Massimiliano Chiamenti e i Delidoz
Massimiliano Chiamenti accetta di essere intervistato insieme alla sua band, i Delidoz, nel garage dove fanno le prove. E’ una calda serata primaverile. Mi presento insieme a Luca Mori; Lorenzo Carpentiero arriva con un po’ di ritardo. Sono presenti solo altri due componenti del gruppo, oltre a Massimiliano (Max per gli amici): Guido e Tommi. Inizio a porre le prime domande, in seguito si aggiungono le voci degli altri due musicisti e degli altri due redattori di SdP presenti. Luca Mori durante l’intervista fa caricature di Max & Company. L’atmosfera è informale, amichevole, accogliente.
MA: Prima di parlare del tema da te proposto, ossia il rapporto tra testo musica performance e tecnologia, vorrei porti alcune domande introduttive per presentarti ai nostri lettori, e curiosità personali. Cominciamo con i tuoi studi, la tua formazione culturale.
M: Io sono
laureato in Lettere, poi ho fatto il dottorato il filologia dantesca qui a
Firenze, poi ho fatto una borsa di studio di post-dottorato in filologia romanza
e ho iniziato a lavorare per delle università americane che hanno dei programmi
qui a Firenze. Non ho mai fatto studi di musica o di canto o di recitazione,
quindi la mia formazione è letteraria e universitaria.
MA: Una breve cronologia delle tue opere poetiche, edite e inedite.
M: La maggior parte delle cose che ho fatto, quasi tutte direi, sono autoprodotte, cioè le ho scritte, stampate e diffuse come mi sembrava interessante fare: come potevo e come volevo, poi ho fatto un disco con City Lights, però non con questo gruppo, con il gruppo che avevo prima e che era completamente diverso: "Emme". Con City Lights Italia ho anche fatto un libro di poesie, "Schedule", e un poemetto in prosa "Maximilien" e poi un libro di traduzioni di poesie di Philip Lamantia e due piccoli libriccini di poesie di Lawrence Ferlinghetti. Precendentemente ho fatto un disco con gli Emme con Alpha Associates, che è una piccola etichetta di Firenze che adesso si chiama Homesleep e sta a Bologna. Queste esperienze appartengono a una fase passata. Con i Delidoz abbiamo fatto un demo e un pezzo, A Real Man, è in una compilation che fa parte di Arezzo Wave 2002. Non è diciamo il vero Arezzo Wave dei gruppi che hanno suonato là, noi abbiamo partecipato alle selezioni; siamo arrivati a un certo punto delle selezioni, e hanno messo i gruppi migliori della Toscana su questo cd, e siccome il nostro è proprio il primo pezzo, insomma in qualche modo c’è stato un riscontro buono. Per il resto, abbiamo fatto un demo e abbiamo contatti con musicisti e produttori e vediamo se qualcuno ci vuole produrre oppure se continuiamo su questa strada che poi è anche un po’ la strada dei ragazzi di network, che abbiamo messo insieme durante questi tre giorni alle Cascine. Non c’è sempre bisogno di dipendere da qualcosa di grosso e forte e che in definitiva ti condiziona, no? Per la mia esperienza preferisco fare un piccolo libro da solo piuttosto che pagare queste pseudo case editrici che chiedono soldi per farti stampare le tue poesie e poi ti dicono che sono tanto belle; piuttosto farei qualcosa con un editore vero e proprio – se c’è la possibilità – e se non c’è la possibilità io proseguo per questa strada che è molto nostra, è molto mia.
MA: Impressioni e bilancio dell’esperienza di questi tre giorni [mi riferisco alle 72 ore di resistenza organizzate dal gruppo istallatosi nelle ex officine Galileo a marzo per la costruzione della Venere Biomeccanica: tra il 25 e il 27 aprile 2003 c’è stata una sfilata cittadina che si è conclusa alle Cascine con una serie di concerti rock].
M: Io sono veramente entusiasta, è stata un’esperienza molto bella. Non dico niente sul gruppo, così ne parliamo di più insieme. Così come persona che è andata lì per starci tre giorni, penso che l’atmosfera era molto rilassata, piacevole, le persone stavano bene, c’era molto senso di libertà e creatività. Le opere realizzate lì sono belle. C’era molta collaborazione; questo non succede mai quando vai in giro a suonare. È stato bello vivere nel parco in questo modo, restando anche lì a dormire, buttandosi lì per terra con la musica che va avanti per tre giorni, mi piaceva che ognuno potesse fare quello che si sentiva di fare in quel momento, quindi c’era molta allegria e molta arte anche. Questa è soprattutto l’arte contemporanea.
MA: Tornando alla poesia: c’è una poesia che senti come più rappresentativa? Se sì, qual è?
M: E’ "Radio K", composta di soli tre versi:
Radio K counterpointing tv addicts
Bang is from thunder
But slang makes the district nice.
Radio K, che è una radio di Bologna, controbilancia i drogati, i dipendenti dalla televisione, i teletossici, "bang" viene dal tuono, qui ci vedo qualcosa che si può vedere in televisione spesso di cose che esplodono, guerre, violenze, terroristi, pistole, "slang" quello che parlano gli amici scherzando fa diventare simpatico il quartiere. Il senso mi sembra abbastanza chiaro.
MA: Leggendo la tua opera e assistendo alle tue performance la prima cosa che avrei voluto chiederti è: perché l’inglese?
M: Non c’è un perché. Perché l’italiano?
MA: Rispetto la tua sinteticità. Quali sono stati i tuoi modelli poetici, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?
M: Chiaramente sono italiano, sono nato a Firenze, sono vissuto sempre qua, per cui nella testa la lingua italiana e la poesia italiana è quella che è entrata per prima. Se a 6 anni e a 9 anni leggevo a scuola Palazzeschi o Pascoli, penso che questo mi sia rimasto nella testa. Poi ho studiato Dante all’università, ho letto per certi periodi tantissimo, ora leggo meno, ma effettivamente i poeti che per me hanno significato portare la poesia in azione davanti alle persone con una performance o legandola alla musica, per me sono stati soprattutto i poeti cosiddetti della Beat Generation, soprattutto Ginsberg, quindi è da lì che ho pensato di fare poesia musica qualunque cosa insomma, con l’idea di fare qualche cosa che non sia soltanto fatta per abbellire o per fare di più, ma proprio una cosa pensata per essere presentata se non altro dalla voce. Quando scrivo penso soprattutto a come suona. Penso che questi poeti performativi in generale – ci posso mettere il mio amico Massimo Mori – certamente per me Massimo Mori ha avuto più influenza che Giacomo Leopardi, e anche lì non c’è la lingua ma c’è il gesto ma qualcosa di più ampio della tradizione poetica italiana che conosco e in parte mi piace ma che non è forse quantitativamente la cosa che ho assorbito di più.
MA: Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica? Sottoponi spesso i tuoi lavori ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento creativo?
M: Tutto sommato sono più spontaneo che tecnico. Forse prima ero più tecnico, però adesso cerco di più la spontaneità, però mi piace l’aspetto musicale, l’aspetto ritmico, quindi un testo che non ha musicalità, che è soltanto lo sfogo di un momento, insomma… mah… non è una cosa che resta. Non ritorno molto sulle cose che scrivo, però ci ripenso spesso, magari cambio una parola o aggiungo due versi. Non scrivo prosa, non scrivo racconti perché non mi riesce, dovrei pensare a tante cose, dovrei montare tutto questo, invece la poesia è un flash, un volto, una fotografia. Se l’occhio c’è, se lo scatto è buono, clic!, questa è venuta bene.
MA: Cosa pensi dei concorsi letterari?
M: Non ne so molto, non ho partecipato a molti concorsi. Un po’ di anni fa partecipavo di più perché avevo certa smania di farmi conoscere, di dire "ci sono anch’io! Faccio una cosa diversa da quello che è stato fatto prima". Magari uno all’inizio le vede così le cose, quindi mandavo in giro per i concorsi. In generale sono sempre andati male: o non mi rispondevano oppure davano questi premi un po’ grotteschi a volte, tipo una coppa, una targa, un pezzo di metallo sbalzato. Una volta ho partecipato al premio Città di Corciano; i testi venivano mandati anonimi con nome in una busta a parte. Il presidente della giuria era Sanguineti. Ho vinto il primo premio, era il 1995. La lettera di Sanguineti mi ha fatto molto piacere, per cui ho detto: "vabbé, ho vinto il primo premio con il mio poeta preferito, io non partecipo più a nessun concorso". Pensavo che difficilmente avrei potuto fare di più di questo. Questa la mia sensazione; c’è tutto lo sbattimento di mandare il materiale, poi non sai se veramente leggono i testi, se sono già quattro amici che hanno detto "io do un premio a te l’anno prossimo te dai un premio a me"… boh…
MA: Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione poetica?
M: Cultura in senso più lato? Tantissimo, è dentro ogni parola, viene fuori tutto. Per esempio prima mi chiedevi perché scrivo in inglese; il mio è un inglese di qualcuno che è nato in Italia, che vive in Italia e che passa metà del suo tempo con americani. Le cose sono spesso un ibrido, non ci sono più delimitazioni, le culture sono il risultato di tante componenti diverse, ognuno di noi ci mette dentro tante cose diverse, tanti elementi della tua identità, della tua lingua, del posto dove vivi, delle persone che frequenti, questo viene fuori. Qualunque testo si può vedere come un documento storico che ti fa vedere un individuo, ma anche un ambiente, una cultura.
MA: Passiamo alla tua attività musicale: puoi presentarmi il tuo gruppo? Qualcosa riguardo al gruppo dei Delidoz, come è nato, quando si è formato, che tipo di musica fate…
G: Il gruppo si è formato
all’incirca nell’inverno del 2001. Siamo partiti io, che sono Guido e suono la
chitarra, Massimiliano, la voce, Tommaso, che si occupa della musica dal punto
di vista elettronico. La musica che facciamo è un ibrido, una contaminazione tra
le parole di Massi, i suoi pensieri, i suoi messaggi, e la musica che viene
creata tutti insieme tra di noi in questa sala in un modo molto spontaneo, molto
ritmico se vuoi. Una contaminazione tra melodia e ritmo in qualche modo più
moderno, più veloce, tra chitarre rock e basi più elettroniche, che risentono di
più dei tempi che stiamo vivendo. Oltre a noi tre, che siamo stati i primi, si
sono aggiunti il bassista, Francesco, di Rimini, che in questo momento non c’è;
l’altro Francesco è il nostro deejay, che si è aggiunto e per noi sarà anche una
sfida in più in quanto lui porta la sua esperienza che è un punto di vista
completamente diverso da una musica più autoriale quale è la nostra, ma un
concetto di musica live completamente diverso. Le cose si mischiano e si crea
qualcosa di originale.
MA: Qual è l’origine del nome del vostro gruppo, Delidoz?
M: Tommi proponeva qualcosa con D... all'inizio, un suono un po' duro... allora abbiamo pensato Daily + qualcosa e allora abbiamo pensato Dailydose = dose giornaliera.... ma poi ci sembrava troppo esplicito e abbiamo cercato qualcosa di piu' fonico e meno significativo ed e' venuto fuori DELIDOZ. Tommi dice che il nome l'ho inventato io e io dico il contrario esatto. Mah?
L: Volevo sapere i vostri gusti musicali e se ci sono riferimenti precisi nel panorama rock o comunque di musica più elettronica.
T : Noi veniamo tutti da un sacco
di musiche diverse, fondamentalmente, perché ascoltiamo musica fin da quando
siamo piccoli, abbiamo ascoltato il rock ‘n’ roll, l’heavy metal, il funky.
Abbiamo messo insieme tutto questo, le varie esperienze musicali sia di ascolto
che attive. Quello che ci piace di più adesso sono Boards of Canada, Lemonjelly,
Aphex Twin, Beta Band, Clash.
M: E roba pesa nel week end: hard core, tecno. Ci sono le cose più lente, più da ascoltare, e le cose più veloci per impazzire. Drum’n’bass anche.
L: Come performers dal vivo e dal punto di vista più musicale, alcune movenze, alcune idee ti sono venute da qualche parte?
M: I cantanti della storia del rock, i cantanti famosi, mi hanno ispirato un po’ tutti a cominciare dagli anni ’60. Bowie mi ha influenzato molto per un certo periodo. Potrei dire tanti nomi, dirne uno due è sempre riduttivo.
MA: C’è anche qualche influenza dalla musica italiana?
M: Forse un po’ di melodia, un po’ di armonia, un po’ di elemento di canto, un pochino forse c’è, però non molto. Tommi e Guido avevano un gruppo che si chiamava Il Sale Acustico che faceva cover di altri ma anche canzoni loro in inglese e in italiano e queste canzoni sono strutturate armonicamente e melodicamente, e anch’io con il gruppo che avevo prima, gli Emme, facevo dei pezzi in italiano. Come tutti abbiamo ascoltato i cantautori italiani; è impossibile non aver sentito una volta nella vita Edoardo Bennato, De André, Graziani, Guccini, penso che questo sia un po’ dentro tutti gli italiani, poi magari viene fuori al 2%, però viene fuori. Colonne sonore di film, canzoncine anni ’60, chi lo sa.
L: Volevo sapere qual è il punto di contatto, se c’è, o sono due elementi completamente staccati il fare un approfondimento su Dante, occuparsi di filologia, di argomenti molto classici, e invece queste avanguardie della tua produzione poetica e musicale. Il rapporto tra la classicità e l’avanguardismo.
M: Questa è una domanda difficile perché ho l’impressione che quando mi sono iscritto a Lettere, o forse addirittura quando ho fatto il liceo, o i due anni in cui ho studiato Fisica (consigliato calorosamente dai familiari, ma in realtà non era quello che volevo fare), cioè, quando facevo il liceo negli anni ’80, la cosa più artistica e più orientata verso la creatività poetica è il corso di Letteratura Italiana, in cui si studia Dante, Petrarca e Manzoni, e si fa latino, e anche poi Lettere negli ultimi anni ha aperto una sezione di Spettacolo anche qui a Firenze per cui si possono fare tante cose, però io ho avuto la sensazione, quando mi sono iscritto a Lettere, che fare il corso di Letteratura Italiana è la cosa più logica che uno possa fare se vuole studiare la letteratura. Anzi all’inizio ero un po’ indeciso con storia dell’arte, però storia dell’arte secondo me è insegnata in un modo che non è storia dell’arte. Devi solo riconoscere quadri… Mi piaceva il professore di Letteratura Italiana e ho continuato facendo quello e, non lo so, se oggi mi iscrivessi a lettere farei qualcos’altro, farei Cinema. Quindi cosa succede; uno si laurea su Dante, la tesi è venuta bene e ti dicono se la vuoi pubblicare, c’è la possibilità di fare una borsa di studio, è chiaro che poi o fai qualcos’altro di radicalmente diverso nella vita o alla fine ti chiederanno di fare delle lezioni su Dante. Insomma, le persone vengono qui a Firenze per motivi legati alla cultura del posto, prima di tutto la natura, il Chianti, il paesaggio, le opere d’arte, la moda, il cibo e il vino e un po’ di quello che nel mondo rappresenta la cultura fiorentina. Magari ci sono altri aspetti che non sono noti o che non interessano. Alla fine diventa tutto un meccanismo, per cui mi chiedono sempre di fare qualcosa che ha a che fare con Dante, però non è detto che questo poi influenzi sempre quello che faccio, forse più in passato. In certi momenti ho la sensazione che Dante sia un qualcosa che ha acquistato troppa importanza nella mia vita. Credo che Dante cercasse di fare qualcosa di nuovo, che noi cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, quindi questo elemento accademico deve anche un po’ restare al suo posto, perché il pericolo è quello che il passato, che è senza dubbio valido, schiacci un po’ troppo il presente, sia a livello generale, specie in Italia dove spesso il passato è il presente… una presenza… Il passato mi ha influenzato di più, adesso di meno, che poi è la cosa normale che succede in un meccanismo di assimilazione: all’inizio ricevi tanto da qualcosa, poi a un certo punto ne vedi anche il limite.
L: Quindi i versi di qualche anno fa erano magari più elaborati dal punto di vista metrico, tecnicamente, stilisticamente…
M: Sì, è vero. Scrivendo in italiano, la componente più formale, ma spesso formalistica, c’era di più. Però l’ho sempre fatto un po’ come uno scherzetto, mi sono divertito a scrivere sonetti un po’ scherzosi, terza rima, un po’ come dire "se voglio lo so fare ma non mi interessa", anche perché quando scrivevano sonetti, che altro c’era?, e allora vabbé, ma però non si può continuare con questi discorsi sulla poesia in metrica, chi se ne frega. Adesso faccio delle cose meno inquadrabili in una metrica, però tutto ha metrica, c’è sempre un ritmo, una ricerca di suono, una ricerca di forma, però meno nel solco della tradizione.
L: La tua è una ricerca studiata della sonorità del testo, come se fosse suonato a volte…
M: Confermo. Per me è così. A volte vorrei partire da un suono, da un ritmo prima delle parole. In generale questa esperienza per me dei Delidoz è anche voler fare più musica. Prima con gli Emme facevo più poesia sonora. Queste sono più canzoni. Faccio delle lyrics. Questo ruolo di poeta negli ultimi anni mi ha dato più fastidio che altro; cioè io sono più contento di una situazione in cui si uniscono delle esperienze diverse. Mi sembra interessante artisticamente e dal punto di vista della vita.
MA: Arriviamo al tema annunciato in apertura: il rapporto tra testo musica performance e tecnologia.
M: Io parlo molto volentieri delle cose che facciamo, però non ho una teoria al riguardo. Quello che è la nostra esperienza è che, ad esempio Tommi usa delle macchine, usa un powerbook Machintosh con dentro molti programmi, usa altre macchine, e queste cose venti anni fa non esistevano. Io penso che la tecnologia cambi il modo di fare le cose, quindi anche il modo di fare arte. Cambia il significato, cambia il rapporto con chi la riceve, la vive, e quindi di conseguenza cambia anche il modo di scrivere, di leggere, di pensare, quindi la mia scrittura cambia, il mondo cambia, la tecnologia cambia e tutto questo è collegato. Io non penso che la poesia sia qualcosa di spirituale, anche perché non credo esistano cose spirituali che non si possano in qualche modo rilevare. Sento dire a volte che la poesia nasce da un’intuizione, da qualcosa di molto profondo… boh, nasce da qualcosa di reale, non credo in un’intuizione sublime. Per me è un modo di vedere la poesia che porta a isolare la poesia da un contesto, perché la poni come un qualcosa di a se stante, un po’ magica, però io credo che se si lavora con artisti che fanno qualcosa che non è semplicemente scrivere su un foglio di carta, ci si rende conto anche della complessità delle cose. La performance è una cosa unica, non sarà mai uguale a una seconda performance, non è una cosa che si può mettere in un file, non si riceve in rete in maniera simultanea. È una cosa che accade in un luogo specifico e non è mai la stessa. C’è anche il corpo, la presenza umana.
MA: Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e degli ipertesti? Da una parte la fisicità del libro, dall’altra la virtualità…
M: Io penso che il libro rimarrà. Il passato è presente nel presente, che detto così è una frase un po’ pazzesca, ma insomma… adesso hai il deejay che ti suona qualcosa tipo Aphex Twin, che addirittura mette insieme i circuiti, le macchine, i suoni, e fa una cosa molto avanzata artisticamente e tecnologicamente, però hai anche un gruppo che suona jazz, magari in maniera completamente acustica, e quella è la loro arte. Io non penso che la cosa nuova cancelli quella precedente; da 20 anni abbiamo i cd ma ancora c’è chi usa i vinili per certe cose, magari non nel salotto di casa, e così anche il libro penso rimarrà anche nei prossimi anni.
MA: Sono d’accordo, ma penso che, nell’esempio che hai fatto del vinile, il vinile rimane un po’ di antiquariato, collezionistico. Il libro secondo me no, avrà una sorte diversa, comunque la fisicità del libro è una cosa completamente diversa dal virtuale e manterranno due ruoli separati, nonostante in edicola trovi la rivista con il cd allegato. È comunque un punto di vista personale. Ho visitato il tuo sito, www.massimilianochiamenti.com, e l’ho trovato perfettamente in linea con le nuove tendenze multimediali: pieno di effetti speciali, di movimento e di soluzioni grafiche all’avanguardia. Chi è il tuo webmaster? Quanto c’è di tuo?
M: Qui il discorso è lungo ma lo faccio breve. La cosa più importante è che il sito del gruppo ancora non esiste; un sito che ci rappresenti, mi rappresenti, non c’è ancora. Tutto quello che c’è è quel sito che hai visto e che ha fatto un mio amico, l’ha fatto bene e con impegno, lui si chiama Alessandro Naldi, ma si tratta di un favore di un amico, non è un qualcosa che rende l’idea di quello che stiamo facendo adesso nell’ultimo periodo. Non posso dirti molto sul sito perché non c’è il sito che vogliamo. In generale penso che sia indispensabile avere un sito, così puoi tenerti in contatto molto facilmente con tanti interlocutori, però anche pensare troppo a queste cose diventa un’esagerazione, qualcosa di superfluo, di corsa all’oro di Internet… boh, noi facciamo musica, non facciamo gli architetti…
LM: Non è che ti rifai a Franco Battiato? Anche lui è molto filosofico, anche se fai un genere del tutto diverso. E per il lato umoristico, ci può essere un’influenza di Giorgio Gaber?
M: C’è stato un periodo in cui Battiato mi aveva affascinato molto, è stato quando avevo 15-16 anni, quando è venuto fuori "La voce del padrone"; avevano fatto la ristampa di dischi vecchi come "Fetus", "Pollution", e mi avevano affascinato molto, l’idea di fare qualcosa con le parole unite a una musica post-moderna, con tanti pezzetti di cose diverse, con tanti echi, suggestioni… però questa è l’unica cosa, il resto di quello che ha fatto non mi interessa. Gaber, non so… ho una particolare simpatia e ammirazione, ma lo conosco pochissimo, è come se da piccole cose viste in televisione o ascoltate in giro mi fosse arrivato qualcosa che mi piaceva, però non penso che ci sia nessun contatto più diretto. In generale le cose italiane le inquadro abbastanza in fretta: sono lagnose, predicatorie, ti devono fare la lezione, la morale di vita e Battiato ci rientra in questo, non è niente che va fuori dalla tradizione della canzone italiana, con quella morale che veicola fatta sostanzialmente di "soffriamo un po’, tutto un po’ malinconico, e io mi lamento un po’ e canto e faccio anche qualche acuto alla fine del pezzo".
[MA: mi riservo di non essere del tutto d’accordo]
L: Cinque aggettivi per definirti.
M: Geniale, geniale, geniale, geniale, un po’ pazzo.
L: Hai un rimpianto del passato e un obiettivo del futuro? Cos’è che ancora vorresti raggiungere e cos’è che nel passato non è andato come volevi?
M: Sul passato non ho rimpianti. Delle cose mi sono sembrate molto storte, ma il momento in cui sono stato peggio è quando ho visto che gli Emme non andavano avanti. Non andavamo più in sintonia con la musica; quello è stato brutto, l’idea che non avrei continuato a fare poesia, a cantare, a fare musica, mi sembrava molto brutta. Ho incontrato Guido e Tommi in un locale, avevo fatto loro i complimenti, poi ci siamo incontrati in facoltà, abbiamo fatto amicizia e poi loro hanno avuto quest’idea di suonare insieme proprio perché gli Emme si erano disgregati. Quello è stato un bel momento e allora ho pensato che non si può stare troppo a pensare come vanno certe cose. È liberatorio che le cose vadano così, però uno ci si attacca anche alle cose, quindi dispiace però è meglio essere più aperti verso altre possibilità piuttosto che legarti a cose che non sono reali, che le vedi come le vorresti vedere te. Quello è stato brutto. Per controbilanciare questo posso dire che i momenti più belli che ho vissuto sono stati legati alla musica che ho suonato, più ancora che alla poesia in se e per se. Anche perché poi insomma è la stessa cosa, musica e poesia, insomma… a parte che negli ultimi trecento anni le poesie si stampano e si vendono in una libreria, la poesia delle altre culture fin dall’antica Grecia è fatta di canto: "cantami o diva", non è che diceva "scrivimi". Il presente va bene, il futuro… vorrei che questo gruppo diventassero qualcosa di internazionale, che si potesse suonare in giro per il mondo, che andasse oltre la piccola realtà.
L: Finora il livello è regionale… cioè, fino a dove siete arrivati a suonare?
M: Sì, è regionale, suoniamo dove troviamo dei contatti, soprattutto di amicizie, di combinazioni… Io vedo che sempre più spostarsi è molto semplice, per esempio le 72 ore alle Cascine, c’erano dei furgoni, delle cose trasportate in giro per l’Europa da ragazzi che non hanno né soldi né particolare esperienza tecnica, però fanno la loro musica, vanno in giro. Quello che facciamo noi non è per un grande pubblico, non è una cosa commerciale, però possono esserci delle persone interessate a quello che facciamo qui e là, per cui l’idea di andare a trovarle mi sembra una cosa da fare.
L: Nel tuo modo di cantare ci può essere stata un’influenza di Billy Corgan?
M: Per il fatto di somiglianza? Mi piace molto come canta, però… non lo so, non particolarmente. Siamese Twins è un disco che ho ascoltato tantissime volte.
LM: Sei contento di questa intervista? Ti siamo rimasti simpatici? Ti ha colpito Dino Campana? Vorrei sapere cinque soprannomi che tu daresti a te stesso.
M: Io mi chiamo Massimiliano; c’è chi mi chiama Max, c’è chi mi chiama Mèx, e c’è chi mi chiama Massi. Questi quattro. [Massimiliano comincia ad accusare segni di stanchezza e cerca di stringere per iniziare a provare col suo gruppo, lo capisco e mi scuso con lui per la lunghezza forse eccessiva dell’intervista, il fatto è che Massimiliano è un personaggio carismatico che non ci stancheremmo mai di ascoltare, e le sue risposte stimolano nuove domande.]
MA: Entriamo nella sfera privata: a queste domande puoi anche non rispondere, e se vuoi toglierle dall’intervista. Qual è la visione che hai della donna?
M: Questa è una bella domanda. Ci sono tanti modi di vedere la cosa, soprattutto tanti modi nel tempo. Penso di aver visto la donna come un qualcosa di grazioso, bello e anche non particolarmente interessante, per un certo periodo. Penso anche di aver visto la donna come un qualcosa di aggressivo, un po’ intimidente, e ultimamente vedo la donna come un essere umano e gli uomini, i maschi intendo, sono esseri umani come le femmine, per cui se per donna si intende un essere umano che ha la vagina e ha scritto F sul codice fiscale, posso dire che penso della donna quello che posso pensare degli uomini, che ognuno è un individuo e che ha delle sue proprie caratteristiche., non potrei dire una frase del tipo; le donne sono… io vedo le donne… perché mi sembra una generalizzazione che è legata alla distinzione dei sessi che poi è anche un po’ sfumata, quindi non ci sono molte donne in quello che scrivo, per il fatto che i ragazzi mi piacciono di più delle donne. È inevitabile che quando uno scrive ci metta poi dentro i suoi fantasmi le sue fantasie. Ci sono state tre ragazze nella mia vita; una che è stata la mia iniziazione sessuale, della qual cosa la ringrazio perché è stata una botta di incoraggiamento, un’altra che è una persona alla quale tengo molto, che è stata quella che ha avuto la pazienza di sopportarmi al liceo quando andavo al giardino di Boboli con lo stereo e dei fogli per fare dei disegni, e chiaramente pensavo che tutto quello che disegnavo, che ascoltavo allo stereo era il massimo. Scrivevo poesie, lei le ascoltava. Poi un’altra che ho avuto da grande e che è stata un’esperienza molto bella, è una mia amica alla quale sono legato e che anche mi è servita un po’ per capire che in un rapporto il sesso è una componente, non è tutto il rapporto, per cui ti puoi trovare a pensare di avere una vita sessuale con una ragazza per tanto tempo e pensare che questo è quello che tu vuoi, in realtà magari non è questo, perché non ne sei innamorato, quindi penso che quando vengono fuori i sentimenti, l’innamoramento, riesci veramente a capire una parte importante di te. Finora con una donna non è mai successo, potrebbe succedere in futuro, però io penso che le persone cercano in generale un completamento di qualche cosa che tu non hai e che vorresti avere e viceversa. Per me il corpo maschile è qualcosa che mi condiziona moltissimo nel mio modo di recepire le cose e questo è un qualcosa che non provo con le donne, nel mio modo di vedere il corpo femminile.