inciso qualcosa per il mercato discografico?

D: Siamo andati in sala prove e abbiamo registrato un demo con l’aiuto di un esperto di mixer. Spediremo questo cd a tutte le case discografiche possibili.

M: Come definireste la vostra musica? Appartiene ad un genere preciso?

D: E’ la musica "post-rock", inaugurata dai Sonic Youth e portata avanti ad esempio dai Mogwai.

F: Quella è stata un’altra occasione che ha contribuito alla coesione del gruppo; il concerto dei Mogwai, un gruppo post-rock scozzese che si è esibito subito dopo che Maradona ha lasciato il calcio. Il chitarrista aveva la maglietta di Maradona, ci teniamo a precisarlo.

M: Che musica ascoltate? Avete altri modelli musicali oltre ai Sonic Youth e ai Mogwai?

D: Ci piace la musica positiva, principalmente. I Beatles, la musica elettronica e un po’ rock del college americano, quello che si trova come colonna sonora delle commedie americane. Musica positiva.

M: Quanto c’è di "progressive"?

F: Per certi versi sì; già i Sonic Youth sono indubbiamente influenzati dal progressive, quindi di rimando si può dire anche noi, però ci rifacciamo ad un periodo più recente rispetto al progressive principale.

M: Chi scrive la vostra musica? Come nascono i vostri pezzi?

S: Il compositore del gruppo è Daniele Caruso. Dopo aver composto la canzone viene a casa mia, io ci aggiungo la mia parte di chitarra, che è la narrazione del testo…

F: Stefano è "the teller", il narratore.

S: … poi andiamo nella sala prove di Francesco Borselli, che ha una cantina dove ci sono amplificatori e batteria, poi a quel punto rimpastiamo tutto una volta che siamo tutti e mettiamo a posto le cose, però il nucleo fondamentale si forma a casa di Stefano fra Daniele e Stefano.

F: Lorenzo è il bassista dei sogni in quanto non apprezziamo granché i bassisti virtuosi o che fanno sentire troppo la loro presenza; ci piace un bassista che sia essenziale, che quando ci deve essere c’è e si sente, però non esagera mai, e che quando non ne sentiamo il bisogno sa stare al suo posto, tiene il volume giusto e non è un mitomane.

M: Perché musica solo strumentale?

D: La risposta è semplice: perché è impossibile metterci la voce sulle nostre melodie, anche se sono molto orecchiabili, si rovinerebbe.

F: Inoltre la melodia è già all’interno degli strumenti, al posto della melodia vocale c’è una melodia di chitarra.

M: C’è un brano che sentite come più rappresentativo? Un cavallo di battaglia?

F: Forse "Sonar", perché ha una parte centrale che ci è sempre piaciuta moltissimo fin dall’inizio, è il nostro secondo pezzo. Questo momento centrale è fondamentale, è quello che aspettiamo tutti perché è liberatorio anche per suonarlo; è bello da sentire e divertente da suonare, le due cose non sempre si accompagnano.

M: Dove suonate di solito? Dove vi esibite?

F: Firenze rispetto ad altre città offre ai gruppi emergenti, che vogliono dire qualcosa di nuovo o diciamo di non strettamente canonico, o quelli che fanno le cover metall o quelli che fanno musica scrausa [=scarsa + grottesca] in generale, o quelli che fanno le cover di un singolo gruppo o di più gruppi, Firenze offre veramente poco. La nostra musica non si adatta facilmente ne agli aplificatori che un pub ci può offrire ne all’ambiente stesso, perché scomparirebbe ogni tipo di effetto a suonarla più piano e quindi non ci possiamo certo adattare noi al pub. Se ci fossero più spazi, o all’aperto o comunque più grandi dove suonare, ben venga, noi non andremmo certamente a cercare pub perché sarebbe assurdo.

D: L’ultima volta abbiamo suonato allo Spazio Totale dei Verdi a Scandicci, in occasione dell’inaugurazione. Noi non ci adatteremo mai alle richieste dei gestori dei pub, anche alle Giubbe Rosse infatti si sono lamentati…

S: Sì, noi non ci adattiamo!

M: A proposito di quello spettacolo in tre serate in cui avete accompagnato con le vostre musiche una performance poetica di contaminazioni tra arti alle Giubbe Rosse e al Caffè Al Teatro di Prato (dove si ricordarsi ancora di voi) che mi dite di quell’esperienza?

[Mi riferisco alla performance di recitazione, poesia, musica e ballo promossa dalla rivista on-line Porpore nell’ottobre 2002, alla quale era presente anche il sottoscritto al mixer e come autore di poesie in spagnolo ed esperanto, incise su cd e mandate fuori campo]

D: Molto positiva perché abbiamo capito un po’ come funziona il circuito artistico fiorentino che noi non conoscevamo. All’inizio le persone che ci hanno contattato ci sembravano allucinanti, poi pian pianino abbiamo cominciato a stimarle, soprattutto dopo l’esperienza di Prato abbiamo capito che erano dei veri idoli [risate collettive].

F: All’inizio pensavamo di essere un po’ limitati, ma ci siamo detti "Vabbè, con tutte le prove che facciamo sarà comunque di aiuto alla nostra formazione", però poi siamo riusciti lo stesso a non essere limitati in niente al di là dello spazio, anche se si sono lamentati un po’ [in effetti quella sera alle Giubbe Rosse i Radar si sono scatenati verso la fine dello spettacolo, era quasi l’una di notte, nonostante le suppliche di Mania Brundu, coordinatrice dell’evento e addetta alle luci, che si metteva letteralmente le mani nei capelli. Ad un certo punto è saltato persino l’impianto stereo]. È stato quindi positivo, sono nati anche dei nuovi pezzettini all’interno dei pezzi, è stato importante anche la preparazione prima del concerto.

M: In quell’occasione dovevate star dietro anche alle parole…

F: Sì, è stato particolare, prima non avevamo mai fatto niente del genere, però il risultato è stato positivo.

D: Ci è piaciuta molto Simonetta, come artista molto…

S: Una grande interpretazione!

M: Pensate di rifare qualcosa del genere?

D: Se ci pagano sì [ricordiamo che in quell’occasione hanno partecipato gratuitamente alla performance].

M: Cosa avete fatto da allora a parte i Verdi e il demo?

D: Abbiamo partecipato ad un concorso al quale ci siamo classificati ultimi credo, anche se non ce l’hanno detto, perché hanno detto soltanto le prime 5 posizioni su 7 gruppi. Non siamo piaciuti, non ce lo spieghiamo veramente come mai. Ha vinto un gruppo metall, il genere nemico. Forse abbiamo suonato male, ma avremo dovuto vincere lo stesso. È la solita farsa.

F: Anche questi concorsi spesso hanno delle cose poco chiare all’interno della giuria, però si rifanno sempre a gusti soliti, mai niente di nuovo insomma. Io ho fatto qualcosa anche con altri gruppi: sempre puntualmente ultimo o penultimo malgrado ci fossero anche bambini delle medie, ma anche loro si sono classificati quarti o quinti. Il secondo gruppo era musica italiana con cantante femmina, che è dura da trovare di qualche levatura, i Sonic Youth hanno un cantante femminile ma è una piacevole eccezione. Questo gruppo faceva musica italiana leggera, ma brutta, melodie scontate, chitarre senza senso, e terza la solita band metall peggiore della prima…

M: Le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di fare musica nell’èra digitale? Che peso ha la tecnologia nella vostra musica?

S: Noi di tecnologico abbiamo solo gli effetti degli strumenti. È una scelta. Io personalmente ho un computer per fare musica elettronica ma è una cosa totalmente diversa suonare in un gruppo con le chitarre. È una scelta.

F: Io, essendo batterista, ho una particolare antipatia per la batteria elettronica, ma anche per la musica troppo digitale, anche se certa musica elettronica mi piace ma penso che ci sia una ricerca che prima parte dallo strumento e poi si trasferisce sul computer e non viceversa. Trovo che la musica sviluppata quasi esclusivamente al computer sia cerebrale e quindi non vera musica; la musica è una cosa viva.

D: Questa è comunque una tua opinione. Per me è la cosa più innovativa che c’è. È una cosa bella, positiva.

M: Avete un sito Internet?

Corale: No

D: E’ in progettazione.

M: Cosa pensate della musica in rete?

D: Siamo favorevoli perché favorisce la musica indipendente. In realtà però non siamo molto informati.

M: Progetti per il futuro?

F: Suonare davanti a tanta gente, quella sarebbe un’enorme soddisfazione, poi se oltre al successo viene anche qualcos’altro, bene. Intendo fama, prestigio e discutere con Floriana a Maurizio Costanzo Show. Questi sono un po’ gli obiettivi importanti.

D: Soprattutto suonare davanti a tanta gente, in realtà i soldi non ci interessano, non penso che faremo mai i musicisti da grandi, vogliamo fare altre cose nella vita. Fare un tour in Germania è il nostro sogno.

F: Io andrei in Inghilterra.

D: In realtà noi non abbiamo progetti a breve termine, abbiamo solo progetti a lungo termine, cioè di cambiare la musica. Anche quando suoniamo davanti a pochissima gente, vogliamo innovare. Ci sentiamo dei pionieri, persone che cercano di cambiare le cose. L’ideologia che sta dietro i Radar è questa: la musica nasce con i Beatles, poi va ai Sonic Youth, di lì va al post-rock e alla sua naturale evoluzione che è la musica elettronica e tutto il resto è una perversione della musica rock

F: Il manifesto iniziale dei Radar era seppellire la musica, cioè se un gruppo deve uccidere la musica, allora dobbiamo essere noi. Se la musica deve finire in un certo momento, allora deve finire alla grande e quindi con i Radar.

D: Non siamo degli esaltati, nonostante diciamo queste cose.

F: Per informazioni siamo sempre disponibili. Il cellulare di Daniele Caruso è …