 |

|
Narrativa
Top nonik (prima parte) di
Massimo Acciai,
Spasmodiche riflessioni di
Giuseppe Costantino
Budetta, Sylvia (dedicato a Sylvia
Plath poetessa suicida) di
Rossana D'Angela,
Prologo alla Valle del Belice di
Paolo Filippi,
Sogno letterario della principessa di
Paolo Filippi,
Introduzione alla Shoah di
Paolo Filippi, Una sera a teatro di
Elisabetta
Giancontieri, La banda dei fiammiferi di
Iuri Lombardi,
Il poeta di
Maddalena Lonati, Il testimone di
Maddalena Lonati,
Jedan tajanstven caroban aparat (Un
misterioso magico congegno) di
Renato Lonza,
Il giorno in cui imparai a fare la fotosintesi
clorofilliana di
Antonio Piccolo, Gamberoni arrosto di Anna
Maria Volpini
Poesia italiana
Poesia in lingua
Questa rubrica è aperta a
chiunque voglia inviare testi poetici inediti,
in lingua diversa dall'italiano, purché rispettino i più elementari principi
morali e di decenza...
poesie di Amanda Nebiolo
Aforismi
Saggi
Il mito di Orfeo nell'opera di Jean Cocteau di Caterina Rocchi
Recensioni
Insomnia di
Lisa Massei, nota di Enrico Pietrangeli
Presagio triste
di Banana Yoshimoto, recensione di
Simonetta De Bartolo
Orgianas di
Daniela Bionda, nota di Enrico Pietrangeli
Rosso di
Cinzia Tani, nota di Enrico Pietrangeli
|
|
Andò così. Invernava più caldo del solito
quando accadde. Con ciò non dico che ci stia qualche legame tra
l'anomalia climatica e l'anomalia ben più notevole che sconvolse
il vivere delle circa trecento anime che si trovarono a Corezzo
in quei giorni ormai lontani. Neppure nego che tale legame ci
stia, ma molto probabilmente enigmerà senza soluzione, così come
i fatti del Natale 1991.
Vacanzavo allora da mia nonna nel paesello sperduto in provincia
di Arezzo, nell'ampia zona montagnosa e collinare toscana nota
col nome di Casentino. Avevo sedici anni e nessuna voglia di
scuolare di nuovo. Speravo di nevare un po' in montagna. Rimasi
deluso. Il termometro segnava 25 gradi quando arrivammo, verso
il mangiare. Il cielo serenava così blu che non mi stancavo di
guardarlo, fino ad affogarci.
Non sono molte le cose che puoi fare in un paese come Corezzo,
soprattutto se hai sedici anni e poca fantasia. Ti puoi
ritrovare a cartare o a calcettare con gli amici al circolo, o
videocassettare con gli stessi amici nel retro. Oppure fare due
passi da solo, quando proprio ti prende la malinconia e vorresti
essere altrove. Animale di città, sempre inquieto. La strada che
serpenta deserta e asfaltata di fresco fuori dal paese - a
destra il bosco e a sinistra la scarpata e qualche ciliegio -
sembra messa lì apposta per promettere un fuggire che non puoi
permetterti. Almeno a piedi.
Talvolta stradavo là in bicicletta, gustando il vento fresco
dell'estate sulla faccia e il brivido della corsa. Allora mi
sentivo libero. Il vento sembrava lavarmi di dosso i pensieri
negativi, portandoli lontano da me. Arrivavo di solito fino alla
vecchia segheria, ad un paio di chilometri dalle ultime case, in
direzione di Badia Prataglia, poi tornavo indietro. A volte
stradavo fino a Badia, biciclando per sei chilometri, e là
sostavo all'edicola. Sono sempre stato un tipo solitario.
Insomma, quel giorno - era la vigilia di Natale - stavo facendo
la solita passeggiata mattutina. Il paese ancora dormiva dietro
le persiane chiuse e tutto era silenzioso. Mi piaceva allora
quel silenzio, il privilegio di godermi qualche ora in più di
giorno rispetto ai pigri turisti. I contadini erano già nei
campi a lavorare dall'alba, ma non potevo vederli dalla strada.
Li incrociavo a volte al tramonto quando tornavano a casa, chi
col trattore, chi a piedi, carico di fasci di legna. Non ne
erano rimasti molti, di contadini autentici; si trattava per lo
più di coloro che, passata l'estate e le vacanze, rimanevano in
un paese in bassa marea, abbandonato da turisti e proprietari di
seconde case. Loro lavoravano sempre e vivevano come i loro
padri. Se li incrociavi salutavano con sguardi torvi che
incutevano timore.
Quella mattina era assolutamente normale. Mi ero svegliato da
sogni normali, dimenticati già nel chiarore della camera che
dividevo con mio fratello, avevo colazionato col solito
caffellatte ed ero uscito nell'aria frizzante del primo mattino.
Allora non mi costava fatica dislettarmi, ma questa è un'altra
storia. Quella mattina, dicevo, uscii per fare la solita
passeggiata e non avevo alcun presentimento di quel che avrei
trovato. Attraversai il paese e m'instradai verso Badia come al
solito. Serenava; una leggera brezza mi portava alle narici il
profumo di fiori già sbocciati prima del tempo in quello strano
invernare estivamente.
Non ricordo di preciso quando mi accorsi che qualcosa non
andava, ossia quando cominciai a sospettare di essermi perso.
Premetto che è impossibile perdersi sulla strada asfaltata che
conduce a Badia, dove passeranno sì e no una ventina di macchine
nella giornata di maggior traffico, a meno di non abbandonarla
di proposito per boscare - cosa che mi sono sempre ben guardato
dal fare, almeno da solo. La strada è una sola, non c'è modo di
sbagliarsi, eppure d'un tratto non era più la stessa che
conoscevo. Notai tanti piccoli particolari, tante cose che
mancavano ed altre che non ricordavo affatto. Sono un buon
osservatore, me lo dicono in molti. Non mi ingannavo. Quella non
era la strada che conoscevo, anche se gli assomigliava. Come ero
finito lì? Non ne avevo idea. La strada era una sola. Stavo
stradando da una mezz'oretta.
D'un tratto ebbi paura a proseguire. Mi venne d'istinto girare i
tacchi e tornare di corsa in paese, ma mi trattenni ancora un
po', impaurito e al tempo affascinato da quella situazione
misteriosa. Ripensandoci adesso, posso ricordare di altre volte
- nell'infanzia e nell'adolescenza - in cui avevo avuto una
sensazione simile di straniamento, in quella strada, ma erano
durata non più di qualche attimo e non era mai stata così
intensa. Feci ancora qualche passo avanti. Arrivai fino alla
curva, aspettandomi di trovarvi chissà cosa. Invece la strada
continuava a serpentare lungo il fianco della montagna, sparendo
chissà dove. Chissà dove - continuavo a ripetermi mentre
rimpaesavo. D'improvviso frescava, come quando il sole è
oscurato da una nube.
Dopo poco incrociai mio cugino Paolo che stradava in direzione
opposta alla mia. Mi salutò, mi pare. Ero così sovrapensiero… Mi
chiese se andava tutto bene, avevo una faccia strada. Sfido! Ma
non volevo ammetterlo. Mi chiese se volevo fare due passi con
lui. Mi parve una buona idea. Avevo timore a ritornare da solo
da quelle parti, ma in compagnia era un'altra cosa. Potevo
verificare così se avevo avuto le allucinazioni.
- Noti nulla di strano? - chiesi ad un certo punto a Paolo.
Passò una luce strana nel suo sguardo. Senza che dicesse altro
avevo già compreso che anche lui non riconosceva più il posto.
Cominciavo ad avere davvero paura: lui paesava tutto l'anno, non
come me che ci vacanzavo e basta. Stradava da quelle parti quasi
ogni giorno, non poteva essere - come avevo pensato poi - che
avessero fatto dei lavori durante la mia assenza. No, eravamo
altrove.
Rimpaesammo di corsa.
Nessuno ci avrebbe creduto, certo, se fossimo stati gli unici.
Non erano allucinazioni, adesso lo sappiamo tutti benissimo. Ma
all'inizio era diverso. Noi eravamo stati tra i primi ad
osservare il fenomeno e ancora - rimpaesati - non ci potevamo
credere.
Paolo, che aveva qualche anno meno di me, mi chiese agitatissimo
se eravamo impazziti. Non ricordo cosa risposi, ma certo tornati
tra le case familiari di Corezzo sembrava tutto una specie di
incubo. La sensazione di irrealtà ci straniò per tutta la
mattinata, passata a gironzolare tra il bar e la Piazza.
Intanto si stavano dislettandosi i corezzini vacanzosi e
forestieri. L'Anna del ristorante scopava l'uscio col sorriso di
chi il giorno dopo avrebbe avuto più clienti del solito. Ci
salutò vedendoci stradare li davanti. Sulle panchine davanti al
ristorante c'era già qualche tipo a chiacchierare. Loro non si
erano ancora accorti di nulla, lo si capiva dal tono quotidiano
che avevano; ma presto se ne sarebbero accorti, perché non erano
allucinazioni le nostre. Eravamo altrove.
Era già ora di pranzo intanto e ormai erano quasi tutti fuori
dal letto. Qualcuno sicuramente si chiedeva già perché non ci
fossero macchine a giro, neanche quelle poche solite. Di certo a
casa dei contadini, partiti all'alba, si chiedevano già come mai
non tornava nessuno per pranzo. Qualcuno aveva già scoperto che
i telefoni suonavano a vuoto. In casa nostra non c'era il
telefono né la televisione, altrimenti avremo visto sullo
schermo solo scariche elettriche. Non avevo ancora raccontato la
faccenda ai miei, non sapevo neppure come dirlo.
Strania e sconcerta come, venute meno le tecnologie più
avanzate, le vecchie tecnologie diventino vitali. Il 24 dicembre
1991 c'erano a Corezzo 67 automobili, 2 trattori e 21 tra moto,
motorini e scooter. C'erano anche 12 biciclette. Chi avrebbe
detto, la sera prima, mentre riponeva la bicicletta in casa o l'allucchettava
al palo vicino, che quel mezzo sarebbe divenuto così prezioso,
da sorvegliare con maggior cautele?
Chi avrebbe detto che io sedicenne, che invidiavo i grandi con
la patente e la macchina, sarei stato da loro invidiato per la
mia mountan bike? Eppure lo capii subito anch'io, non era
difficile capirlo. Le biciclette non vanno a benzina.
Ma ancora la situazione non chiarava come oggi. Solo nel
pomeriggio ci si rese conto di essere altrove, quando tutti i
telefoni tacevano, tutte le televisioni tacevano, tutte le radio
tacevano e nessuno sapeva spiegarlo. Naturalmente non c'era un
solo elettrodomestico che funzionasse, ne la luce elettrica, se
non quelle cose che funzionavano a pile. Un nuovo medioevo aveva
avvolto il paese, un black out permamente - adesso lo sappiamo
che sarebbe stato permanente.
Quell'isolamento inspiegabile gettò subito i corezzini nel
panico crescente. Solo i bambini sembravano divertirsi sulle
prime, ma si spaventarono anche loro quando videro le facce
sconvolte degli adulti. Coloro che fecero la stessa strada che
avevo stradato io la mattina rimpaesarono, proprio come me,
spauriti. Qualcuno si era spinto un po' più in là, ma nessuno
aveva osato più di tre o quattro chilometri. Un senso di terrore
acchiappava sempre più forte più ci si allontanava dalle case.
Tutto era irriconoscibile e alieno. La strada serpentava in
boschi alieni, asfaltata e deserta. Qualcuno, che si era spinto
più in là degli altri, riferì di uno spaventoso cartello
stradale che segnava pericolo generico. Era corso via
terrorizzato.
Qualcuno prese l'auto e la spinse a tutta velocità verso Badia.
Il cartello appena fuori del paese "Badia Prataglia - 6,2 Km"
era ancora tranquillizzante e non assurdo come oggi. Pigiava sul
pedale, ma via via che si allontanava provava angoscia anche lui
e la velocità diminuiva, fino ad arrestarsi. Poi faceva sempre
marcia indietro. Ma la benzina era limitata e preziosa per
troppi tentativi. Quella strada serpeggiante e deserta, che non
si sapeva dove portava, faceva troppa paura.
Tornammo alle candele e ai campi. Tornò di colpo il medioevo.
Beh, ci fu una certa gradualità. La notte di Natale calò
sinistra sul paese. La chiesetta era affollata. Le parole del
parroco tranquillizzarono abbastanza i fedeli, ma la luce dei
ceri gettava ombre ballerine ed inquietanti sulle pareti. Quando
uscimmo fu naturale guardare in alto, su nel cielo. Serenava
ancora stellava come non accade mai in città. Anche le
costellazioni non erano più le stesse. Non occorreva essere
astronomi per accorgersene, era una sensazione immediata.
C'erano meno stelle del solito però, concentrate soprattutto in
un lato del cielo.
Una donna piangeva accanto a me. Straziava il cuore.
Chissà se ero stato davvero io il primo a scoprire la cosa,
nella mia passeggiata mattutina. Chissà, è probabile. Chissà
perché mi sentivo male per quella donna che era stata separata
da una persona cara e non sapeva dove poteva essere. Mi venne da
piangere anche a me, che pure non piango mai. Chissà, se avessi
avuto Fede avrei rivolto una preghiera pure a quel cielo alieno.
Qualcuno partì in macchina e non tornò più. Erano parenti più o
meno alla lontana, come accade spesso in questi piccoli borghi.
Gli ottanta mezzi motorizzati calarono a settanta. La benzina
sarebbe finita prima o poi, era chiaro anche ad un bambino.
Qualcuno invece tornava e riferiva cose a cui era difficile
credere, persino per i compagni di bevute al circolo, dove gli
alcolici stavano finendo così come articoli alimentari quali
merendine, gelati e bibite in lattina. L'esploratore offriva la
sua storia in cambio di qualche boccale di birra o un gotto di
vino. Si stava già tornando ad un regime di baratto: il denaro
non serviva più. Chi aveva qualche mucca e bestiame vario poteva
dirsi fortunato, ma lo avrebbe diviso volentieri con amici e
parenti. I pochi stranieri potevano contare anche loro su
un'insospettata solidarietà.
Questi esploratori tornavano e riferivano di aver macchinato
decine di chilometri, lasciando un margine di benzina per
tornare indietro - difficile calcolarlo, perciò erano prudenti -
senza trovare praticamente nulla. La benzina finiva. La strada
serpentava e basta, sempre nel solito verde paesaggio. Qualcuno
diceva di aver avuto l'impressione - ma poteva benissimo essere
solo uno scherzo ottico - di scorgere un paese o una cittadina
acquattata lontano lontano a valle. Qualcun altro giurava e
spergiurava, ma non aveva portato maggiori prove degli altri. La
strada continuava ad essere percorsa solo in un senso, così come
l'altra strada che scendeva fino a Bibbiena - distante una
ventina di chilometri - che non offriva però maggiori speranze.
Di là si scendeva fino al cimitero, che era ancora al suo posto
a mezzo chilometro dal paese, e poi si perdeva in regioni
ignote; non meno ignote della strada per Badia.
Il nuovo anno era iniziato senza i soliti festeggiamenti. Già la
miseria futura era nell'aria e poi chi aveva voglia di
festeggiare al lume di candela o attorno ad un fuoco che non era
di una notte soltanto? A mezzanotte le strade risuonavano solo
delle canzonacce degli ubriachi, che tiravano calci ai portoni
ben serrati. Dietro molte mura le famiglie si stringevano in un
abbraccio consolatorio. In qualche casa al contrario si
baldoriava sfrenatamente, dando fondo a tutte le provviste,
candele, legna e preziose scorte. Era una forma di reazione
anche quella, per dimenticare l'angoscia, la paura. Qualche
petardo qua e là salutava l'anno nuovo. Poi l'euforia e la
sobrietà passarono entrambe, fondendosi in un atteggiamento di
rassegnazione quasi serena.
Una sera sentii parlare mio zio di una certa decisione da
prendere. Non riuscii a capire bene, ascoltavo clandestinamente
da dietro la porta e le parole giungevano non molto chiare.
Capii solo che lo zio Cesare, il padre di Paolo, proponeva a mio
padre di unirsi ad una specie di carovana di esploratori decisi
a tutto pur di lasciare il paese prima che, una volta finite le
risorse, si sprofondasse tutti nell'anarchia. Magari c'era
qualche città o paese lontano da qualche parte, occorreva tirare
fuori un po' di coraggio e rischiare quella poca benzina
rimasta. Mio padre era esitante. C'era da considerare il
problema delle provviste, oltre che della benzina, senza contare
le mille incognite che si potevano trovare stradando. Un guasto
al motore, una gomma a terra e si era fottuti. La paura più
grande era però una sola: l'ignoto.
Stavano ancora discutendo quando la porta si aprì andandomi
quasi a sbattere sul naso. Mia nonna mi guardò preoccupata.
Ricambiai con uno sguardo evasivo.
La situazione in paese stagnava. Svuotati gli scaffali del bar e
del circolo, si era tornati ad una dieta contadina a base di
ortaggi, carne d'allevamento e di caccia, uova e latte. Gli orti
tornavano a rioccupare il loro ruolo di sostentamento dopo
essere stati a lungo semplici svaghi per turisti nostalgici.
L'inverno era insolitamente caldo e faceva maturare zucchine
cipolle patate rape eccetera. I ritmi noti ai contadini parevano
scomparsi insieme a loro. Ci si arrangiava abbastanza bene però,
meglio di quanto si temeva. Ma si stagnava in quel cielo
azzurrato e profondo. Dalla strada che trapassava il paese non
giungeva mai nessuno, e non si sapeva se fosse un bene o un
male. Talvolta si sussultava quando sembrava di sentire un
motorare lontano, per scoprire poi che era uno scherzo del
vento.
Avevano intanto riaperto le scuole elementari, regolarmente. Era
importante mantenere una facciata di normalità, per quanto
possibile, aiutava a non precipitare nel terrore e nella follia,
poi bisognava pure mandare i bambini da qualche parte al sicuro.
Non ci si fidava più a lasciarli liberi per la strada come era
sempre avvenuto prima.
Si vedevano ancora sfaccendati sulle panchine in Piazza e
davanti al ristorante Corazzesi. Molti di loro erano turisti che
avevano i loro impieghi in città e non sapevano cosa fare in un
paesello sperduto. Alcuni non avevano mai preso una zappa in
mano e non sapevano che pesci prendere. Avrebbero imparato, ma
ancora non si rassegnavano. Qualcuno aveva perso il controllo e
si dava ad atti di vandalismo, ma la maggior parte erano gente
con la testa ben piantata sulle spalle. I corezzini d'origine
erano poi vecchietti che in fondo avevano sempre vissuto, nei
mesi tra un periodo vacanziero e l'altro, in uno stato di semi
isolamento non molto diverso da quello che ci toccava allora. Il
loro era un esempio di solidità e buonsenso.
Ma la situazione stagnava e avrebbe stagnato sempre più se non
accadeva qualcosa, nel bene o nel male.
- Quella strada deve pur portare da qualche parte.
L'osservazione di mio cugino Paolo non faceva una piega.
- Qualcuno deve averla pur costruita - continuò, al mio silenzio
- dunque non è disabitato questo… posto.
L'idea di un intero mondo disabitato, con l'eccezione del nostro
piccolo paesello sperduto, attraversato da una strada che
portava chissà dove, non mi aveva mai sfiorato. Era un'idea
degna di mio cugino, accanito lettore di fantascienza
- Chi l'ha costruita potrebbe essere morto da secoli - obiettai.
- Perché allora pare asfaltata di fresco? Già dopo qualche anno
senza manutenzione una strada è piena di buche!
- Ma su questa strada non passa nessuno…
Mio cugino lanciò un'occhiata che conoscevo bene. Sapeva
qualcosa che io ancora non sapevo.
- Bisogna fare quella strada, o in un senso o in un altro.
- Quella strada fa paura - commentai soltanto. Paolo era più
giovane di me di un anno, ma molto più coraggioso.
(continua...)
|
|
|