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Il mio primo bacio fu senza amore, per vendetta. So della mia piccola parte, un piccolo ruolo direi tra le molte comparse. Fuoco di lotta con fuoco, la conclusione è vicina. Forse moriremo sotto un piumino di orsacchiotti e stelline, in una sera di dicembre. Quando lei era in quel letto d’ospedale gli dèi stavano ridendo. Le interpretazioni maieutiche colpivano le luci al neon, rimbalzavano tra le piastrelle di maiolica. Stasera stiamo andando a dare dei calci ad un certo asino. I ventilatori gridano e oscillano. Vorrei essere protagonista.
Il metallo è unto a dovere. La guerra nucleare è rimandata al 21. Il tempo è come un fusibile, uno short, e brucia velocemente: l’Armageddon riempirà i nostri polmoni con i venti caldi della morte. Gli dèi stanno ridendo del vostro ultimo alito radioattivo. Forse moriremo nell’inverno nucleare, sotto polvere lunare e stelle cadenti di ghiaccio. Vorrei essere protagonista
I tuoi occhi colpiscono la luce ironica. Tuono e lampo sull'introito di revenge. Distruzione di Senseless. Libero strappo nell’ego freudiano. Milizia delle benzodiazepine, concatenata e ombreggiata per essere lanciata nella foschia dell’anima, nel mondo, nella famiglia platonica, nella batteria, nella centrale elettrica. Combatti! Combatti! Gli dèi ridono. Azione e reazione. Creazione? Vorrei essere protagonista. Lei non può uccidermi con dolci aggressioni e carezze graffianti. Non può fracassare la luna, la pallida luna, il rombo del tamburo e la canzone delle briciole. Non ti ferisce chi non ami. I contorni incerti violentano la Notte del Futuro, i frammenti del bicchiere scivolato dal comodino tintinnano su ipotesi e teoremi. Forse moriremo con strilli e vibrazioni ultrasoniche nelle orecchie. Voglio essere protagonista e tenerti per mano nell’ora eroica davvero.
Tu no.
Un secolo fa… il primo bacio all’alba di un mondo d’alba buia sotto le fronde, in un parcheggio di periferia. Il signore tirava le stringhe, stringhe di scarpe ormai, e non si avvedeva che aveva cucito il senso e non aveva denunciato il monopolio del dolore. Lo specchio a pezzi, la colazione a pezzi, la voce a pezzi, la maschera a pezzi. Camminavo nel labirinto cittadino, respirando CO2 e ozono incandescente, quando mi hai chiamato dal Labirinto di Neverending. Forse moriremo sotto macerie ben allineate e tirate a filo, con le verande abbassate e l’odore dolciastro del lexotan. Tu puoi salvarci con una consonante e una vocale. Voglio essere protagonista.
Ne avevamo già parlato, ricordi? Perché ritornarci sopra? Ci hanno preso ormai. I pensieri non seguono percorsi lineari, ma sgusciano tra incubi alcolici e cespugli con foglie larghe e seghettate. Tu e le tue riflessioni onanistiche!
E dicevi bene, cara amica delle confusioni tristi e dei tormenti allegri! Quante castagne ho sgusciato da allora e quante scosse parate col telefono. Forse moriremo di un bacio avvelenato, come nelle fiabe, sotto un cielo primaverile tagliato dalla stria di un jet che si getta sul sole. Voglio… sì voglio essere protagonista, non comparsa.
Sono ingenuo come un bambino, lo sai, su questioni di sesso e forni a microonde. Vorrei cullarmi sulle tue gambe, accarezzarti, sentire il sapore. Perché tu non mi hai mai baciato, mai visto come uomo. Ti ho danneggiata nel deserto degli affetti, rincorrendo sogni platonici - Non penso che siate un pescatore, miele, rossetto, lei non vuol ricordare! – ma non piangi, non ridi, mi fai le boccacce e guardi il mio cappotto dal collo alto. Vorrei essere protagonista. La speranza, la miseria. Forse moriremo pronunciando parole incomprensibili in antico finlandese o in etrusco in una foresta bruciata dal napalm, rannicchiati in un angolo del Tempo, chiedendo conferme sul cellulare del Grande Appuntamento. Il leone rimpiangerà forse le carezze mai ricevute ed invidierà in segreto la verginella che colse la rosa nel giardino del re. La formica ruggirà la sua rabbia individualista nel nero della caldaia.
E intanto il tempo scivola via come un rettile sulla sabbia, rubandoci l’eternità e qualche puntata di telenovela. Forse moriremo semplicemente di troppo vivere, di troppo sperare, di troppo pensare, di troppo amare, chiusi in tante celle di alveare, con le dita ancora calde e lo sguardo sulle stelle. Ognun per sé, appassionatamente.
Firenze, 30 gennaio – 7 febbraio 2003
Massimo Acciai