In questo numero:
Respiri dal buio di Francesco Felici
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Respiri dal Buio
di Francesco Felici
Benché avesse ancora bisogno di essere ristrutturato, alla luce della luna quel casolare aveva davvero un aspetto imponente. Solenne nella sua immobilità. Un vero affare per Riccardo, che l’aveva comprato dopo aver finalmente ottenuto quel posto di ricercatore tanto agognato. Non vedeva l’ora di trasferircisi, ma avrebbe dovuto ancora aspettare, e non poco. Infatti, benché fosse già proprietario di quell’immobile da più di un mese, i lavori sarebbero cominciati, dopo infiniti rimandi, soltanto la settimana successiva. Tutta colpa di quello dell’impresa che doveva occuparsi della ristrutturazione, un certo Battaglini, che schiantasse! E così Riccardo, nel frattempo, non poteva far altro che accontentarsi di andare ogni volta che poteva a farsi un giro in campagna per contemplare il suo bell’acquisto. Questa volta ne avrebbe anche approfittato per prendere le misure per la porta del ripostiglio della cucina, così il lunedì successivo le avrebbe portate a Cascina al falegname, un certo Pietro, soprannominato "Cipota", parola per Riccardo da sempre incomprensibile, fin da quando, da piccolo, la sentiva pronunciare da suo padre.
Spento il motore della macchina, prima di aprire lo sportello per scendere, rimase qualche istante a contemplare la grande casa ergersi imponente di fronte a lui. Era la prima volta che ci andava la sera così tardi. Era un sabato, e come gli succedeva ormai da tempo, non riusciva a dormire. Lei. Allora imprecando aveva buttato all’aria le coperte e si era rivestito alla rinfusa, era salito in macchina, e dopo quaranta minuti era arrivato nei pressi di Lari, dove si trovava la sua nuova proprietà. Piaceva tanto anche a lei. L’aria di novembre era gelida ma il cielo era straordinariamente terso e la luna, rotonda perfetta, troneggiava su tutto. Dall’alto della collina si vedevano le luci di Pisa, infinite, silenziose. Sospirò. Poiché l’"ingegnere mancato" Battaglini, come si definiva lui, aveva sentenziato l’entrata principale e l’ingresso erano pericolanti, Riccardo fece il giro del casolare ed entrò dal retro. Le porte mancavano, come tutti gli altri infissi, accidenti al Battaglini.
"Vall’a piglià’ ‘n domo loro e tutti vanti sono, bottini che ‘un sono artro! Più son ghiozzi e più c’hanno ‘ varini!", esclamò fermandosi in mezzo alla grande sala e scrutando il soffitto e le pareti passandovi sopra lentamente il fascio di luce della torcia.
Dentro sembrava il finimondo. Il rumore del vento forte che penetrava nella casa da tutte le aperture incanalandosi, svettando e saettando per sale, stanze, corridoi e caminetti, fece per un attimo rabbrividire Riccardo, che istintivamente si strinse addosso il soprabito. Il cerchio proiettato dalla torcia elettrica, mai rotondo perfetto come la luna, né tanto meno come quello delle torce dei cartoni animati, continuò a guizzare da una parete all’altra, da una stanza all’altra, mentre Riccardo girettava contemplando compiaciuto la sua futura casa. Quando imboccò il corridoio che portava alla cucina, pensò che doveva fare attenzione al pavimento pericolante. Quelli dell’impresa avevano coperto i punti instabili con delle assi, ma vai a sapere se non gli era sfuggito qualcosa, visto come lavoravano. Proprio nel corridoio che portava alla cucina, infatti, c’era un punto in cui il pavimento aveva ceduto, lasciando un’apertura larga circa due metri. Riccardo, che fin da piccolo era stato sempre attratto dalle caverne, dai cunicoli sotterranei e dalle aperture misteriose e inesplorate, aveva più volte provato a scrutare in quel buco durante le sue visite precedenti ma, non avendo mai pensato a portare con sé la torcia, non era mai riuscito a distinguere niente. Anche questa volta, nel momento in cui il cerchio di luce passò sopra alle assi che ricoprivano il buco, Riccardo ebbe un sussulto di curiosità e pensò di approfittare della torcia per riuscire a vedere cosa ci fosse là sotto. Si piegò sulle ginocchia, posò la torcia sul pavimento e a fatica scostò le tre grandi e pesanti assi inchiodate insieme che ricoprivano l’apertura.
Mentre stava per riprendere la torcia per guardare nella buca, gli parve di sentire un rumore provenire dal fondo buio del lungo corridoio. Istintivamente alzò la testa e rimase in ascolto. Sembrava un respiro. Profondo, pesante, asmatico. Un respiro dal buio. Si voltò subito verso la porta da cui pochi istanti prima era entrato nel corridoio, l’avrebbe raggiunta facilmente, o almeno lo sperò. Ma in quello stesso momento, nella stanza in cui pensava di infilarsi per poi riguadagnare l’uscita, qualcosa sembrò saltellare sul pavimento. Riccardo trattenne il respiro e aspettò che quel qualcosa uscisse dalla stanza. Ma non accadde. Continuò ad udire soltanto un rumore di passi, oltre la soglia. Il sangue gli si rimescolò, e con un movimento convulso si voltò di nuovo verso il fondo del corridoio, poi ancora verso la porta e quindi di nuovo verso il buio che aveva di fronte. Ripeté quei movimenti convulsi una decina di volte, come per riuscire a tenere contemporaneamente a bada tutte quelle presenze che gli si agitavano intorno. Il cuore gli batteva all’impazzata. Ansimava, ansimava quasi confondendo il suo respiro concitato con quello profondo e rauco che veniva dal corridoio. Intanto i rumori oltre la soglia dietro lui si erano fatti più forti e frequenti.
Poi qualcosa in fondo al corridoio si mosse, un’ombra nell’ombra, quasi indistinguibile. Tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, Riccardo si mise a cercare a tastoni la torcia elettrica che poco prima aveva posato sul pavimento e mentre tastava le mattonelle sentì le dita gelarglisi. Intanto il rumore di passi oltre la porta dietro di lui si era fatto ancora più insistente ed il respiro in fondo al corridoio ancora più forte e asmatico: a Riccardo parve che a un certo punto, e soltanto per un attimo, si fosse trasformato in un sussurro, un sussurro rauco e incomprensibile.
Poi, d’un tratto, ci fu un colpo fortissimo, come se qualcuno con violenza inaudita avesse colpito la parete. Veniva da là, dal buio che respirava. Poi un altro colpo, ancora più forte del primo. Ormai confuso e smarrito tra il terrore, la ricerca a tastoni della torcia e lo sforzo per cercare di tenere sotto controllo quelle presenze che lo insidiavano da ogni parte, Riccardo si era inconsapevolmente sporto sempre più sull’apertura, e il sussulto che ebbe all’udire quell’ultimo colpo fece il resto. Cadde nel buio.
Atterrò di schiena sulla terra umida e soffice ma l’impatto fu comunque violento. Il colpo ai polmoni lo lasciò senza fiato. Si ritrovò sdraiato proprio al di sotto dell’apertura da cui era caduto, semistordito e ansimante. Intanto il respiro nel corridoio si era fatto ancora più forte, diventando a tratti quasi un ringhio. Ci fu un terzo colpo, ancora violentissimo, e un altro ancora. Poi un pesante rumore di passi, sempre più veloci, quasi una corsa. Ancora a terra semistordito, li sentì percorrere tutto il corridoio e avvicinarsi alla buca. Sopra di lui il pavimento tremava. Riccardo si mise allora in una sorta di strana attesa, fissando quell’apertura e aspettando di vedervi apparire qualcosa di mostruoso, ed era come se quell’attesa insana lo schiacciasse ancora di più contro la terra umida, impedendogli di rialzarsi. Poi ancora quel respiro, vicino. Qualcosa si muoveva intorno a quella buca ora animata di ombre, qualcosa vi indugiava intorno. La torcia accesa era rimasta sopra, e Riccardo poteva intravedere il fascio di luce passare sopra all’apertura. Poi udì la plastica andare in frantumi e la luce sparì. Il corridoio rimase appena rischiarato dalla fievolissima luce della luna che filtrava a malapena delle stanze senza porta. Un attimo dopo un’enorme sagoma nera si avvicinò all’apertura, e chinandovisi sopra lentamente, vi scrutò dentro. La sua mole gigantesca oscurò quasi completamente il buco impedendo l’ingresso anche a quel fievolissimo bagliore lunare. Con un colpo di reni Riccardo rotolò allora su se stesso e in un attimo si tolse da sotto la buca e, sperava, dalla visuale di quella creatura.
Gli ci volle un po’ per riprendere il controllo. Rimase per qualche minuto a tremare in preda al terrore ed allo stato confusionale, rifiutando di credere a quello che gli stava accadendo. Poi provò a rialzarsi, ma sollevato il busto di pochi centimetri, fu costretto a reprimere un lamento e ricadde subito sulla schiena. Lasciò passare qualche altro minuto poi, non appena sentì il dolore calmarsi, raccolse le forze e con cautela estrema si rimise in piedi. L’apertura da cui era caduto era ormai a qualche metro da lui ma questo non gli impediva di udire ancora quel respiro e di vedere l’agitarsi di ombre che la luce lunare proiettava sul terreno umido non lontano da lui. Movimenti, cenni, tremolii, cose svolazzanti.
Poi una leggera corrente d’aria dall’odore di terra umida e di muffa lo investì, e Riccardo pensò che forse era il caso di provare a seguirla, magari lo avrebbe condotto all’esterno del casolare. Dall’apertura intanto continuavano ad arrivare con insistenza rumori di ogni sorta e molte volte il pavimento sopra alla sua testa tremò. Muovendosi al buio, Riccardo urtò lateralmente contro un muro di pietre che sembrava estendersi nella direzione in cui stava andando: non sarebbe stata una cattiva idea tenerlo come punto di riferimento. Si mise a camminare lungo di esso, lentamente, sempre facendovi scorrere una mano sopra e tastando il terreno davanti a se con il piede prima di compiere definitivamente un passo. Camminò forse per alcuni minuti, poi si accorse che stava scendendo. Quella che inizialmente era sembrata una leggera pendenza dovuta all’irregolarità del terreno, si era via via fatta più ripida rivelandosi una vero e proprio declivio. Ma Riccardo non si scoraggiò e continuò a seguire il suo percorso, soprattutto perché l’intensificarsi della corrente d’aria lo faceva ben sperare.
Poi quel sussurro echeggiò di nuovo dal buio. Ebbe l’impressione che uscisse da una bocca accostata al suo orecchio. Ne percepì l’alito caldo, pesante. D’istinto prese ad agitare le braccia in tutte le direzioni come per scacciare non si sa cosa, poi si schiacciò contro il muro, ansimante, ruotando la testa ripetutamente in tutte le direzioni e cercando inutilmente di scorgere qualcosa nell’oscurità totale. Di nuovo il buio gli alitò sul viso, ripetendo quei sussurri, e Riccardo tornò ad agitare a casaccio le braccia di fronte a sé come per scacciare quella presenza. Qualcosa gli sfiorò i capelli, poi il viso, le gambe, sempre di più, senza sosta. Il buio lo toccava e lo sfiorava da ogni parte. Le mani del buio. Urlava, urlava contro l’orgia di mani buie, agitando tutto il corpo al ritmo forsennato delle sue urla, coprendosi il volto, cercando di scacciare quello sciame agghiacciante, abbassandosi e alzando le braccia per coprirsi la testa e il viso come quando per strada una vespa cominciava a volargli intorno, saltellando per sottrarre le gambe a quei tocchi infernali. Agitandosi si era intanto allontanato dal muro che usava come riferimento e d’un tratto sentì mancargli il terreno sotto i piedi.
Cadde nel vuoto per quella che gli sembrò un’eternità, e paradossalmente fu proprio cadendo che smise di agitarsi ed urlare. L’impatto fu violentissimo. Cadde di pancia. Nel buio echeggiò il rumore del suo tonfo sull’acqua. Nonostante la violenza dell’impatto gli avesse provocato un lancinante dolore allo stomaco lasciandolo quasi senza fiato, Riccardo non perse i sensi e dopo pochi istanti, per la prima volta da quando era caduto nella buca del pavimento, ebbe l’impressione di percepire un po’ di luce, un bagliore fievolissimo, sott’acqua, che gradatamente andò intensificandosi, fino a permettergli di distinguere intorno a sé le pareti di pietra perfettamente levigata di una specie di pozzo. Sembrava essere una sorta di condotto, un passaggio che conduceva a qualcosa di molto più grande. Le sue pareti infatti terminavano immediatamente sotto il pelo dell’acqua, senza scendere in profondità, conducendo in una specie di grande vasca. Sopra di lui, invece, non sembrava esserci nessuna via d’uscita, nessun appiglio su quelle pareti che, pochi metri sopra alla sua testa, si perdevano nel buio. Esitante e col cuore in gola, Riccardo si liberò del soprabito e provò a immergersi per guardare oltre l’imboccatura di quel condotto. Sopra di sé vide allora una grande apertura circolare. Oltre al pozzo in cui si trovava era la sola altra possibilità che aveva, l’unica altra potenziale via d’uscita, quindi non esitò e si mise subito a nuotare verso di essa, più veloce che poteva. Quando riemerse, pochi attimi dopo, si ritrovò in una vasca enorme.
Intorno a lui si ergeva un’enorme struttura di pietra, una specie di cripta, anch’essa circolare, come il pozzo, illuminata da una luce verdolina di cui non riuscì a localizzare la fonte. Il soffitto era altissimo, e questo gli fece pensare che doveva trovarsi a molti metri sotto terra, e la vasca in cui era ancora immerso occupava esattamente il centro della cripta. Nuotando frettolosamente per cercare di riemergere, Riccardo non si era reso conto che la luce che aveva visto sott’acqua non era un riflesso di quella della cripta, ma veniva proprio da sotto la superficie. Nonostante avesse tutta l’aria di una pozza stagnante, l’acqua era limpidissima e Riccardo, ancora incerto se fosse o meno il caso di uscire dalla vasca, immerse il viso appena sotto il pelo dell’acqua cercando di vedere meglio che cosa ci fosse sotto. Sembrava la riproduzione della cripta, ma rovesciata e più stretta. La differenza principale era che le pareti di pietra erano costellate da una grande quantità di aperture la cui disposizione ricordava vagamente un’alveare. Riccardo rimase per un po’ a guardarsi intorno, muovendo automaticamente gambe e braccia per tenersi a galla, ancora incerto se fosse o no il caso di uscire dall’acqua.
Poi si decise. Si tirò fuori a fatica dalla vasca e per qualche istante rimase sdraiato sul bordo, con gli occhi chiusi. Doveva trovare un modo per uscire da là. Le pareti della cripta erano completamente lisce, nessuna finestra, nessuna feritoia, a parte un’apertura all’altezza del pavimento. Era alta probabilmente meno di un metro e larga non più di cinquanta, forse sessanta centimetri. Non sembrava un passaggio destinato agli esseri umani, anzi, non sembrava nemmeno un passaggio, aveva piuttosto l’aria di una presa d’aria, o magari di una nicchia cieca scavata nel muro. Ma era l’unica apertura, se si escludevano quelle sotto il livello dell’acqua, in quella cappa di pietra.
Senza quasi rendersene conto, Riccardo vi entrò, ritrovandosi all’imboccatura di un cunicolo. L’unico modo per percorrerlo era camminare carponi. L’odore di muffa era molto forte ma non c’era solo quello. C’era anche un altro odore, un odore nauseabondo che lo fece pensare al vomito. Quel cunicolo sembrava lungo, molto lungo, ma Riccardo andò avanti lo stesso, anche se la quasi totale assenza di luce, i vestiti bagnati, il freddo, gli odori insopportabili e la posizione estremamente scomoda gli rendevano quel percorso una sofferenza atroce. Ma c’era quella luce in fondo, fievole, ma c’era. Le uniche altre aperture che aveva visto erano quelle sotto il livello dell’acqua… Man mano che si avvicinava alla luce il cunicolo si faceva sempre più basso e stretto, tanto è vero che a certo punto pensò che vi sarebbe rimasto incastrato, che non sarebbe mai arrivato alla fonte di quella luce. Ma ci arrivò. Il cunicolo sfociò in uno spazio circolare che sembrava la copia esatta della cripta con la vasca, solo in scala estremamente ridotta. Anche il colore della luce era diverso, qui era azzurro. Al centro, invece di una vasca circolare come la cripta verde, la piccola cripta azzurra aveva quello che sembrava essere una specie di sarcofago. Riccardo, che finalmente si era potuto rialzare in piedi, trattenendo quasi il respiro, vi si avvicinò, lentamente.
Fu allora che ebbe l’impressione di vedere qualcosa muoversi vicino alla parete dietro al sarcofago, mentre quel respiro che ormai conosceva bene riprese ad echeggiargli intorno, come amplificato dalle dimensioni ridotte della cripta. Mentre cercava di dare una forma a quei movimenti indefiniti che vedeva dietro alla piccola bara, qualcosa gli sfiorò la schiena e Riccardo, cercando con un movimento brusco di sottrarsi a quel tocco, andò sbattere con la fronte contro la parete vicina. Per qualche istante rimase con la testa tra le mani, facendo pressione sulla parte che aveva sbattuto per lenire il dolore. Fu quando rialzò gli occhi che li vide. Sembravano bambini, di uno, due anni, avevano anche la stessa andatura, un po’ goffa e instabile. Uno era già molto vicino a lui mentre l’altro sembrò come staccarsi dalla parete dietro al sarcofago. Le teste erano enormemente sproporzionate rispetto al corpo e inizialmente l’oscurità non permise a Riccardo di distinguere i tratti dei loro volti. Ma quando gli furono più vicini fu evidente che quei volti non erano volti. Quella che doveva essere una faccia era attraversata longitudinalmente da una spaccatura profonda che si dilatava e restringeva come una branchia. Lungo tutta la spaccatura, come su una rotaia, si muoveva incessantemente una specie di occhio, o almeno qualcosa che brillava di luce propria, una luce rossa intensa che lo faceva sembrare un carbone ardente. Nel bambino-branchia che gli era più vicino Riccardo notò anche un grosso e profondo taglio all’altezza dell’addome da cui con ritmo regolare sbucava una protuberanza molle che secerneva un liquido azzurro fluorescente. Senza distogliere completamente lo sguardo dalla creatura, diede un’occhiata di sbieco all’apertura da cui era entrato e pensò che forse ce l’avrebbe fatta.
Scattò. Ma il bimbo-mostro che gli era più vicino fu più veloce di lui e gli saltò addosso ancor prima che avesse il tempo di fare il secondo passo verso l’uscita. Riccardo cercò di proteggersi il viso coprendolo con le braccia, ma quel mostro maleodorante aveva una forza enorme e, dopo esserglisi appeso agli avambracci, ne penetrò a fondo la carne con gli unghioni affilati riuscendo allo stesso tempo a farsi strada verso il suo viso. La spaccatura della faccia del bimbo-branchia allora si spalancò e ingoiò la faccia di Riccardo fino alle orecchie. L’interno della testa del mostro era illuminato dalla fluorescenza che proveniva, oltre che dall’occhio-tizzone, anche da una gran quantità di fasci nervosi e tubicini pulsanti che la percorrevano in ogni senso, e Riccardo poté vedere chiaramente quegli anfratti colmi di escrescenze carnose che parevano vermi dotati di vita propria.
Nel frattempo l’occhio rosso aveva cominciato a premergli sulla bocca, come per insinuarvisi dentro. Riccardo cercò di stringere i denti ma dalla parte bassa della cavità del mostro qualcosa sembrò arpionargli violentemente il mento per poi tirarglielo verso il basso. Urlò di dolore. L’urlo echeggiò e si amplificò dentro la testa del mostro e l’occhio colse subito l’occasione per insinuarglisi in bocca e correre come un fulmine giù per l’esofago, fino ad infilarglisi nello stomaco. Non riusciva ormai quasi più a respirare, nemmeno quella poca aria che filtrava nella testa del mostro. Con tutte le sue forze prese allora a colpire il bimbo, che gli si era però ben ancorato anche al petto piantandovi gli artigli dei piedini semimummificati.
Stava quasi per soffocare quando gli venne in mente il lapis appuntito che si era portato dietro per segnarsi le misure della porta del ripostiglio. Sperò di non averlo perso in tutto quel trambusto e di averlo ancora in tasca. Con la mano destra smise di colpire il bimbo-mostro e cercò di raggiungere la tasca. Il lapis c’era, la punta si era parzialmente infilata nella fodera dei pantaloni ma Riccardo riuscì comunque ad estrarlo. Con tutte le sue forze vi colpì la testa del bimbo-arpione. Vide sbucare la punta dentro la testa. Colpì ancora e ancora. Nel frattempo l’altro bimbo, vista la sua reazione, gli si era attaccato a una gamba, infierendovi furiosamente con gli artigli delle manine e dei piedini. Riccardo continuò a colpire la testa del mostro con il lapis e a un certo punto sentì la presa sul suo viso allentarsi. Colpì altre tre volte, poi lasciò cadere il lapis, e afferrate con entrambe le mani le estremità della fessura che fino a quel momento aveva cercato di ingurgitargli la faccia, tirò con tutta la forza che gli rimaneva con l’intento di spezzare, strappare, rovinare più che poteva quella bocca-occhio. Le cartilagini della branchia scricchiolarono e in quel momento sentì le mani e i piedi della creatura smettere di tormentargli la carne e l’occhio rosso di agitarglisi dentro. Si tolse il bimbo con cautela dalla faccia, e per sicurezza tirò ulteriormente le estremità della branchia fino a che una lunga sequenza di acuti scricchiolii e un fiotto di liquido biancastro che gli colò sulle mani da quelle che dovevano essere le giunture di quella bocca-testa non lo convinsero che aveva infierito abbastanza.
L’altro bimbo-unghione, nel frattempo, benché ancora attaccato alla gamba di Riccardo, aveva smesso di infierirvi e col suo occhio rosso si era messo a fissare, come incredulo, lo scempio a cui era stata soggetta la branchia del suo compagno. Riccardo lasciò cadere il mostro morto che, attaccato al fascio di nervi collegati all’occhio che aveva ancora nell’esofago, trascinò a terra anche lui. Fu allora che l’altro bimbo-arpione gli si staccò dalla gamba e si diresse verso la carcassa del suo compagno. Nel frattempo Riccardo approfittò per provare a tirarsi fuori dall’esofago quell’occhio. Magari ce l’avrebbe fatta, o magari sarebbe morto così, durante quell’autolavanda gastrica oculare. Afferrò il fascio di nervi gelatinosi e cominciò lentamente a tirare, con cautela estrema, terrorizzato dalla possibilità di peggiorare la situazione, e stringendo gli occhi per cercare di non urlare di dolore. Sentì l’occhio risalirgli lentamente lungo l’esofago e continuò a tirare finché quella grossa sfera gelatinosa, ora impregnata anche di succhi gastrici, non gli tornò in bocca. Non appena ebbe sputato il globo oculare, sentì lo stomaco contrarglisi violentemente e non potette fare a meno di vomitare.
L’altro mostro, che si era allontanato di qualche passo, come spaventato dalla fine che Riccardo aveva fatto fare al suo simile, sembrò riprendere coraggio vedendolo vomitare e ricominciò lentamente ad avvicinarglisi. Riccardo, ancora semisdraiato, capì che doveva agire subito se non voleva ritrovarsi di nuovo con un occhio fresco nello stomaco, e nel momento in cui la protuberanza uscì dall’addome del bimbo-fistola, pensando che potesse essere un punto debole della creatura, la afferrò tirando con tutte le sue forze. Il mostro reagì all’istante spiccando un salto verso di lui ma questa volta Riccardo riuscì a evitarlo rotolando sul pavimento e la creatura finì sdraiata per terra a poca distanza da lui. Riccardo allora ne approfittò per rimettersi in piedi e, avvicinatosi al bimbo-branchia, gli mise un piede sul petto, cercando di impedirgli rialzarsi. Con la mano destra poi gli afferrò di nuovo quella protuberanza addominale, strattonandola con tutta la violenza possibile. Udì allora uno strappo, la pancia del bimbo-fistola si squarciò e, insieme al resto della propaggine che Riccardo teneva in mano, venne fuori una massa flaccida e rossastra di interiora colanti di un liquido gelatinoso trasparente. Riccardo rimase per un attimo immobile, fissando il ventre lacerato del bimbo-branchia poi, con un movimento quasi inconscio e continuando a fissare il cadavere, lasciò andare la propaggine che teneva in mano, che insieme a tutto il mucchio di interiora che vi era attaccato, ricadde con un tonfo umido e flaccido sul corpo sventrato.
Barcollando andò poi verso il muro e vi si appoggiò, ansimante. Il petto, le spalle, la parte inferiore del mento e il collo erano coperti di sangue e di quella sostanza blu fluorescente che il bimbo-branchia, mentre cercava di ingoiargli la testa, aveva continuato a secernergli addosso. Le ferite lasciate dagli artigli erano abbastanza profonde ma fortunatamente sembrava non esserci emorragia.
Poi dal sarcofago in mezzo alla cripta si levò un rumore non ben definibile, come se qualcosa stesse grattando nel legno. Non era ancora finita. Il rumore si fece più intenso ed insistente finché gradualmente non divenne una via di mezzo tra il battere di un martello e il raspare di un grossa lima sul legno. Riccardo continuò a fissare il sarcofago per alcuni secondi, poi finalmente si riscosse scattando verso l’apertura da cui era entrato. La luce verde della cripta grande all’altra estremità del cunicolo non era più visibile, ma non c’erano altre vie d’uscita e Riccardo entrò lo stesso. Doveva correre carponi, via da là, si sarebbe ributtato nell’acqua piuttosto che tornare indietro. Cercava di andare più veloce che poteva, con la testa bassa e sempre con il terrore che qualcosa nel buio lo sfiorasse, lo toccasse, lo prendesse. Poi un colpo violento alla testa lo fermò e questa volta perse i sensi.
Quando si risvegliò era di nuovo nella cripta piccola e la via d’accesso da cui aveva provato a scappare era chiusa da un muro. Evidentemente l’ostacolo in cui aveva sbattuto la testa era una parete mobile o qualcosa del genere, che spostandosi verso l’entrata della cripta lo aveva spinto di nuovo verso l’interno. Il sarcofago, che nel momento in cui aveva ripreso i sensi sembrava essersi acquietato, come se avesse percepito il risveglio di Riccardo, riprese a rumoreggiare, sempre più forte, sempre più insistente, sempre più ossessivo.
Poi il coperchio saltò, e dalla bara si levarono due mani gigantesche dai lunghissimi artigli. Dovevano essere lunghe circa tre metri, ossia oltre il doppio del sarcofago che le aveva contenute. La pelle sembrava mummificata, e in molti punti erano evidenti grosse macchie di muffa da cui penzolava una grande quantità di lunghi filamenti grigi, forse ragnatele. Le mani presero ad agitarsi nell’aria, alzandosi e abbassandosi, mentre dalla bara cominciò a levarsi un terrificante sussurro rauco e asmatico. Non sembrava essere soltanto un grugnito senza senso, a Riccardo parve di distinguere dei suoni articolati in quel mugugnare orrendo, una sequenza di suoni incomprensibili, sempre gli stessi, che si ripeteva senza sosta, come una litania infernale. Poi il sussurro andò facendosi sempre più forte, sempre più forte, fino a diventare un grido rauco e assordante, ulteriormente amplificato dalla cappa della cripta. Le mani sembravano voler seguire la potenza e l’intensità del grido e gradualmente avevano preso ad agitarsi in modo sempre più convulso, talvolta urtandosi tra loro con gli artigli e strappandosi a vicenda brandelli di quella specie di carne mummificata e ammuffita. Il grido era ormai insopportabile e a Riccardo ricordò per un attimo un film ambientato in un manicomio nel quale i pazzi in preda alle crisi urlavano in quel modo. Sempre quelle parole incomprensibili, qualcosa come: "Lhaki lho maglaach, lhaki lho maglaach, lhaki lho maglaach…".
Poi la parete a cui era appoggiato, quella che qualche minuto prima aveva bloccato l’entrata della cripta, cominciò improvvisamente a ritirarsi, e Riccardo, perdendo il sostegno, cadde all’indietro nell’imboccatura del cunicolo. Quando si voltò vide la falsa parete allontanarsi e scomparire, lentamente, nel buio. Dopo qualche secondo il riflesso della cripta verde all’altra estremità del cunicolo riapparve e Riccardo, bramoso di una via d’uscita, si precipitò verso di esso senza esitazione. Correva carponi, e una minuscola frazione della sua coscienza si stupiva della velocità che era riuscito a raggiungere pur muovendosi in quel modo: aveva il terrore che il passaggio verso la cripta grande potesse d’un tratto richiudersi, come gli era successo prima. Questa volta non abbassò mai la testa e tenne lo sguardo fisso su quel riflesso verde, sperando che non scomparisse, che non ridiventasse nero. Ma intanto qualcosa stava accadendo nella vasca. Quel rumore. Sempre più forte man mano che l’uscita si avvicinava. Era come se l’acqua si fosse messa in movimento, come se fosse agitata da qualcosa.
Quando finalmente uscì dal cunicolo vide che la superficie della vasca era quasi completamente coperta di schiuma, una schiuma densa e gorgogliante che sembrava alimentarsi delle forti onde che la agitavano. Il fondo della vasca non era più visibile. Attenuate ma ancora ben distinguibili risuonavano le grida provenienti dalla cripta piccola, dalla creatura proprietaria di quelle agghiaccianti mani gigantesche: "Lhaki lho maglaach, lhaki lho maglaach..." Tutto quel movimento nella vasca sembrò risucchiare energia al riflesso verde che illuminava la cripta perché ad un certo momento la luce cominciò gradualmente ad abbassarsi. Nel giro di pochi secondi fu quasi buio. Sotto la superficie dell’acqua il riflesso luminoso aveva comunque mantenuto una certa intensità che permetteva di distinguere ancora i contorni della vasca e che faceva somigliare la schiuma in superficie a un frappè al pistacchio appena uscito dal frullatore.
Riccardo fissava impietrito il nuovo cambio di scena di quel teatro dell’orrore che lo teneva prigioniero, quando dalla superficie della vasca cominciarono improvvisamente a emergere decine di mani. Lentamente poi le mani si tirarono dietro braccia, che si tirarono dietro teste orrende, che si tirarono dietro corpi enormi. Alcuni degli orchi uscirono dalla vasca con un balzo, altri lo fecero aggrappandosi ai bordi. Riccardo riconobbe ancora una volta il respiro che aveva sentito nel corridoio buio della casa, prima di cadere nella buca, e poi nella cripta piccola. Si guardò istintivamente intorno per cercare una via d’uscita. Dal cunicolo che portava alla cripta piccola echeggiavano ancora le grida che probabilmente avevano richiamato quell’esercito di orchi gocciolanti, per il resto altre aperture nella parete non ce n’erano. Solo pietra levigata.
Poi uno degli orchi gli fu addosso. Lo afferrò con violenza per i capelli e cominciò a strattonarglieli facendogli sbattere più volte la testa contro la parete di pietra. Riccardo provò inutilmente a liberarsi dalla presa, ma il liquido caldo che colava insieme all’acqua dalla mano enorme dell’orco gli si insinuò copioso negli occhi, procurandogli un bruciore fortissimo e rendendolo praticamente cieco. Per cercare di mitigare il dolore e il bruciore provocatogli da quel liquido, Riccardo fu costretto a chiudere gli occhi e non poté così vedere dove l’orco lo stesse trascinando. D’un tratto sentì mancargli il terreno sotto i piedi, poi fu sott’acqua.
Non aveva nemmeno avuto la possibilità di prendere fiato prima di essere trascinato giù. Una volta sott’acqua provò a riaprire gli occhi, e vide che l’orco, tenendolo ancora per i capelli, lo stava trascinando verso l’alveare di buchi neri che costellavano le pareti subacquee della vasca. Era circondato da decine di orchi la maggior parte dei quali non sembrava comunque curarsi di lui più di tanto ormai: ogni orco si stava infatti dirigendo verso una di quelle aperture, e alcuni di loro vi erano già scomparsi dentro con un guizzo fulmineo. Sarebbe annegato, ormai sentiva che stava per scoppiare. La tana era soltanto a circa un metro da loro ormai, non c’era più possibilità di salvarsi. Oppure non sarebbe annegato, non glielo avrebbero permesso, magari per trasformarlo in uno di loro e farlo rimanere là, a fare la guardia a quelle gigantesche mani urlanti. La testa dell’orco che lo trascinava era ormai quasi dentro la tana quando Riccardo, con tutte le forze che gli restavano, diede uno strattone con la testa per cercare di liberare i capelli dalla presa. Il dolore fu lancinante, tanto è vero che vide un filamento di sangue diffondersi nell’acqua, ma quando sentì che la mano dell’orco non lo stringeva più, non esitò a lanciarsi verso la superficie. Nel frattempo gli orchi che stavano nuotando verso le loro tane, accortisi del tentativo di fuga di Riccardo, fecero immediatamente dietro-front e si rimisero anch’essi a nuotare verso la superficie, mentre quelli che erano già spariti nei loro buchi neri ne rischizzarono fuori come fulmini per rilanciarsi all’inseguimento di Riccardo. Si era già aggrappato al bordo quando vide che sotto di esso c’era un’apertura che correva lungo tutto il margine della vasca, probabilmente per far defluire l’acqua durante le uscite degli orchi. Vi infilò dentro la testa e poi, con non poco sforzo, si tirò dietro il resto del corpo, aspettandosi da un momento all’altro di sentirsi arpionare le gambe dagli unghioni degli orchi.
Con un tonfo leggero cadde su una superficie di pietra levigata percorsa da diversi rivoli d’acqua. La pendenza era notevole e la superficie non forniva appigli. Scivolando giù sulla pietra sdrucciolevole, vide le braccia degli orchi infilarsi fulminee nella fessura da cui era entrato soltanto un istante prima ed agitarsi con furia cercando invano di afferrarlo. Poi la pendenza aumentò e Riccardo, a velocità crescente, scivolò giù sulla pietra buia.
Continuò a scivolare per circa un paio di minuti, o forse meno, finché a un certo punto la forza che lo spingeva cominciò ad esaurirsi. Rallentò fino quasi a fermarsi, poi la marcia si invertì, e Riccardo fece qualche metro scivolando all’indietro, per pochi secondi, poi si fermò nel buio. Cominciava la salita. Nel punto in cui si era fermato l’acqua ristagnava, e Riccardo si ritrovò con il busto parzialmente immerso in una pozza fangosa. Fissò il buio che lo circondava, poi provò a muoversi e ad allargare la braccia, ma non fu possibile. La conduttura di pietra in cui si trovava doveva essere al massimo larga poco più di mezzo metro. Era imprigionato nella pietra. Provò ad andare avanti ma la salita era ripida e sdrucciolevole. Tornare indietro era ancora più improbabile, visto che non aveva nemmeno lo spazio per rigirarsi. Chiuso nella pietra. Urlò. E urlando si mise a piangere. Urlò e pianse con tutto il fiato che aveva cercando con furia di aggrapparsi a qualcosa che lo aiutasse a trascinarsi in avanti in quel tubo di pietra, ma le mani trovavano soltanto melma e roccia liscia.
Inizialmente le sue urla coprirono il rumore che arrivava dall’estremità del condotto da cui era scivolato giù, ma poi Riccardo percepì qualcosa. Smise d’un tratto di piangere e di urlare, e restò in ascolto. Non c’era dubbio. Era acqua. Gli orchi dovevano aver convogliato l’acqua della vasca nel condotto per stanarlo. Riprese con furia ad arrancare per spostarsi in avanti ma fu ancora una volta inutile. Gli restava solo da trattenere il respiro ed aspettare. Aveva sempre riso quando nei film sentiva dire a un personaggio che aveva rischiato di morire "mi è passata tutta la vita davanti", ma ora stava succedendo anche a lui. Magari non tutta la vita, ma certamente gli ultimi anni, certamente lei. Lei era stata la sua vita. Si preparò all’impatto. Il rumore si era fatto più forte, l’acqua era vicina. Gli venne in mente per un attimo una pubblicità, "l’acqua è vita", poi l’acqua buia lo travolse.
La forza violenta dell’acqua lo spingeva in avanti senza sommergerlo completamente e a tratti Riccardo riusciva anche a prendere fiato. Continuò a galleggiare sulla cresta di quella furia idrica per un’eternità, cercando come meglio poteva di coprirsi la testa con le braccia per attutire i frequenti colpi contro le pareti di pietra del condotto. Poi di nuovo sentì che stava cadendo nel vuoto e pensò che tutto fosse ricominciato.
Aprì gli occhi e vide soltanto nebbia. Il tonfo questa volta non fu forte e Riccardo si ritrovò seduto con l’acqua che gli arrivava al petto. Sentì l’aria pungente della notte. Era fuori. Fuori, e quello doveva essere il torrente che scorreva ai piedi del colle su cui si trovava la casa. Sì, ne era sicuro, nonostante la nebbia. L’acqua era gelida, e mentre camminava verso la sponda per uscire dal torrente, Riccardo prese a battere violentemente i denti. Il cielo era coperto e la luna non era più visibile, ne restava soltanto un vago riflesso dietro le nubi, comunque sufficiente per Riccardo, che conosceva bene la zona. Benché tremante di freddo, non si azzardò ad andare a cercare di recuperare la macchina, parcheggiata davanti alla casa, ma si diresse verso il paese, in fondo distava soltanto un chilometro. Ma quando ebbe raggiunto la strada sterrata che conduceva anche alla casa, nonostante tutto l’idea della macchina lo tentò. Non c’erano che un centinaio di metri, anche se in salita. Si voltò a guardare. La casa troneggiava sul colle, imponente e semiavvolta dalla nebbia. Nessuna traccia dell’inferno che vi si agitava dentro. Forse...
Poi udì un tonfo sordo alla sua destra. Si voltò col cuore in gola ma vide solo nebbia. Un istante dopo un altro rumore simile lo fece voltare di nuovo verso la casa, e questa volta vide. Vide decine di orchi emergere lentamente dalla terra, senza alcuno sforzo, come spinti su da un ascensore. Gli sbucarono tutt’intorno, parzialmente avvolti dalla nebbia, e si misero ad avanzare lentamente verso di lui. Era completamente circondato. Sullo sfondo di quell’orrenda masnada nera la casa, come percependo finalmente la sua prossima vittoria su quell’intruso, sembrava fremere di vita, respirare. Le finestre del piano di sopra s’illuminarono di una luce rossastra in cui innumerevoli ombre multiformi presero ad agitarsi nei modi più assurdi. Si dilatavano, si restringevano, si facevano enormi per poi immediatamente ridiventare minuscole e svolazzare l’una sull’altra, assumendo forme più o meno umanoidi.
Nel frattempo sembrava che gli orchi volessero assaporare a lungo il momento della loro vittoria perché continuavano a procedere lenti, molto lenti. In un tentativo disperato di salvarsi, Riccardo, con uno scatto non troppo fulmineo, provò a correre fuori dal cerchio dei mostri che andava stringendoglisi intorno, ma uno degli orchi allungò un braccio e lo colpì violentemente al petto bloccandolo e scaraventandolo per terra. Gli altri orchi allora, come allarmati da quel tentativo di fuga, accelerarono il passo e in un attimo furono tutti a poco più di un metro da lui.
Uno di loro si fece avanti, probabilmente quello che precedentemente lo aveva trascinato nella vasca. I suoi lineamenti erano ancora una volta semicelati dal buio e Riccardo riuscì soltanto a distinguere delle vaghe deformità. Nel momento in cui l’orco si chinò su di lui, lasciandogli cadere addosso pezzi di terra umida, la luna sbucò da dietro la coltre di nubi. Riccardo vide allora l’orco ritirarsi su di scatto e portarsi le mani alla testa lanciando un grido agghiacciante. Con la testa tra le mani si agitò convulsamente per qualche secondo, sempre gridando e dimenandosi come un ossesso. Poi esplose. Esplose con un rumore sordo, attenuato, ma con un effetto devastante. La faccia e il torace si schiantarono e dalle voragini che vi si aprirono schizzò fuori un marasma semivivo di viscere enormi e flaccide che andarono in parte a colpire il corpo e la faccia di Riccardo, che ancora una volta si ritrovò lordo di interiora altrui. Nel giro di pochi istanti tutti gli altri orchi presero ad urlare come il loro compagno, dando vita ad un terrificante coro infernale. Poi, uno dopo l’altro, esplosero anche loro, ma non tutti nello stesso modo. Ad alcuni si aprirono la faccia e il torace, come era successo al primo, altri invece, prima di esplodere definitivamente, sembrarono impazzire e si misero ad aggredirsi e a divorarsi ferocemente a vicenda. I più inferociti arrivarono anche ad infilare la loro testa enorme nell’apertura che si era formata nel corpo dei loro compagni per mangiare loro le interiora prima che l’esplosione le sparasse fuori. Nessuno di loro riuscì però a trarre soddisfazione da quel gesto disperato, perché non appena la testa entrava nel corpo dell’altro orco, esplodeva quasi subito, dilaniando entrambi i mostri.
Ma lo spettacolo più sconvolgente agli occhi di Riccardo venne dall’orco che morì per ultimo, il cui supplizio cominciò con l’esplosione degli occhi, che si trasformarono in una sorta di vulcani anatomo-fisiologici, eruttando getti fortissimi di materiale gelatinoso e di interiora sminuzzate. Era come se la testa risucchiasse il resto del corpo, maciullando tutto e vomitando poi dagli occhi il materiale tritato e digerito. Gli occhi continuarono ad eruttare fino a che di quel corpo enorme non rimase che lo scheletro, completamente ripulito, candido alla luce della luna, fluorescente come una maschera di Halloween. La testa smise allora per qualche secondo di vomitare e l’orco, scheletro barcollante sovrastato da una testa enorme, sembrò per un attimo smarrito, come se fosse sorpreso dall’interruzione inaspettata di tutto quel macello. Ma poi anche le ossa cominciarono a spezzarsi, la testa-tritacarne voleva anche quelle. Furono le vertebre del collo le prime ad essere maciullate e risputate dagli occhi sotto forma di una polvere bianca che andò a disperdersi nell’aria notturna. Poi toccò al torace, quindi a tutto il resto, fino a che dell’orco non rimasero che le gambe e il bacino sovrastato dalla testa. Il bacino enorme fu divorato e risputato in pochi secondi, ma quando le testa si accinse ad ingoiare i femori, successe l’imprevisto. Infatti, non appena le estremità di quelle ossa grossissime entrarono nel collo per essere maciullate, la testa smise di colpo di funzionare e sembrò bloccarsi. Per alcuni secondi non successe niente e Riccardo pensò che fosse tutto finito ma poi, dopo qualche singulto e dopo aver sputacchiato quelle che dovevano essere grosse schegge d’osso, la testa si rimise in moto. Sembrò lavorare per qualche istante prima di bloccarsi di nuovo, proprio nel momento in cui le estremità dei femori sbucarono, intatte, dagli occhi. Con i femori incastrati negli occhi, la testa pelosa accecata dai femori cadde allora con un tonfo sordo sul terreno umido, spalancò la bocca e, dopo aver rigurgitato residui semiliquidi di chissà cosa, lanciò un urlo assordante e prolungato, interrotto soltanto dall’esplosione che pochi istanti dopo la disintegrò completamente.
Nel giro di pochi minuti tutti gli orchi visibili furono ridotti a un mucchio di budella melmose. Riccardo, con estrema cautela, si rialzò, cercando con lo sguardo di perforare la nebbia per assicurarsi che non ci fossero altri mostri in agguato, ma vide solo una distesa viscida di interiora agitate da movimenti convulsi.
Poi un urlo assordante squarciò di nuovo le tenebre, veniva dalla cima della collina, dal casolare enorme, che d’un tratto sembrò cominciare a contrarsi, come se le pareti fossero di gomma. A mano a mano che si contraeva e si rilasciava le sue forme sembravano sempre più indefinite, gli angoli più smussati, le finestre più strette. Poi la parte centrale del tetto si aprì e la casa non fu più una casa. I margini della voragine che si era formata si misero ad ondeggiare mentre lentamente si sollevavano: erano le nocche di due mani immense. Da dentro la spaccatura emersero poi delle dita infinite, lunghe forse venti metri. Poi la mutazione continuò e le ali laterali della casa si trasformarono nel dorso delle mani, nei pollici, nei polsi. Erano le stesse mani che erano sbucate dal sarcofago nella cripta piccola ma decine di volte più grandi, molto più grandi anche della forma di casa che avevano assunto e nella quale si erano celate per chissà quanto tempo. La casa ormai non c’era più, al suo posto c’erano le due mani che sbucavano dal terreno e che si agitavano e si allungavano verso il cielo, come se volessero artigliare la luna che ne aveva scatenato la rovina. Ancora una volta si levarono quelle grida atroci ed agghiaccianti già udite nella cripta e Riccardo per un attimo temette che gli orchi si ricomponessero per accorrere in aiuto alle grida delle mani-casa. Ma questa volta non successe. Le mani cominciarono a gonfiarsi e sulle dita spuntarono degli enormi bubboni che, uno dopo l’altro, esplosero come una mitraglia silenziata. Caddero pezzi di dita, seguiti da altri pezzi, falange per falange, finché le mani non furono ridotte a una schiera di moncherini che, alla luce della luna, sembrarono dissolversi nell’aria. Lo stesso accadde ai resti degli orchi.
La falsa casa non c’era più, era sparita senza lasciare segno, e al suo posto si era formato un grande prato. Riccardo, stremato, raccolse le poche forze che gli restavano, e lentamente si diresse verso il paese. La luna, rotonda perfetta, dall’alto lo accompagnò.
Trondheim, 30 settembre – 23 ottobre (28 novembre) 2002
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di Massimo Acciai
Il racconto è una corsa a perdifiato, un caleidoscopio di immagini oniriche e sorprendenti che si rincorrono senza respiro – mai banalmente orrorifiche o ridicole – che solo una fantasia vulcanica, mai in quiete, come quella di Francesco Felici poteva concepire. Non s’è tempo per annoiarsi, per riposarsi, per interrompere la lettura e fare altro una volta iniziato il racconto. Si va avanti, insieme allo sconvolto protagonista – che potrebbe verosimilmente essere uno di noi – fino al termine della sua fuga dall’orrore della casa stregata. Un orrore che non traumatizza il lettore né lo disgusta o lo annoia come certo splatter-immondizia che spesso ci propina la schiera degli imitatori lovecraftiani o kinghiani. Questo è un racconto intelligente oltre che ironico e originale. Lo si capisce subito, quando alle brumose e tempestose atmosfere nordiche, ormai stereotipe, si sostituisce una chiara notte di plenilunio nei dintorni di Pisa. Non siamo dunque nel Maine o in una brughiera inglese, ma nella dolce campagna toscana. E’ un indizio. Il protagonista, Riccardo (ci sono alcuni echi autobiografici noti a chi scrive), non se ne esce con scontate imprecazioni made in USA ma con il ben più colorito e realistico frasario pisano (l’autore sostiene d’altro canto la dignità letteraria della sua parlata). Contrariamente a molti racconti del genere, il protagonista qui non si comporta come un idiota; l’autore pone anzi molta attenzione affinché tutto sia verosimile, logico e consequenziale, e soprattutto naturale affinché ci si lasci coinvolgere sì dalle folli avventure – che naturalmente non hanno nulla di reale – ma si conservi la sospensione dell’incredulità, regola prima di ogni buona opera narrativa. Il lettore prende subito in simpatia questo giovane "ingegnere mancato" e si identifica con facilità perché è un tipo comune, semplice, senza le paranoie biografico-enciclopedico-depressive dell’ultimo Stephen King, mentre è la fantasia la vera protagonista. Non mi dilungherò oltre, il racconto va letto. Sedetevi comodi e lasciatevi trasportare: il viaggio è lungo e pieno di imprevisti.
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a cura di Massimo Acciai
Sono ospite di Francesco, a casa sua, a Pisa: ospite ormai consueto nei brevi periodi in cui non è all’estero, visto il nostro rapporto di amicizia e collaborazione che dura ormai da un anno abbondante. È un soleggiato pomeriggio primaverile – il 26 aprile per la precisione. Ho preparato qualche domanda, ma molte mi vengono sul momento; Francesco risponde a tutte con precisione, simpatia, modestia e arguzia. Più che un’intervista è una chiacchierata tra amici in cui ci sentiamo entrambi a nostro agio.
I: Massimo Acciai, intervistatore
F: Francesco Felici
I: Cominciamo con i tuoi studi, la tua formazione culturale.
F: Posso parlà pisano? Sono laureato in Lingue, principalmente lingue nordiche, scandinave, ma ho studiato anche lingue slave, soprattutto polacco e russo, e tedesco. Mi sono specializzato anche in lingue germaniche antiche: antico alto-tedesco, gotico e, soprattutto, islandese antico, la lingua che tra queste mi ha sempre appassionato di più. Poi ci sarebbe anche l’antico slavo... Comunque lingue lingue lingue e solo lingue… Anche letterature, certo, ma le lingue sono comunque la mia strada.
[Gli scaffali colmi di libri che ci circondano mi confermano questa inclinazione, che peraltro conosco benissimo essendoci coinvolto anch’io: nel corso degli anni Francesco ha messo insieme una biblioteca unica e fornitissima sulle lingue, naturali e artificiali, ordinando materiale attraverso Internet o acquistandolo nel corso dei suoi numerosi soggiorni all’estero: da romanzi in esperanto ai poeti polacchi, a grammatiche islandesi, danesi, bretoni, eccetera eccetera. Ci sono molti manuali di lingue inventate che non avevo mai sentito prima di conoscerlo: Loglan, Lojban, Tsolyani, Láadan, Volapük, la misteriosa Lingua della Pace Trionfante.]
I: Una breve cronologia delle tue opere poetiche, edite e inedite.
F: Si fa prestissimo; inedite quasi tutte, edite soltanto un librettino uscito qualche mese per le Edizioni Segreti di Pulcinella grazie al caro amico Massimo, nonché mecenate e promotore della nuova poesia diciamo toscana più che italiana. Si intitola "Sylwia" ed è una raccolta di 27 liriche, principalmente d’amore, anzi soltanto d’amore.
I: Ti ricordi quante poesie hai scritto?
F: Dovrebbero essere intorno alle 200 poesie, a partire dal 1989. Ricordo qualche tentativo precedente che pagherei oro per poter ritrovare ma che è andato irrimediabilmente perduto. La prima poesia ufficiale, trascritta con tanto di data – importantissima per me la data – è del 1989, Verdazzurro. A partire da allora, con intervalli più o meno lunghi (a volte anche un anno), siamo arrivati ad oggi a circa 200, grosso modo.
I: C’è una poesia che senti come più rappresentativa? Se sì, qual è?
F: Mah, non è facile rispondere, il problema è che drovrei averle tutte presenti per poterti dare una risposta esauriente. Ce n’è una sul mare, credo del 1992, scritta in Danimarca, che descrive quello che sento guardando il mare: a distanza di più di dieci anni mi piace ancora molto quando la rileggo. Mi riconosco poi molto – mi dà soddisfazione rileggerle – in quelle che io chiamo poesie "cosmiche", piene, anzi grondanti direi, di riferimenti più o meno deliranti cosmico-planetari-stellari. Le ultime poesie d’amore mi piacciono tutte. Tra quelle vecchie direi quella sul mare, tra quelle recenti non mi sento di fare una graduatoria. Il sentimento espresso nell’attimo in cui ho buttato giù quei versi era il più forte che potessi provare e essere riuscito a esprimerlo come volevo mi dà parecchia soddisfazione.
I: Mi ha incuriosito molto il filone cosmico. Come nasce questo tipo di poesia?
F: E’ interessante questa domanda perché, quello che sembra magari un filone nato da chissà cosa, in realtà ha una motivazione iniziale molto ben definita – motivazione che si è poi evoluta, nel momento in cui ho capito che questo tipo di poesia mi dava una soddisfazione particolare. Tutto cominciò dall’esigenza di scrivere una poesia in Klingon. Essendo il Klingon una lingua extraterrestre, interplanetaria, volevo scrivere una poesia di argomento un po’ fantascientifico. Alla fine del mio corso di lingua – con tanto di diploma dell’istituto di lingua Klingon – mi fu proposto di provare a scrivere qualcosa che, se fosse piaciuto, il consiglio direttivo avrebbe poi pubblicato sulla rivista letteraria annuale dell’istitituto. Questo qualcosa fu una poesia che si intitola in Klingon HovmeymajDaq maHegh che in italiano potremmo tradurre con "Moriremo sulle nostre stelle": una poesia d’amore scritta da un guerriero Klingon che sta per partire in missione e che sa che molto probabilmente non tornerà. Si tratta in pratica delle parole che dice all’amata prima della partenza; è una poesia molto breve che a me piace molto. Indipendentemente dal discorso del Klingon, sono versi molto sentiti in cui mi riconosco pienamente: il sentimento che esprimo è reale e non è solo creato in funzione dell’esigenza del momento.
I: Posso chiederti di leggere questa poesia Klingon, per avere così anche un’idea della pronuncia così ostica di questa lingua alle nostre orecchie terrestri? Innanzitutto, come si chiama la rivista letteraria?
F: Si chiama "Jatmey", partita come pubblicazione annuale contenente letteratura inedita in Klingon, sia poesie che racconti, ha poi quasi sospeso le pubblicazioni per assenza di materiale (non ci sono tantissimi scrittori Klingon...). Non so come stia andando ora. I veri fissati e malati di Klingon che dedicano tutto il loro tempo libero a questa lingua hanno raggiunto un livello di conoscenza linguistica molto superiore al mio e sono in grado di scrivere anche racconti molto lunghi. Io invece mi sono perso tra 800 milioni di lingue e quindi non posso purtroppo dedicare tutto il mio tempo a parlare con gli extraterrestri. Leggerò volentieri la poesia e chiedo scusa se qualche madrelingua mi ascoltasse dal pianeta [parola incomprensibile], il pianeta dei Klingon. Scusa ti sputacchierò addosso, ma lo sputacchiare parlando nella cultura Klingon è molto importante, è indice di buona creanza. È per quello che la lingua sputa a bestia.
I: Questi suoni gutturali pare ci siano anche in arabo.
F: È molto influenzato dall’arabo. Per le mie conoscenze di fonetica araba, ci sono molti suoni in comune. Il klingon suona un pochino arabo, ma la struttura è completamente diversa, si rifà infatti principalmente alle lingue degli indiani d’America, una struttura detta polisintetica. Leggo:
HovmeymajDaq
ghopDopmey tIn bIH ghopDu’wIj mach’e’,
bomwIj ‘oH meQtaHghach’a’’e’.
HovmeymajDaq,
Hegh puyjaqmeyDaq,
mamuSHa’chuqtaHvIS
Hegh wImuSHa’.
HovmeymajDaq,
tIqmajDaq jorchoH
HeghtaHbogh lIymey,
SIStaH yuQmey SuD,
‘ej machenHa’’eghmoHtaHvIS
‘u’ wIyach.
[Nei nostri soli,
per poterti stringere
le mie povere mani diverranno stelle,
per poterti cullare
il boato apocalittico delle fiamme
diverrà il mio canto.
Nei nostri soli,
impregnati di morte solare,
ci ameremo amando la morte.
Un brulichio
di supernove impazzite
ci esploderà violento nel cuore,
pioveranno pianeti azzurri,
e nel nostro disintegrarci
accarezzeremo l’universo.]
[non posso fare a meno di notare e di sorridere dei suoni aspri e alieni, comunque affascinanti, del Klingon, e degli sputi naturalmente, peccato il lettore non possa ascoltare]
I: Quali sono stati i tuoi modelli poetici, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?
F: E qui faccio una smorfia strana perché i modelli poetici non so nemmeno se ce li ho e devo ammettere qui, miseramente, di non essere nemmeno un grande lettore di poesie [sorride]. Posso dire però quali poesie mi piacciono in generale: mi piace molto la poesia italiana del Duecento e del Trecento e anche del Quattrocento. Mi piace molto la poesia romantica, non tanto italiana perché in Italia il romanticismo c’è e non c’è, parlo più che altro della poesia romantica tedesca, della poesia nordica, inglese. Non avendo letto un particolare autore mi risulta difficile ritrovare le mie influenze. Penso che vengano da quelle pochissime letture di poesia che ho fatto e da una voglia intensa di esprimermi. La mia poesia è un po’ autocostruita, non tanto basata su influssi – credo – e non lo dico certo per farmi grande, però è una domanda che mi mette in imbarazzo... Non so davvero da che parte rifarmi per rispondere. Sento una voglia fortissima di esprimermi in quella che io chiamo poesia e che gli altri poi possono definire come vogliono e lo faccio, e piano piano ho sviluppato un mio modo di farlo, per questo mi piace mettere la data sotto ogni poesia, perché credo che la mia poesia sia – leggendola in sequenza – innanzitutto la storia della mia vita e l’evoluzione di un mio stile, se di stile si può parlare.
I: Passiamo alla prosa. Una breve cronologia.
F: Il primo tentativo vero e proprio di scrivere un racconto risale allo stesso anno della prima poesia, non ci avevo mai pensato, cioè all’89: s’intitola La camera, una storia molto, molto, molto (troppo!) ispirata da Poe, a partire dall’ambientazione, dall’uso della narrazione in prima persona e da altri elementi. In fondo era l’unico autore che avessi letto all’epoca. Il secondo tentativo è La presenza, che non ho mai voluto ritrascrivere al computer perché sono tremendamente ossessionato dal timore di plagiare qualcuno senza volere, ho sempre paura che le mie le idee le abbia già usate qualcun altro. È una cosa che succede, non è certo una tragedia, è molto frequebte che le idee passino da un autore all’altro. Ma per me è sempre stata un’ossessione, ho sempre avuto un sacro terrore di essere accusato di plagio. Per questa regione non rielaborai né ritrascrissi mai La Presenza: un giorno mi accorsi infatti che questo racconto, che a me piaceva molto e del quale ero molto soddisfatto, somigliava tantissimo ad un racconto di Maupassant, L’Horlà, non so se lo hai letto. Lo ricordava veramente troppo, così quando me ne resi conto lo esclusi e non lo ritrascrissi.
I: Sempre sulla narrativa. Un’opera che mi ha colpito particolarmente è stata Respiri dal buio. Com’è nato questo racconto?
F: E’ nato in Norvegia nell’ottobre-novembre dell’anno scorso. Respiri dal buio è molto importante per me perché lo considero il mio primo vero racconto horror più o meno riuscito. Altro racconto che ritengo importante è Schizocosmia, che riguarda però di più la fantascienza. Diciamo che questi due racconti sono gli unici su cui non ho niente da ridire o criticare, mentre sugli altri ho spesso dubbi del tipo "mah, ma questo l’ho scopiazzato forse da qualcuno", "questo forse è risentito", "ma cos’è questa bischerata" e così via. Respiri dal buio nasce in origine come racconto scritto per partecipare a un concorso letterario sul fantastico e, sull’horror in particolare, bandito da Club Ghost, editore e promotore indipendente di letteratura fantastica, che ha un sito Internet abbastanza noto nell’ambiente. Purtroppo il racconto superò abbondantemente le dieci pagine di limite posto, ma io lo mandai comunque perché sapevo che avevano altri progetti tra cui la pubblicazione di un cd-rom contenente sia racconti inediti di giovani autori più o meno esordienti, sia altro materiale sull’horror, per esempio filmati, interviste con registi di cinema e così via. Un cd-rom pluridisciplinare legato però all’horror come comune denominatore. Fortunatamente il racconto piacque e fu incluso nel cd-rom, pubblicato poche settimane fa.
I: Sempre su questo racconto, ho trovato molto originale l’ironia che traspare in mezzo alle immagini splatter come la testa tritaossa. L’immagine cruenta viene stemperata dall’ironia, pensiamo anche all’imprecazione in pisano del protagonista all’inizio del racconto.
F: [sorride, poi si fa serio] Penso che nell’horror l’ironia sia attualmente quasi di dovere perché ormai l’horror non spaventa più nessuno e credo che se si prendesse troppo sul serio rischierebbe di sfociare un po’ nel ridicolo. Quindi tanto vale ironizzare, e utilizzare l’orrore non solo per spaventare (magari accontentandosi di riuscire a creare qualche momento di tensione nel lettore senza pretendere di togliergli il sonno per tre mesi) ma anche per "buttare acido" su ciò che non ci piace. In fondo l’horror è anche una maschera del quotidiano, una maschera che attraverso l’ironia può essera caricata molto, tanto da farla scivolare via dal volto della realtà che, nuda, cade nel ridicolo. Esagerare nello splatter è uno sfogo mio, ho un po’ il gusto per l’esagerazione, mi diverte molto, e mi permette anche di ironizzare meglio, su me stesso innanzitutto. Non ho un intento sociale quando scrivo. L’ironia è una componente essenziale del mio divertimento come scrittore. Mi diverto a descrivere mostri, a parlare di teste che scoppiano schizzando il cervello in faccia alla gente, ma mi diverto anche a far capire che non mi prendo troppo sul serio.
I: Per quanto riguarda gli altri racconti, c’è un filone a cui appartengono L’uomo e il tramonto, L’uomo e il ghiaccio, L’uomo e la foresta (ancora incompiuto) – filone a cui avevi dato un titolo: Rinascite. Due parole su questo ciclo.
F: Si tratta di un progetto ancora da concludere che comprenderà forse 5-6 racconti. Il prossimo che concluderò sarà L’uomo e la foresta, che è abbastanza avanti. Pensavo anche ad altri aspetti della natura da prendere in considerazione. L’uomo in rapporto ad una manifestazione o a un elemento della natura. Non c’entra niente con lo splatter e con l’ironia.
I: E’ un filone molto poetico e fantastico. C’è un’atmosfera onirica, riconducibile al fantastico, al sogno ad occhi aperti, dico bene?
F: Sì, è proprio questo. Il desiderio di produrre un mondo onirico, dove gli eventi – se si possono chiamare eventi quelle cose strane che succedono – non sono direttamente legati l’uno all’altro, almeno non secondo il criterio di causa-effetto che invece è doveroso nella narrativa tradizionale, in una vera storia con un vero intreccio. Questi racconti sono soprattutto una visione, un sogno, un anelare a immedesimarsi con la natura. Quando io mi trovo davanti ad uno spettacolo naturale molto potente provo una sensazione molto bella, ma allo stesso tempo provo anche un notevole senso di disagio, disagio che deriva dalla consapevolezza di non potere fino in fondo diventare parte di quelle manifestazioni naturali che vedo. Mi sento sempre un po’ spettatore, un po’ esterno, e da questo piccolo disagio nasce il desiderio di una maggiore fusione con la manifestazione naturali; fusione che si realizza in questi racconti: si realizza nel ghiaccio, nel tramonto, nella foresta e in altri elementi. La raccolta si chiamerà Rinascite perché ognuno di questi racconti rappresenta una rinascita mia attraverso la fusione con la natura.
I: Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica? Sottoponi spesso i tuoi lavori ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento creativo?
F: La spontaneità del momento creativo è senz’altro fondamentale. Torno spesso sul mio lavoro, anche senza pietà e anche imprecando per ore perché non ne ho voglia, non mi piace farlo, ma sono troppo perfezionista per non farlo. Per farti un esempio, la versione di Respiri dal buio che tu conosci è il frutto forse della quinta o della sesta revisione. Il salto grosso è stato tra la prima e la seconda revisione; nella seconda il racconto si allungò notevolmente in seguito all’introduzione di scene nuove tra cui quella famosa della testa; prima si diceva solo che gli orchi scoppiavano tutti all’apparire della luna o giù di lì, poi dissi no, qui è il caso di divertirsi un po’ a raccontare come questi orchi saltano per aria e scoppiano e si schiantano e diventano budello fatiscente e putrescente. Le stesure a partire dalla terza non sono state di contenuto ma di limatura linguistica. Una cosa che cerco con ostinazione sono le incongruenze, analizzo spesso il comportamento dei personaggi più volte per cercare di capire se quello che fanno è verosimile o se invece si comportano come degli idioti e fanno cose che nessuno farebbe nella loro situazione. Ti faccio un esempio: quando Riccardo si trova nella cripta e sta per essere aggredito dai bimbetti-mostro, in origine, nella prima stesura, rimane impietrito a guardare i bimbetti avvicinarsi finché uno di loro non gli salta addosso. Poi mi sono detto: ma che è un cretino questo, non prova neanche a fare un passo per scappare. E allora è lì che ho inserito quelle due tre righe in cui dico che mentre il bimbetto si avvicina il protagonista si guarda intorno terrorizzato per cercare una via d’uscita e, vedendo l’apertura da cui è entrato, fa un mezzo passo verso di essa, ma il mostro gli salta addosso. Nessuno in quella situazione sarebbe rimasto a fissare come un bischero il mostro che si avvicinava e ad aspettare che gli saltasse addosso. Maremma cinghiala!
I: Mi sembra importante. Cosa pensi dei concorsi letterari?
F: La mia esperienza non è molto ricca in questo senso. Ho sempre fatto concorsi di poesia, mai di narrativa. Il primo risale al 1990 o 1991 con una poesia dell’89 – solo tre volte ho partecipato a un concorso letterario – e l’ultimo un paio di anni fa. In tutti i casi sono rimasto molto deluso perché, pur essendo stato sempre "segnalato", come si usa dire nel gerghetto di quelle riunioncine, poi mi sono sempre visto superare da tutte queste donnine pensionate che scrivono poesie sulle bischerate quotidiane più scontate. Una volta ho partecipato ad un concorso che aveva per tema il mare; non pretendevo certo di arrivare primo, ma quando sentii che il primo premio era stato vinto da una donnetta viareggina con una poesia che diceva più o meno "Oh amata mia Versilia, quand’ero piccina come ci stavo bene, facevo ‘r bagno, l’onde belle" e così via, mi ci prese davvero male. Questa vinse il primo premio e io invece fui solo segnalato. Poi ci sono concorsi e concorsi: questi qui tipici della pubblica amministrazione, il comune, la provincia, la circoscrizione, sono tutti in mano alle solite signorine pensionate che vincono sempre i primi premi non si sa perché, ma che non hanno mai pubblicato nulla e non hanno mai fatto un soldo con la letteratura. A questi concorsi ho deciso di non partecipare più, mentre mi interessano invece molto di più altri concorsi completamente indipendenti dalle istituzioni amministrative e lontani da questo pubblico, ad esempio il concorso di Club Ghost. L’organizzazione è migliore e più affidabile, non come quella dell’ultimo concorso a cui ho partecipato a Marina di Pisa, in cui chiunque fornisca un finanziamento per l’organizzazione entra a far parte della giuria, compreso il gelataio (!!).
I: Hai usato altre lingue per la poesia?
F: Non ho mai avuto realmente l’interesse a scrivere poesie in altre lingue pur essendo un malato di lingue, per me lo scrivere è nella mia e basta. Le lingue artificiali è un altro discorso, lì è un gioco, con il Klingon è stato un bel divertimento, e sicuramente avrò voglia di scrivere anche in Volapük quando sarò diventato abbastanza competente da poterlo fare. Sì, in questo caso lo accetto perché diventa un bel gioco. Per le lingue naturali invece non ne sento affatto il bisogno a meno che non ci sia l’esigenza di far conoscere le mie poesie in un’altra lingua; in tal caso lo posso fare, a patto però di avere poi la revisione di un madrelingua. Non mi voglio mettere al di sopra di un madrelingua, c’è già fin troppa gente che lo fa. Gente che pensa per esempio "io so il francese, allora scrivo una poesia in francese" e poi non pensano nemmano a farla revisionare da un madrelingua, che bisogno c’è, loro SANNO il francese! O brodiiiii, dio io nella mi’ bella lingua pisana! Nemmeno vella si sa tutta!! Tanti non sanno nemmeno cosa vuol dire sapere una lingua! Tipo il pisano ghiozzotto che dice "oh, te sai tante lingue oh, ma ‘r francese lo sai tutto?" L’ho sentito dire tante volte a Pisa "lo sai tutto" [peccato non poter riprodurre con esattezza l’accento pisano di cui Francesco fa una caricatura spassosissima]. Ma che cavolo vor dì "lo sai tutto"?? Nati da un cane, ‘un sarebbe da sputanni ner muso?! Nessuno la sa tutta una lingua, non sappiamo tutto nemmeno l’italiano, no? Quindi tanto più una lingua straniera.
I: So però che hai in programma una raccolta di poesie bilingui italiano-norvegese…
F: Questa raccolta è ancora priva di titolo. Saranno scritte in italiano e poi tradotte da me in norvegese e revisionate da un madrelingua. Il libro uscirà per le Edizioni Segreti di Pulcinella. Si tratta di poesie d’amore – penso che comunque le poesie d’amore siano il 90% della mia produzione, anche quelle cosmiche sono in realtà poesie d’amore mascherate da altre cose. Sono poesie dedicate alla persona con cui condivido uno stupendo rapporto attualmente, si chiama Mona [pronunciato Muna]; ho pensato insieme al direttore delle Edizioni Segreti di Pulcinella [che sarei io] di fare un libro bilingue, limitato a 15 poesie per restare nelle possibilità editoriali della "ditta"; 15 in italiano con testo norvegese a fronte. È un’idea che mi piace moltissimo, anche perché il norvegese è una delle lingue a cui sono più affezionato (ben sedici anni fa mi innamorai della Scandinavia proprio sentendo parlare norvegese). Si tratta anche di un tentativo più o meno onirico-virtuale di rafforzare l’unione con la persona a cui le poesie sono dedicate anche a livello letterario: la versione italiana sono io e quella norvegese è lei, riunite nello stesso libro con un titolo bilingue.
I: Quante lingue conosci?
F: Nel senso quante lingue ho studiato e quante lingue ho più o meno praticato, si può arrivare forse a dieci undici, non lo so, poi ci sono quelle inventate che non so se devo contare. Fra tutto facciamo 15, ma non lo so perché – qui arriviamo al problema, mi piace sempre ripetere una citazione, mia, che amo particolarmente "Le lingue sono come le belle macchine, il problema non è comprarle ma mantenerle": il problema non è impararle ma ricordarsele e mantenerle nell’uso. Quando si studiano tantissime lingue insieme come faccio io, non è assolutamente possibile coltivarle tutte allo stesso modo, quindi ci saranno periodi in cui coltiverò due lingue su dieci, un altro periodo in cui ne coltiverò altre due e non coltiverò le due precedenti. A meno che uno non abbia la fortuna di vivere in un contesto così internazionale da poter praticare almeno per un’ora la settimana tutte le lingue che ha imparato, e quindi mantenerle vive contemporaneamente tutte, bisogna lottare molto per tenerle tutte in mente. È molto difficile, ci vuole la pazienza, dopo tanto tempo che uno non usa una lingua, di rimetterla lentamente in moto, di risbloccarla, di farla gradualmente riaffiorare nella memoria. È un lavoro che può essere estremamente faticoso e frustrante Ti faccio un esempio: l’estate scorsa ho passato tre mesi in Islanda, quando sono tornato parlavo un buon islandese, che usavo ormai a tutti i livelli della vita quotidiana. Arrivato in Norvegia ho cominciato subito a parlare norvegese ma dopo un mese di soggiorno il mio islandese ed era ancora buono (ho avuto occasione di parlare islandese in Norvegia una volta con un professore norvegese che ha lavorato in Islanda). Poi il norvegese ha gradualmente preso il sopravvento, e piano piano l’islandese si è sedimentato in qualche zona remota del cervello, tanto che se ora mi chiedono di parlare islandese mi vengono i sudorini freddi perché non mi ricordo nemmeno tante parole molto comuni. Questo non vuol dire che me lo sia dimenticato: vuol dire che l’uso principale di un’altra lingua ha messo in riserva la lingua precedente che per essere recuperata avrà bisogno poi a sua volta di un periodo di sblocco e di pratica. Per l’islandese spero di farlo quest’estate, almeno con la lettura.
I: Qual è la lingua che ami di più?
F: Una sola è difficile da citare. Ci sono tante lingue che quando le sento mi viene da sorridere d’affetto. Sicuramente il norvegese è tra queste, come il finlandese e l’islandese. Tra le lingue non nordiche, una lingua che ho studiato molto ma che purtroppo ho praticato pochissimo (ma mi sono ripromesso di riattivarla nei prossimi anni), è lo swahili; una lingua grammaticalmente stupenda – io sono un appassionato di grammatica e di regole grammaticali, non me ne frega niente di imparare le lingue se non mi si dicono le regole, anche se le posso intuire: mi piace vederle scritte. A livello strutturale e morfo-sintattico è così bella e interessante per me che le ho sempre riservato un posto privilegiato nel mio curriculum.
I: Qual è la lingua più strana che hai studiato?
F: Dipende dai punti di vista: certamente lo swahili agli occhi dell’indoeuropeo è una delle più inusuali. Bisogna abituarsi a costruire la frase verbale e il plurale dei sostantivi in modo completamente diverso dalle nostre lingue europee. Il finlandese, pur essendo non-indoeuropeo, ha comunque per diversi aspetti molte modalità europee: è una lingua agglutinante ma ha una frase verbale abbastanza usuale. Ho fatto anche brevi studi di groenlandese o eschimese, che ha una tendenza alla polisintesi molto più alta dello swahili, quindi in groenlandese una parola lunghissima deve essere tradotta in italiano con 15 parole. Anche la maggior parte delle lingue degli indiani d’america funziona così. Sono meravigliose.
I: E tra le lingue artificiali, qual è la lingua preferita?
F: Lasciamo stare l’Esperanto, che quando si comincia ad occuparsi di lingue artificiali bisogna saperla e basta. L'Esperanto è un po’ l’inglese del mondo inventato. Al di là dell’Esperanto le due lingue che per ora mi sono piaciute di più sono sicuramente il Klingon e il Volapük. Il Volapük è una lingua molto complessa, molto più dell’Esperanto, ma così ben pensata e articolata che se uno riesce veramente ad assimilarla bene non può far altro che moltiplicare le sue capacità di analisi linguistica. Credo che ogni linguista dovrebbe sapere il Volapük, insegna molto a pensare, a analizzare.
I: Quanti paesi stranieri hai visitato?
F: Molti, anche se non sono quasi mai uscito dall’Europa. Ho lavorato per un breve periodo in Tunisia nel settore turistico. Ho vissuto e studiato in diversi paesi: Germania, Danimarca, Norvegia, Islanda, Spagna (che crepi, chi mi conosce sa perché), Polonia, Finlandia (quest’ultima molte volte ma solo come turista e prima di studiarne la lingua).
I: Tra questi paesi a quale ti sei legato di più?
F: Sicuramente sono legato alla Scandinavia perché si vedono là realizzate a livello di gestione amministrativa tante cose che da noi sembrano fantascienza. Da una parte mi piace, ma dall’altra mi arrabbio ancora di più quando vengo in Italia e sento dire che certe cose non sono realizzabili: non è vero perché là fanno parte della vita quotidiana da almeno cinquant’anni. Naturalmente non è per questo che mi sono innamorato della Scandinavia, bensì per le lingue e per la natura. Devo ammettere di non saper apprezzare molto le arti figurative, quindi quando vado in giro cerco di vivere l’esterno piuttosto che gli interni. Non è importante per me entrare nei musei o nelle case di gente famosa. Il Nord-Europa è per me ottimale in questo senso, perché non ci sono tanti musei né cose del genere. Là è la natura che costituisce l’attrazione principale. Mi è piaciuta anche la Polonia, nonostante tutto, ci sono stato bene, ci ho lavorato e ci sono rimasto affezionato, perché comunque la lingua mi piace molto, e mi piacciono anche i polacchi, anche se mi hanno rubato il portafogli sul treno [ridacchia]. Ho dei ricordi bellissimi del mio soggiorno là.
I: Abbandoniamo la letteratura e passiamo ai tuoi interessi musicali. Io so che suoni vari strumenti ed hai anche composto delle canzoni. Quali strumenti hai imparato a suonare e com’è nato questo interesse.
F: Il mio primo strumento è stato la chitarra classica. Ho cominciato a studiarla a 15-16 anni. L’interesse nacque da metallaro, a 14 anni, quando cominciai ad ascoltare havy-metal. Odiavo la scuola, odiavo lo studio, odiavo tutto quello che c’era da leggere, la mia unica aspirazione era diventare chitarrista in un gruppo hard rock. Non decisi io di studiare la chitarra classica; successe perché l’unico maestro che conoscevamo in casa si occupava di chitarra classica. Mi appassionai allo stile classico, tant’è vero che continuai ad andare a lezione privata per più di tre anni, poi lasciai, mi stancai. Era comunque pesante per me preparare gli esercizi, com’era pesante farlo per la scuola; certo, la chitarra era sicuramente più tollerabile, ma associata allo stress della scuola era diventata snervante anche quella. Poi cominciai la chitarra elettrica nel gruppo hard rock. Il gruppo ha cambiato tanti nomi, ma quando cominciai a suonarci io si chiamava Bloody Mary. Lo aveva fondato Paolo, attualmente un mio carissimo amico, uno dei pochissimi della mi schiera (forse tre o quattro: pochi ma buoni). Suonai per un breve periodo, poi cominciai l’università, gli esami impellevano e non ce la facevo a conciliare e poi sinceramente mi ero un po’ stancato. La chitarra elettrica è andata avanti a pezzi e bocconi, in questo gruppo ci sono rientrato più volte, più che altro come membro sostitutivo quando non trovavano nessuno di fisso. Nel frattempo avevo trascurato la chitarra classica, cioè la strimpellavo tutti i giorni ma non mi dedicavo più allo studio dei veri e propri pezzi classici. Poi, quando cominciai la mia storia con Sylwia, che era musicista (lei suonava il piano), si riaccese un po’ l’interesse. Comprai una serie di spartiti suddivisi secondo le varie epoche della storia della musica e ricominciai da solo, piano piano e con pazienza, a studiarli. Da allora non ho quasi mai smesso. Sono anche appassionato di musica country; pochi mesi fa mi sono deciso finalmente a fare qualcosa, mi sono messo a studiare bene le tecniche della chitarra country bluegrass e della vecchia musica folk americana, tecniche completamente diverse da quelle classiche, che quindi necessitano uno studio a sé. Oltre a questo mi è venuto l’interesse per il mandolino perché mio padre suonava il mandolino. Avevo imparato a strimpellarlo tanti anni fa, per curiosità, senza dargli troppa importanza. Poi, quando ho cominciato a interessarmi di country, vedendo che era uno strumento essenziale per quel tipo di musica, mi sono ancora più motivato e ho cominciato a studiarlo seriamente. In futuro ci sono progetti anche per altri strumenti: clarinetto (per variare un po’ dagli strumenti a corda), banjo a cinque corde, il violino e poi chissà. Sarà la follia dell’anno prossimo.
I: È possibile ascoltare, e registrare qui e ora, qualcosa?
[Francesco prende la chitarra e attacca una sua canzone country]
I: Come s’intitola questa canzone di cosa parla?
F: Innanzitutto il testo che avete sentito non esiste, è un inglese fonetico; sarà una canzone dedicata alla mia ragazza, canzone per cui scriverò un testo inglese e un testo anche in norvegese. Il titolo non lo so ancora.
I: Puoi dirmi qualcosa di più dei tuoi gusti musicali, so ad esempio del black metal…
F: Io sono sempre stato un grande ascoltatore di musica, inizialmente hard rock a partire da quando avevo 14-15 anni, per poi diventare appassionato di quasi tutti i generi, dall’hard rock al black, alla musica classica, new age ecc. E naturalmente il country, genere di cui sono davvero innamorato e che è comunque quello che suono. Ascolto musica di ogni tipo a seconda dei periodi; ho il periodo di black metal, ho il periodo di new age, ho il periodo di Chopin. La musica per me è comunque fondamentale e si vede anche dalla collezione di dischi che ho in camera. [in effetti nella stanza ci sono molti libri ma anche moltissimi cd]. Cerco sempre di arricchire le mie conoscenze musicali, dal black metal più vergognoso e bestiale fino a Vivaldi.
I: Qual è la visione che hai della donna?
F: Qui bisognerebbe spengere il registratore, pensarci sei mesi e poi risponderti. Uno non sa proprio cosa dire per evitare i soliti luoghi comuni, tanto le donne ‘un si ‘apiscono, tanto l’omini ‘un si ‘apiscono e così via [ogni tanto rispunta la parlata pisana]. Io ho avuto molte brutte esperienze, quindi per un periodo ho avuto una visione molto negativa delle donne, tanto da essere quasi diventato un misogino che voleva andare in giro con il lanciafiamme a bruciarle tutte [ride]; questo lo puoi scrivere aggiungendo una nota che spiega che mi conosci e che sai che non vado in giro a fare queste cose... Ma poi ho avuto anche esperienze molto molto molto positive, e quindi la mia visione si è ridimensionata, a partire da Sylwia, che mi ha fatto capire tante cose, magari non tutte quelle necessarie alla buona gestione di un rapporto, ma certo ne so molto più di prima. Se si esclude la prima storia importante che ho avuto a 24 anni, poi fino a 30 ho avuto solo cose tremende. Attualmente ho una visione molto più rilassata, ottimista, positiva e serena, grazie all’esperienza con Sylwia e grazie anche all’esperienza attuale con Mona, che si sta rivelando veramente ricchissima e bellissima, tanto è vero che dopo due settimane che ci conoscevamo mi dissi che se anche fosse dovuta finire in quel momento, avevo imparato così tanto da questa storia che ne sarei contento lo stesso.
I: Progetti per il prossimo futuro e progetti per un futuro più remoto.
F: Qui ci vorrebbero 7-8 cassette da 120. Per il prossimo futuro ci sono diversi progetti: a livello professionale cercare di inserirmi nell’ambiente accademico, come già ho fatto parzialmente pur non avendo diciamo finanziamenti ufficiali... A livello di interessi personali, che vorrei però far diventare anche professionali, sicuramente la scrittura. A livello di progetti comuni con Massimo c’è la mia lingua inventata, il Bauwoo, di cui si parlerà prima o poi su questa rivista, e poi il progetto di imparare bene il Volapük per poterlo riproporre come lingua di comunicazione per chi si vuol divertire insieme a noi. Vorremmo anche scrivere insieme un manuale in italiano. C’è anche il progetto musicale in cui anche Massimo è stato coinvolto: un gruppo country. C’è la possibilità di registrare un cd gratis grazie al mio amico Paolo, che si è messo in casa uno studio di registrazione quasi professionale.